Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
17 ottobre 2019 * S. Ignazio d'Antiochia
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La lotta di Giacobbe 2019
Sesta riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 13 ottobre 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con sintesi di riflessioni già fatte e con particolare riferimento alla lotta di Giacobbe
(Gen 32,25-29) e al saper vivere la "piccolezza evangelica".
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Premessa

In questa riflessione, riproponiamo alcuni aspetti riflettuti nell’anno sinora trascorso, sia nei ritiri mensili che negli esercizi spirituali.

Il tutto con l’intento di capire e comprendere più a fondo il significato del “Patto di Riuscita”, intercorso tra il Signore e don Alberione ed esteso alla Famiglia Paolina.

Vi torniamo sopra, appunto, perché vogliamo comprendere meglio come applicarlo a noi e come viverlo.

Ripetiamo ancora quanto abbiamo sottolineato la scorsa volta, che la riuscita dipende dal grado della nostra fede, cosa che, a sua volta, è espressa in proporzione al livello raggiunto nell’esercizio della nostra libertà interiore.

La libertà interiore

Ci accingiamo, pertanto, a riflettere su tale libertà interiore.

Premettiamo che ogni patto, e quindi anche il nostro, è una intesa fra almeno due persone, in questo nostro caso tra il Signore e noi.

Per poter dire che tale intesa risulti vera ed efficace, è necessario che i contraenti agiscano senza condizionamenti, che non siano legati a persone o cose, che aderiscano all’atto e lo sottoscrivano in piena libertà, sia esteriore che interiore.

A tal proposito, se scorriamo le pagine della Bibbia e ci soffermiamo sugli episodi in argomento, ci accorgeremo che ogni intesa con il Signore è avvenuta sempre nell’esercizio in piena libertà.

Ad esempio, il patto che il Signore fa con Mosè, avviene dopo che essi sono stati liberati dalla schiavitù dell’Egitto, ed anche in vista di quella vera e piena libertà che avrebbero dovuto raggiungere entrando in possesso della terra promessa, verso la quale erano diretti.

Inoltre è da notare che, anche se usciti da una schiavitù non scelta da loro ma frutto di condizionamenti esterni, essa non è bastata. Ora devono riuscire ad acquistare una libertà personale ed interiore, con piena consapevolezza.

Però, per poterla raggiungere, gli Israeliti hanno dovuto esercitare ed acquistare una purificazione interiore, non facile ed immediata, ma acquistata attraverso il deserto, con un tempo che è durato quarant’anni.

Quale fatica in tale periodo, non senza continue ricadute e riprese!

Quante lamentele nei confronti di Mosè ed indirettamente nei confronti di Dio! Sempre insoddisfatti!

E pensare che questo comportamento avveniva nonostante le meraviglie compiute dal Signore, con le quali mostrava la sua continua e premurosa presenza!

Ed anche una volta raggiunta la terra promessa, non per questo avevano raggiunto la condizione di impeccabilità, e quindi di piena libertà.

Quante volte ancora, come singoli e come popolo, sono ricaduti nella disobbedienza a Dio, nel peccato, nella incredulità!

Ebbene, tutto questo vale e si applica anche per l’efficacia del nostro patto.

Infatti, nonostante che abbiamo compiuto un cammino di tanti anni, nonostante che siamo professi perpetui, abbiamo sempre bisogno di rettificare il tiro.

Questo non per colpa del Signore, che è la libertà in assoluto, ma per colpa nostra, perché ancora non abbiamo finito di attraversare il deserto, non siamo pienamente liberi, non siamo purificati e pronti per accettare in pieno l’efficacia del patto stesso, e questo perché non ci siamo ancora pienamente convertiti.

Giunti a questo punto, ci domandiamo: Quali condizioni richiede perché il segreto di riuscita non perda la sua piena efficacia?

La prima caratteristica

Il Patto è retto, buono, vero ed efficace solo se porta a vivere due caratteristiche.

Queste caratteristiche sono: la “fecondità” e la “comunione”.

Cominciamo a riflettere sulla prima caratteristica, proprio per convertirci ad essa.

A tale proposito, possiamo richiamare quello che è stato l’argomento della prima meditazione degli esercizi, nella quale si è riflettuto sull’episodio di Giacobbe, allorquando ha dovuto combattere con un certo personaggio. Proprio per questo abbiamo scelto il brano della Genesi ascoltato nelle lodi, come lettura breve.

Innanzitutto ci domandiamo: chi era e come era Giacobbe?

Il nome stesso ci dà la spiegazione: esso significa: “Colui che soppianta”.

La vita di Giacobbe dimostra chiaramente tutto questo. Infatti, egli è uno legato solo a se stesso, vuol essere sempre al di sopra di tutti, è pienamente convinto di essere il migliore di tutti, pertanto deve prevalere e deve comandare, sempre.

Per poterci riuscire usa tutti i mezzi, perfino l’inganno, per far sì che il fratello Esaù, essendo nato per primo, perdesse il diritto della primogenitura.

A parte che i due gemelli mostravano di essere in lite già dal grembo materno, il fatto si presenta in maniera molto chiara al momento della nascita. Anche se inconsapevolmente, Giacobbe mostra di voler prevalere, trattenendo con la mano il calcagno di Esaù, come a voler dire: “Vai indietro, io devo arrivare per primo alla luce”.

Tale tipo di lotta è poi proseguita lungo la vita, sino al punto molto grave – e questa volta consapevolmente – di ingannare il padre cieco e morente. Si presenta a lui spacciandosi per Esaù, offrendogli il piatto preferito che gli aveva richiesto e strappandogli la benedizione, cosa che gli riconosceva il privilegio della primogenitura, e che, una volta ricevuta, non sarebbe stata più revocabile.

In forza di tutto questo, come elemento permanente esercitato nella sua vita, possiamo ben dire che Giacobbe non era una persona libera.

A questo punto possiamo domandarci dove consista la differenza fra Giacobbe ed Esaù per definire quale tipo di libertà essi vivevano e come la esercitavano.

Essere persone libere

Il fratello Esaù, certamente, era più libero. Infatti, non era morbosamente attaccato al primato, era meno egoista e meno individualista, preferiva coltivare maggiormente i lavori manuali, a differenza di Giacobbe che stava a casa, dove lavorava più di cervello e di astuzia, proprio per trovare il modo di ingannare padre, madre e fratello.

Di fronte ad un tipo come Giacobbe, nessun patto avrebbe potuto avere valore ed efficacia, per cui Giacobbe – allo scopo di poter godere della lunga discendenza promessagli dal Signore - doveva convertirsi.

Lo strumento di cui il Signore si serve è quello delle prove, delle difficoltà e delle sofferenze. La prova decisiva è stata quella di dover vivere una fortissima lotta, nella quale si è sentito tremendamente solo, come abbiamo ascoltato: “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora”.

Dalla lotta, anche se umanamente perdente in quanto ne esce ferito e zoppicante, di fatto è interiormente vincitore, in quanto finalmente convertito.

Di qui il cambio del nome impostogli dal Signore, come dice il testo: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e gli uomini e hai vinto”.

Israele, infatti, vuol proprio dire: “Dio vince”.

Noi siamo vincitori quando in certe situazioni ci arrendiamo, quando non contiamo più su noi stessi, quando mettiamo tutto nelle mani di Dio, quando ci fidiamo solo di lui.

Ed è proprio vero, con Dio si vince anche quando umanamente si perde.

Solo a questo punto il patto del Signore con Israele può funzionare e può essere rinnovato quello che era stato promesso ad Abramo, quello di avere una lunga discendenza.

La cosa è meglio comprensibile successivamente, allorquando leggiamo che Dio apparve un'altra volta a Giacobbe, benedicendolo: “Dio gli disse: Il tuo nome è Giacobbe. Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele sarà il tuo nome.

Dio gli disse: Io sono Dio onnipotente. Sii fecondo e diventa numeroso, popolo e assemblea di popoli verranno da te, re usciranno dai tuoi fianchi.

 Il paese che ho concesso ad Abramo e a Isacco darò a te e alla tua stirpe, dopo di te, darò il paese”.

A questo punto dovremmo proprio poter ben dire che le varie prove e sofferenze della vita sono un dono, cosa che del resto riconosce anche don Alberione quando dice: “La Famiglia Paolina è frutto di tanti sacrifici”.

Siamo persone libere quando possiamo dire: “Signore, io faccio la parte che mi chiedi. So che vale poco o niente, ma metto tutto nelle tue mani, perché con te tutto è possibile”.

Solo così può iniziare a funzionare la matematica di Dio.

L’esercizio della matematica di Dio

In cosa consiste e come funziona la matematica di Dio?

Prima di entrare a riflettere su di essa, faccio notare che anche in Alberione c’è stato il cambio di nome, come per Giacobbe, anche se di fatto è avvenuto per sua iniziativa, ma come segno di qualcosa di più profondo.

Lo ha espressamente manifestato il 26 luglio 1930, scrivendo alle Figlie di San Paolo.

In tale lettera, dopo averle ringraziate per le preghiere e le offerte inviate in occasione dell’onomastico in quanto è le la festa di San Giacomo, chiede che per l’avvenire si festeggi come suo onomastico il giorno di San Giuseppe.  

Dunque religiosamente non si chiamerà più Giacomo - che di fatto avrebbe la stessa radice di Giacobbe - ma si chiamerà Giuseppe. Quindi non uno che crede di valere qualcosa in se stesso, ma solo confidando in Dio. Ed infatti Giuseppe significa: “Dio aggiunge, Dio fa crescere”.

Ed ecco l’esercizio della matematica di Dio. E’ quella che sempre aggiunge e fa crescere, che sempre addiziona e moltiplica.

Ci accorgeremo che Dio fa precedere le nostre azioni – che da sole valgono zero - con altri numeri che lo precedono, tali da addizionare e moltiplicare a dismisura la nostra insignificante azione.

Solo a questo punto comprendiamo il patto: “Noi facciamo una cosa e Dio vi aggiunge; noi diamo uno e lui ci dà il risultato di quattro e più”. E questo, sempre con una percentuale non di sconto ma sempre di aumento.

Però, tutto avviene solo se non contiamo in noi stessi, se ci consideriamo perdenti, se sappiamo mollare mettendo tutto nelle sue mani, come è successo a Giacobbe.

L’effetto della lotta di Giacobbe, infatti, è stato che vi è entrato sano e ne uscito zoppicante, e quindi con limiti, ma nessuna paura, perché il Signore continua a dirgli: “Farò di te una grande nazione”.

È proprio quello che sottolineerà san Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. Ed è anche quello esprimiamo nel segreto di riuscita: “Ci vediamo debolissimi, ignoranti, incapaci, insufficienti in tutto”.

Ebbene, questa è la prima caratteristica del patto, quella che abbiamo chiamato la sua “fecondità”, quella che sempre troviamo espressa negli episodi biblici e nella storia della Chiesa.

Ed ecco: Abramo sarà padre di una lunga discendenza; Israele sarà padre di molti popoli; san Paolo sarà l’apostolo delle genti; Alberione avrà una discendenza che non si potrà contare, raffigurata dall’immagine da lui espressa: un “alberone”;

Sarà quella che noi esprimiamo nel canto: “Guarda le stelle del cielo, Alberione uomo di Dio, conta i granelli di sabbia: così sarà la tua famiglia”;

Sarà per la dottrina imperniata sul Cristo “totale”, in quanto è il: “Gesù Maestro, Via e Verità e Vita”.

Ebbene, questa è la fecondità della Famiglia Paolina, valida per ognuno di noi se siamo veramente liberi.

La seconda caratteristica

Dopo che Israele ha lottato, dopo che ha vinto sia pur perdendo, dopo aver ricevuto la conseguente promessa di fecondità con una lunga discendenza, ora ha bisogno di accogliere e riconciliarsi con il fratello, ha bisogno di fare comunione.

È quanto raccontato nel capitolo seguente della Genesi e che vi leggo senza commenti: “Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini.

Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave; mise in testa le schiave con i loro figli, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe.

Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.

Poi alzò gli occhi e vide le donne e i fanciulli e disse: «Chi sono questi con te?».

Rispose: «Sono i figli di cui Dio ha favorito il tuo servo».

Allora si fecero avanti le schiave con i loro figli e si prostrarono. Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono.

Domandò ancora: «Che è tutta questa carovana che ho incontrata?».

Rispose: «E' per trovar grazia agli occhi del mio signore».

Esaù disse: «Ne ho abbastanza del mio, fratello, resti per te quello che è tuo!».

Ma Giacobbe disse: «No, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito.

Accetta il mio dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!». Così egli insistette e quegli accettò”.

Applicato a noi, non basta prospettare la nostra fecondità con la testimonianza della vita e con l’apostolato, ma siamo chiamati anche a fare comunione, per far sì che il “Segreto Patto” possa funzionare nel migliore dei modi, altrimenti rimarrebbe ancora non pienamente efficace.

La piccolezza evangelica

A questo punto, ci domandiamo: Come riuscire ad essere fecondi e come riuscire a fare comunione?

Si tratta di mettere in pratica il succo del Vangelo che consiste nella continua “conversione”. Sono le parole di Gesù all’inizio il suo ministero, allorquando dice: “Il Regno di Dio è vicino: Convertitevi e credete al Vangelo”.

Ed quello che Gesù chiede anche a don Alberione: “Abbiate un cuore penitente, vivete in continua conversione”.

È quanto già abbiamo cominciato a riflettere nella scorsa meditazione.

Oggi ci domandiamo meglio cosa sia, e come si ottenga la “conversione”.

Per riuscirci è necessario impegnarci a vivere un certo tipo di “piccolezza”.

Ecco come Gesù lo esprime: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”.

Con questo comprendiamo che “conversione” e “piccolezza” sono inseparabili.

Quante volte Gesù ripete lo stesso concetto!

Ecco alcune altre espressioni:

“Lasciate che i bambini vengano a me perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”;

“Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande;

“Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intellettuali e le hai rivelate ai piccoli”.

Questo tipo di piccolezza è chiamata: “Piccolezza evangelica” ed anche: “Infanzia spirituale”, messa in pratica e resa quanto mai evidente nella vita di Santa Teresa del Bambino Gesù.

La piccolezza non è sinonimo di umiltà, come alcuni pensano, e tanto meno di puerilità, come alcuni fraintendono, ma è la sintesi armoniosa di tutte le virtù che compongono l’amore: umiltà, fiducia, abbandono, serenità, mansuetudine, dolcezza, gioia, distacco, disinteresse, generosità, sincerità, docilità, disponibilità, donazione di sé, e quant’altro.

Però è necessario che tutto questo sia praticato con semplicità e naturalezza, senza ostentazioni, senza forzature, senza complicazioni.

Per analogia, il cammino per vivere la piccolezza evangelica è il rovescio di quello che avviene nella vita umana.

In quella umana si parte dal grembo della madre, totalmente dipendenti da lei, per poi nascere e rimanere ancora abbastanza dipendenti ma con un graduale distacco, sino ad acquistare di mano in mano una totale indipendenza, tanto da essere autosufficienti.

Nella vita soprannaturale, invece, avviene il procedimento inverso.

Il cammino di crescita della vita spirituale tanto più si realizza quanto più aumenta la consapevolezza della propria insufficienza, per cui sempre più aumenta il bisogno di appoggiarsi a Dio e a Dio solo.

Ecco perché quanto più si cresce spiritualmente e tanto più si dovrebbe sentire l’esigenza di farci “piccoli”, fino a raggiungere il massimo grado di “piccolezza”, analoga a quella del bambino nel grembo della madre, dove, come detto, il bimbo è del tutto dipendente.

Da ciò nasce la nostra consapevolezza che siamo totalmente dipendenti da Dio, che per noi solo Lui è tutto, e che noi siamo nulla senza di Lui.

È ben comprensibile, a questo punto, l’espressione del salmo: “Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre”.

Per riuscire in questo è necessario rinnegare se stessi, come afferma Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Questo rinnegare se stessi non sta nell’abbattere l’io, ma nell’esaltarlo immergendolo totalmente in Dio. Infatti, Dio e l’uomo non si pongono in opposizione o in antitesi, ma in comunione.

Il procedimento è analogo all’innesto fatto in una pianta. Essa lascia il vecchio ramo rustico ed infruttuoso per averne uno nuovo. Con questo la pianta non ci perde, non continua a rendere poco e malamente, ma ci guadagna potendo ora donare frutti belli e saporosi.

Ebbene, non è questo il livello su cui poggia il segreto di riuscita?

Infatti, lo esprimiamo così: “Ci vediamo debolissimi, incapaci, insufficienti in tutto”.  

Ma è proprio a questo livello che si manifesta la nostra vera fede, perché non contando su noi stessi, abbiamo la necessità di appoggiarci solo su Dio.

Ce lo fanno comprendere le varie espressioni di Paolo:

“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”;

“Quando sono debole è allora che sono forte”;

“Mi vanto volentieri della mia debolezza, perché in essa agisce la potenza di Cristo”;

“Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla tutte le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”.

Solo se crediamo a queste espressioni e se cerchiamo di viverle in concreto, scatta la “moltiplica” espressa nel “Segreto di Riuscita”.


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