Novena per la festa del Beato Giacomo Alberione
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
15 dicembre 2017 * S. Ireneo martire
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Alberione1Primo giorno - Breve profilo dell’Alberione
Per il documento: clicca qui
Fu di coscienza “delicatissima”

Pertanto, non lassa, larga, grossolana, tale da limitarsi al “non far male a nessuno”, e solo da sfuggire le mancanze gravi. Ma neppure scrupolosa, da vedere il male dove non c’è. Fu di coscienza retta, sino a guardare le finezze. La coscienza di chi fa un cammino guidato dal dono del “Timore di Dio”.
Scrive il Beato Timoteo Giaccardo di lui: “Fu sempre tra i primi nei corsi ginnasiali, per pietà, studio, delicatezza, disciplina. Meditò il libretto “il peccato veniale” ed acquistò tale delicatezza di coscienza che fuggì sempre ogni mancanza volontaria, anche minima. I superiori notarono e fecero notare a tutti il lavoro dello Spirito nella sua anima”.
 Fu di intelligenza “aperta”
Pertanto, non ottusa, chiusa, gretta, tale da non essere capace a cogliere il senso dell’umorismo. Un tipo scherzoso e gioviale, con apertura in tutti i sensi. Sapeva capire, comprendere e scusare. Sapeva cogliere la ricchezza di tutti, vero “paolino” aperto all’universalità.
Scrive di lui il Beato Timoteo Giaccardo:
Era amato da tutti i superiori e compagni per la sua schiettezza, il suo senno, il buon tratto, la condiscendenza e prontezza in qualunque servizio verso tutti. Nei corsi di filosofia e teologia era certamente il più distinto. Ebbe sempre i primi premi. Gli furono affidati uffici delicati tra i compagni, costantemente. Aperto e dolcissimo col direttore spirituale, promuoveva i santi discorsi, edificava ognuno”.

Ebbe grande spirito di “sacrificio”
Era costante e metodico, non di facili entusiasmi. Non si lamentava dei limiti, della stagione, del caldo e freddo, della stanchezza. Era capace di scegliere liberamente e fare “fioretti” per allenarsi nella volontà e irrobustire il carattere
Scrive don Giaccardo di lui:
“Fu il maestro che tutti precedeva con l’esempio, che tutto insegnava, che tutti consigliava, che tutto costruiva con la sua preghiera illuminata e calda. Fatto sempre tutto a tutti. Sempre il primo, reputandosi l’ultimo. Sensibilissimo, dolcissimo, delicatissimo”.

Fu studioso e maestro
Afferrato in ogni materia: dogmatica, morale, sacra scrittura, storia della chiesa, teologia spirituale, sacramentaria, diritto ecclesiastico.

Fu formatore di anime
Soprattutto di sacerdoti, suore, membri della famiglia paolina.           

Alberione2Secondo giorno - La paternità dell’Alberione
Ci è padre nella paternità di san Paolo (prima parte)
Dio ha trasmesso a don Alberione e, per suo mezzo a noi, la grazia e la missione affidata a san Paolo nella Chiesa: quella di annunciare il Vangelo, a tutte le genti, con i mezzi più fruttuosi e celeri, cioè con le invenzioni che il progresso umano fornisce e che le necessità e le condizioni dei tempi richiedono.

Don Alberione ha parlato, ma soprattutto ha taciuto in maniera attiva. La sua vita era coperta da un alone di mistero e da un atteggiamento indefinibile che affascinava e nel contempo allontanava e costringeva a una quasi religiosa riverenza. Visse, potremmo dire, in solitudine. È il prezzo pagato per la notorietà dell’opera e per la gioia dei figli.
Aveva un carattere e un aspetto fisico simile a quello di Paolo. Non faccia meraviglia se ciò fa comprendere il motivo per cui don Alberione ha scelto, ha preferito ed ha attribuito la fondazione a Paolo, il quale gliene ha espresso la gratitudine. Infatti, don Alberione ebbe una guarigione prodigiosa che attribuisce proprio a san Paolo.
Correva l’anno 1923, per una grave malattia polmonare, dai medici era esclusa la guarigione. “E’ stato san Paolo a guarirmi”, dirà successivamente. Fu guarito perché “si spendesse tutto”, perché fosse “san Paolo vivo, oggi”.
Da giovanissimo volle pellegrinare a Roma sulla tomba di Paolo. Ad Alba gli eresse un maestoso tempio. A Roma volle costruire il grande complesso vicino alla sua basilica.
Don Alberione nasce in una stalla. Dirà successivamente che "le opere di Dio cominciano sempre dal presepe". Tutto porta avanti in povertà, con incomprensioni e nel silenzio. Sembra proprio l'eco di Paolo: "Dio sceglie quello che è stolto e quello che è debole per confondere i sapienti e vincere i forti". Perciò ha sempre inculcato l'umiltà e la fede, virtù fondamentali su cui poggia il "segreto di riuscita".
Come ogni buon padre, don Alberione non ha fatto mai pesare le sue sofferenze e difficoltà, ma neppure rivelava con facilità quanto intercorreva tra lui e il buon Dio. Infatti, come san Paolo, anche Alberione fu favorito di doni singolari. San Paolo una volta sola accennò a questi doni, quando scrisse, quasi scusandosi, di essere salito sino al terzo cielo. Così don Alberione, timidamente, scrive “di essere quasi costretto da Dio ad accogliere dei doni singolari”. San Paolo vide e parlò con il Signore. Anche don Alberione non fece mistero di questo avvenimento nella sua vita, che, cioè, vide il Divino Maestro e parlò con Lui. Come anche vide la Madonna.
Don Alberione, schivo di ogni gesto che potesse tradire questi doni, se ne servì con i suoi figli nel modo più ordinato, così che essi stessi potessero più intravedere che sapere.


Alberione3Terzo giorno - La paternità dell’Alberione
Ci è padre nella paternità di san Paolo  (seconda parte)

Uno dei suoi figli, a Genova, ebbe a dire: “Primo Maestro, sa che comincio a sorprendermi, perché tutto quello che lei non solo ha detto a me, ma ci ha detto, si è compiuto, è stato vero?”. Don Alberione rispose: “Io non vi ho mai detto nulla da me, che fosse mio”. Lo confermava anche per iscritto: Tenete conto che anche le minime cose, nel modo di compiere quello che vi ho affidato e consegnato, non è la volontà di un uomo, ma volontà di Dio”.
Come ogni padre, ottiene miracoli e prodigi per i figli. Ne citiamo alcuni.

Nel 1926 una Pia Discepola aveva messo un piede in una pentola di acqua bollente. Dopo alcuni giorni, nei quali le ustioni erano peggiorate, fu invitata da don Alberione a riprendere il lavoro per obbedienza, data l'impossibilità di sostituirla in cucina. La mattina dopo l'ammalata si alzò dal letto, riprese il lavoro abituale e nel pomeriggio si trovò il piede del tutto risanato.
Incaricò un padre paolino della direzione della casa di Roma, di recarsi ad Albano per un corso di esercizi spirituali a sacerdoti. Era ammalato. Allora inviò un confratello da don Alberione un confratello per informarlo e perché provvedesse. “E’ a letto con la febbre alta, che cosa deve fare?”. La direttiva fu: “Vada pure tranquillo; giunto al lago di Albano, lì si fermi, butti la febbre nel lago e non la riprenda più”. E così fu. Poté assolvere, sfebbrato, l’impegno gravoso che gli era stato affidato.
Un altro episodio di sapore tutto francescano. Chiese un giorno don Alberione ad una sorella che si occupava del pollaio: “E oggi, sono state brave le tue galline? Quante uova hanno deposto?”. Erano state poche; era freddo, d’autunno, stagione poco propizia. E lui: “Senti, raduna le tue galline e dì loro che così non va bene. Noi non siamo diminuiti di numero, anzi siamo aumentati; perciò le uova devono aumentare, non diminuire. Lo farai?”. La suora disse di sì, e la mattina dopo, nel dare il becchime, fece il discorsetto alle galline, in termini alquanto perentori, minacciando perfino la pentola se non avessero obbedito! A sera, riempiva il canestro di uova, che andò a presentare subito a don Alberione, contento della bella raccolta. “Ce n’è per tutti – disse – ora va a ringraziare il Signore e non lamentarti”.


Alberione4  Quarto giorno - Le sofferenze dell’Alberione
  (prima parte)
La sofferenza come esperienza personale.
Molto si parla delle attività di don Alberione, delle fondazioni, del coraggio, dello zelo apostolico. Abbastanza anche si parla della sua preghiera.
Si parla, invece, poco delle sue sofferenze, come anche di quelle di Paolo.
Tutte cose che hanno fatto di lui un “carismatico” dei nostri tempi. Ogni carisma è dono di Dio, ma perché operi bene è necessaria anche la corrispondenza. Don Alberione vi ha corrisposto con la preghiera e con la sofferenza.
Racconta il Dr. Bussetti, suo medico personale: “Sono stato vicino a don Alberione in qualità di medico per dieci anni, gli ultimi della sua vita. Gli ultimi due o tre anni gli fui vicino quasi tutti i giorni. Era di una docilità unica nel lasciarsi curare. Mai ha rifiutato una terapia anche dolorosa.

Ma la cosa che faceva stupore a noi medici era la sua spina dorsale ridotta a Z (zeta). Questa deformazione della spina gli procurava dei dolori atroci. Però non si lamentò mai. Solo una volta mi confidò: ‘Quante notti ho passato appoggiato con la schiena al muro a dire rosari!’.
      Quando si tentò di trovare una cura per questi dolori si oppose, perché disse: ‘I dolori mi sono cominciati con l’inizio dell’opera e mi tengono compagnia’. La sua sofferenza era una continua offerta a Dio per il suo Istituto. Essendo vicino e confidente, mi sono accorto che soffriva spiritualmente per i peccati commessi dai suoi e offriva i suoi dolori in riparazione per i peccati”.
Tutte le grandi cose le ha maturate nel dolore. Per dolore non si intende solo quello fisico, ma anche quello psichico e morale. Alle persone più intime e di fiducia scriveva lettere autografe in cui scongiurava di pregare la misericordia di Dio per la salvezza della propria anima (un’analogia alla “spina” di Paolo).
Un altro dolore ebbe per tutta la vita: la visione prima e poi la realtà di vedere tante persone che avrebbero lasciato l’Istituto. Scrive: “Quando si doveva comperare questo terreno, i giovani sono venuti a ricrearsi in questo luogo. Io guardavo in su e in giù questo orto e questo prato e pensavo se era volontà di Dio che affrontassi queste spese, data la nostra infanzia. E mi è sembrato di essermi un momento addormentato: il sole splendeva finché le case si costruivano; poi il sole si oscurava, e io vedevo che il dolore più grande era dato da quelli chiamati da Dio, che poi avrebbero abbandonato la vocazione; e specialmente da uno, il quale, acquistando un certo potere, se ne sarebbe servito ben grandemente contro la casa paolina. Poi il sole ritornò a splendere… e si incominciò a fabbricare”.


Alberione5Quinto giorno - Le sofferenze dell’Alberione
(seconda parte)
L’insegnamento sulla sofferenza
Spiegava i motivi per cui la croce facesse parte dell’apostolato paolino.
La croce perché i nostri strumenti sono sacrali”.
Sacro” è quello che si toglie dall’uso mondano per affidarlo totalmente a Dio, usandolo come Lui vuole, secondo il suo disegno. “Sacrale” è la cosa fatta per divenire sacra. Sta a noi consacrarla. Queste cose sono: la carta, l’inchiostro, il disco, i negozi… Tutto questo è difficile a farlo capire, ed ecco la sofferenza.

La croce perché siamo religiosi.
Il religioso, si pensava allora, era quello che trattava le cose sacre: catechismo, ammalati, scuola ai poveri, predicazione… Era inconcepibile pensare a religiosi in maniche di camicia o in tuta e che usano i mezzi e i metodi considerati mondani.
La croce perché il “nostro apostolato” non è capito.
Va bene lavorare per il pane dei poveri, per la salute degli ammalati… E’ poco considerato, invece, lavorare per il pane della Verità, per la salute dell’anima, per i valori della famiglia e mettere a fondamento di tutto la preghiera.
Ciò premesso, c’è da dire che il documento “Inter mirifica”, ha canonizzato il carisma di don Alberione. Però lui lo ha riconosciuto soprattutto nella “Gaudium et spes”: tutto quello che è del mondo bisogna renderlo sacro.
La croce perché la “nostra mediazione” è strumentale.
Nell’apostolato pastorale si vede subito il risultato del proprio lavoro.
Nel nostro tipo di apostolato il risultato non è immediato, non si vede subito. L’apostolato è più difficile e le crisi sono, perché non ci si sente realizzati. Infatti, lo scrivere un libro, il parlare alla TV, il fare l’adorazione, non porta a un contatto umano e questo è un tipo di sofferenza.
Tuttavia, proprio tale lavoro, non gratificante, ha valore redentivo.
Ecco perché don Alberione, nelle regole, non ha previsto forme particolari di penitenza. “Il lavoro stesso, fatto con impegno – diceva - ha valore penitenziale”.
La croce è “riparazione” al nostro apostolato
È facile scoraggiarsi, ritirarsi e andare fuori strada, perché esposti a critiche continue e a contatto con le cose del mondo. Se non si fa attenzione è più facile mondanizzarsi che consacrare. Dal punto di vista spirituale è più facile mantenersi in altre congregazioni.
La croce è “mezzo per crescere” nella fede
Don Alberione diceva: “I mali fisici e i dolori più intimi infondono un sentimento sempre più forte della nostra pochezza e insufficienza”.
È l’eco splendido di san Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte…”.

Per cui, anche se tutto congiura contro, c’è sempre l’assicurazione: “Non temete! Io sono con voi!”.



Alberione6Notte di adorazione nel duomo di Alba - Si matura la vocazioneSesto giorno - Alberione e Paolo Apostolo
Il carisma paolino (prima parte)
Ognuno ha i suoi doni di natura, di grazia e straordinari, detti carismi.
Il carisma è un dono di Dio per l’utilità di tutti. Qual è il “carisma paolino” per l’utilità della Chiesa?
“Considerate, fratelli, la vostra vocazione. E’ Lui, infatti, che ci ha chiamato con una vocazione santa, non in virtù delle nostre opere, ma secondo il suo disegno e la sua grazia” (2 Tm 1,9).
Il Paolino è chiamato da Dio con una vocazione e con una promessa, da ricordare nei momenti difficili: “Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare”.
La Bibbia
è ricca di promesse analoghe, fatte ad una persona e dalla quale si estende alle generazioni future. Basti pensare ad Abramo. Nei momenti difficili Israele si rivolge a Dio richiamando la promessa: “Ricordati, Signore, delle promesse fatte ad Abramo, nostro padre, ad Isacco, tuo servo, a Giacobbe, tuo santo. Non ritirare da noi la tua misericordia” (Dt 3, 16).
Nella pienezza dei tempi arriva la promessa definitiva, fatta in Cristo, il capostipite per eccellenza, al quale fa riferimento e dipende ogni promessa, passata e futura.
Tra quelle future ci sarebbe stata la promessa fatta alla Famiglia Paolina: da un capostipite, legato a Cristo, partono tante persone che, come anelli di congiunzione, si annodano per i secoli futuri.
Don Alberione afferma che san Paolo è il “vero padre e fondatore della famiglia paolina”. Attorno a lui i primi anelli, i primi membri di famiglia, la prima generazione: Timoteo e Tito, Luca, Tecla, Aquila e Priscilla, altri collaboratori.
A questi nomi, quando Dio volle, ne aggiunse altri, per iniziare una particolare storia, facente parte di quella universale di salvezza.
Tale storia parte da don Alberione, analoga a quella fatta a suo tempo ad Abramo. A don Alberione seguono il Giaccardo… e tutti gli altri. Nell’oggi ci siamo anche noi: eredi di ogni dono di grazia e delle promesse.
Quando don Alberione scrive: Ringrazio Dio di poter far parte di questa mirabile Famiglia Paolina; sento la responsabilità, innanzi a Dio e agli uomini, della missione affidatami dal Signore…”, vuol dire che conosce bene la portata delle sue parole e del dono ricevuto, che intende trasmettere.
Ciò significa che tutti noi abbiamo una storia di promesse e di avvenimenti compiuti da Dio; una storia che si radica in un passato e che ci garantisce un presente e un futuro.


Alberione8Settimo giorno - Alberione e Paolo Apostolo
Il carisma paolino (seconda parte)
Nella storia sopra accennata Don Alberione appare come il nuovo Abramo: l’uomo della fede.
Ha il coraggio di partire per una terra nuova, lungo vie non ancora battute, verso un territorio da evangelizzare o rievangelizzare, con nuovi strumenti. Sa che è portatore di un futuro per la Chiesa e che diventerà padre di una discendenza senza numero
Il Giaccardo rappresenta il “figlio della promessa”. Quello che è stato Isacco per Abramo.
Analoga è stata la prova. Infatti, la maggioranza del clero diocesano non vedeva possibile ordinare all’ordine del presbiterato quelli con “tuta e giacca”.
“Sei disposto – dice il vescovo al Giaccardo – a rinunciare al sacerdozio per rimanere con don Alberione?”.
Il Giaccardo è stato pronto alla rinuncia. Come per Abramo e Isacco, è bastata la disposizione del cuore: sarà ordinato sacerdote.
E’ fuori dubbio che Dio rimane fedele alle promesse. Da parte nostra è necessario divenirne consapevoli ed accettarle con tutte le loro implicazioni e con il massimo nostro impegno.
Don Alberione ne fa esperienza sin dai primi anni. All’inizio, nella casa, mancava anche il cibo necessario. Si sente povero e sprovvisto di tutto. Perciò si affida totalmente a Dio, che in Gesù Maestro risponde con il “Non temete! Io sono con voi. Di qui voglio illuminare. Abbiate – ecco il nostro impegno il dolore dei peccati )”.
Alla promessa, don Alberione risponde con un gesto che, nella logica umana, è una stoltezza. Firma una cambiale, una strana cambiale, su un foglio di carta semplice, così:
In titolo: Cambiale.
Poi sotto: “Cercate, prima di tutto, il Regno di Dio e la sua giustizia. F.to: don Alberione – don Giaccardo”.
Poi sotto ancora: “Tutto il resto vi sarà dato in soprappiù. F.to: Gesù Cristo – Padre per garanzia – Spirito Santo per garanzia”.
E’ il patto di alleanza di Dio con don Alberione e la Famiglia Paolina, successivamente formulato nel così detto “Patto di riuscita”.


Alberione7Ottavo giorno - Alberione e Paolo Apostolo
Il carisma paolino (terza parte)

Ci sono dei parallelismi significativi tra le vocazioni di Alberione e e di Paolo.
Possiamo, allora, comprendere le affermazioni di don Alberione: "San Paolo è il vero fondatore... Egli si è fatta questa famiglia con un intervento così fisico e spirituale che neppure ora, a rifletterci, si può intendere bene; e tanto meno spiegare" (CISP 147).

Per Paolo a mezzo giorno in viaggio verso Damasco: "Durante il viaggio, verso mezzogiorno, prima di entrare nella città di Damasco" (At 22, 6).
Per Alberione alla mezzanotte in preghiera
nel duomo di Alba: "La notte che divise il secolo, nella Messa solenne di mezzanotte innanzi a Gesù esposto" (AD 13).
Per Paolo una luce lo avvolse: "Ecco all'improvviso dal cielo venne una gran luce, sentì una voce che diceva: Saulo perché mi perseguiti" (At 22, 7).
Per Alberione: una particolare luce: "Una particolare luce venne dall'Ostia; maggior comprensione dell'invito di Gesù: Venite a me tutti..." (AD 15).
Per Paolo il cieco guidato: "La luce era così forte che io non ci vedevo più. Allora i miei compagni mi presero per mano. In quella città abitava un certo Anania..." (At 22, 11-12).
Per Alberione il semi-cieco guidato:
"Ecco un semi-cieco che è guidato; e col procedere viene di tanto in tanto illuminato, perché sempre possa avanzare; Dio è la tua luce" (AD 202).
Per Paolo coscienza della propria povertà e dei doni di Dio: "Chi è Paolo? Semplice servitore, non conta nulla (II Cor 4, 7).
Per Alberione coscienza dei propri limiti e della chiamata: "Per condiscendere a voi, dovrebbe narrare una duplice storia: quella delle divine misericordie e quella umiliante delle incorrispondenze (AD 1; UPS 1, 374-375).
Per Paolo visioni e rivelazioni: "Vi parlerò delle visioni e delle rivelazioni che il Signore mi ha concesso. Conosco un credente che quattordici anni or sono fu portato sino al terzo cielo" (II Cor 12, 1ss).
Per Alberione visioni e sogni: "Nel dicembre 1946 il Signore si degnò molto consolarmi ed orientare il mio spirito. Arrivato in cielo, mi parve che angeli e santi..." (Alberione intimo, p. 19 AD 151ss).


Busto 2003Busto       all'ingresso  del Santuario in SpicelloNono giorno - Alberione e Paolo Apostolo
Il carisma paolino (quarta parte)

Queste misteriose concomitanze, sopra riportate, rendono più chiara la scelta di Paolo fatta da don Alberione; anzi il volere esplicito di Paolo: "Non la Società san Paolo elesse lui, ma egli elesse noi" (CISP 1152).
Possiamo anche applicare a don Alberione il brano di Ezechiele (Ez 1ss).
In mezzo ai tanti alberi, c'è anche quello di don Alberione, germogliato il 20/08/14 e successivamente ramificatosi con le diverse fondazioni.
Le acque sono l'amore di Dio che si diffonde e che parte dall'Eucaristia. L'albero deve rimanere al suo posto, con radici che si alimentano di Bibbia ed Eucaristia.
Rimanere fedeli al carisma per portare frutti abbondanti e saporosi.
In Alberione si ammirano l'impegno di crescita e la tenacia nel voler essere secondo il disegno di Dio. Nelle riflessioni che dettava, senza accorgersene, rivelava i mezzi che lo hanno portato a costruire l’armonia interiore della sua personalità e della sua santità. Sostanzialmente i mezzi sono tre.

Umiltà. "Senza umiltà non si costruisce niente - dirà - nell'umiltà invece la nostra santificazione e la stessa fortuna per la vita. L'orgoglioso, anche nella vita presente, finirà col trovarsi male e col subire fallimenti che saranno mortificanti per lui".
L'umiltà è verità. E' riconoscere di essere niente senza Dio. E' credere che non conta l'apparire, ma l'essere; non basta essere consacrati, ma vivere da consacrati; non è compiere azioni apostoliche, ma avere un cuore apostolico; l'apostolato non è principalmente un problema di organizzazione, ma un fatto d'amore.
Amore al sacrificio. E' la conseguenza del cuore umile e pieno di amore. E' difficile mantenere un certo stile di vita, bisogna andare contro corrente. "Chi vuol essere mio discepolo, prenda ogni giorno la sua croce".
Per cui diventa necessaria la costanza.
Costanza.
Don Alberione eroicamente e per molto tempo dovette affrontare l'incomprensione di molti, la calunnia degli invidiosi, la povertà di uomini e mezzi. Eppure non si arrese mai. Quando sembrava che tutto dovesse naufragare, e l'opera destinata a morire, faceva come Mosè e come Gesù, si ritirava solo con Dio, lontano da tutto e da tutti.
Costanza nella preghiera e nell'impegno concreto. Non alti e bassi, non slanci in avanti e paurose ritirate, ma fiducia ed amoroso abbandono e questo per tutta la vita.
Volere sempre. E' la costanza, è la perseveranza: "Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime".


Angolo beati paoliniAngolo beati e venerabili paolini in SpicelloPer il giorno della festa
 (omelia tenuta il 26.11.03)

Stiamo vivendo l’anno di don Alberione, un anno di grazia, un anno santo: per la Famiglia Paolina e, di conseguenza, per tutta la Chiesa.
Questo anno vuol richiamare alla memoria che tutta la vita di Alberione è stata una vita piena di grazia. Del resto, lo è stata, in maniera somma, per Maria (“ti saluto piena di grazia”) e, fatte le debite proporzioni, lo è per tutti noi, se siamo attenti e corrispondiamo al disegno di Dio.
Don Alberione vi ha corrisposto, anche se spesso esprime di ritenersi gran peccatore. Perché questo giudizio su se stesso? Perché riconosce di non aver corrisposto pienamente al disegno di Dio, sia in se stesso, sia per la non corrispondenza di altri, ma che egli applica a sé.
Egli racconta le meraviglie di grazia in quel libro scritto negli anni 50/60, considerato il “testo carismatico” della Famiglia Paolina e che porta il titolo “Abundantes divitiae gratiae suae” (le abbondanti ricchezze della sua grazia).
Era consuetudine di don Alberione estrapolare dai testi biblici quelle espressioni che meglio potevano rendere il tema da lui svolto nelle meditazioni.
L’espressione citata, all’inizia del libro, è presa da san Paolo agli Efesini: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia (abundantes divitiae gratiae suae), mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù”.
In altre parole Paolo voleva esortare gli Efesini ad innalzare la lode a Dio per il dono gratuito concesso (da cui il termine “carisma”, cioè il dono gratuito che, se accolto come tale, porta effetti di grazia).
Don Alberione è stato aperto al dono di Dio e perciò è collocato tra i Fondatori che hanno arricchito la comunità cristiana di un dono particolare che diviene ministero, apostolato, missione, servizio per l’edificazione della comunità cristiana. Il suo “carisma” (effetto del dono gratuito), è quello di offrire una nuova evangelizzazione attraverso “i mezzi più celeri ed efficaci”. Una evangelizzazione, però, che porti avanti la conoscenza del Cristo totale, quale “Maestro, Via e Verità e Vita”.
Ora, dove agisce la grazia, c’è sempre l’abbondanza e comunque qualcosa che supera il limite stesso dell’uomo, della sua debolezza e della sua fragilità.
Don Alberione riconosce, nella sua vita, questa sovrabbondanza di grazia che si riversa sulla sua pochezza di uomo e sulla fragilità della sua salute e che, nonostante tutto, fanno di lui un uomo pieno di attività, di iniziative e di fondazioni.
Il dono ricevuto da don Alberione non si è chiuso con la sua vita terrena, ma è trasmesso a tutta la Famiglia Paolina, e non solo. Ne godono pure quelli che, in qualche maniera, sono vicini e amano la Famiglia Paolina, ne gode tutta la Chiesa.
Ne godono tutti gli amici di questo Santuario, strettamente legato a don Alberione, perché sua opera postuma.
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davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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