Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
20 novembre 2019 * Gesu Cristo Re
itenfrdeptrues

Il carro agricolo.1 2019
Settima riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 10 novembre 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con riferimento a come vivere la similitudine del Beato Alberione riferentisi al carro composto di quattro ruote
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Premessa
Gesù, per far meglio capire i suoi insegnamenti, utilizza le parabole.
Don Alberione, per far meglio conoscere la solidità della spiritualità e dell’azione apostolica paolina, fa altrettanto. Questo gli serve anche per far comprendere meglio dove poggia il Segreto di riuscita.
Ed ecco che a tale scopo porta la similitudine del carro.
Con questo paragone fa riferimento ai carri trainati da buoi, molto comuni nel Piemonte del suo tempo; essi avevano quattro ruote.

L’ideale del paolino deve portare al pieno sviluppo della propria personalità in ogni sua dimensione: naturale, soprannaturale e apostolica.

Tale personalità è sintetizzata, appunto, nelle “quattro ruote”.

Esse sono essenziali e devono muoversi in sintonia, affinché la vita proceda in modo equilibrato per svolgere la missione secondo il piano di Dio.

Ed ecco le parole testuali di Alberione: "La vita paolina è come un carro poggiato su quattro ruote: pietà, studio, apostolato, povertà".

Queste "quattro ruote", non sono altro che l’immagine dei diversi aspetti della vita spirituale e del percorso formativo, per giungere ad un efficace apostolato.

Ecco altre sue parole: «Quanto alla formazione, vi è la parte, in primo luogo, spirituale, lo spirito; secondo, lo studio, l’istruzione; terzo, l’apostolato; quarto, la formazione umana e soprattutto cristiana e religiosa. Le quattro parti sono come le quattro ruote del carro».

Ma, per evitare malintesi e deviazioni, è necessario capire bene il senso dell’immagine.

Tali aspetti devono essere presenti nel giusto dosaggio, in un continuo equilibrio, salvando i due valori importanti che si completano a vicenda: la stabilità e il movimento.

La stabilità è quella che assicura l’equilibrio e la fermezza, cose indispensabili, altrimenti si sfascerebbe tutto il carro.

Il movimento sta a significare il cammino, il procedere verso una meta, senza alcuna sosta. Le quattro ruote devono muoversi tutte insieme per un avanzamento equilibrato e sicuro.

Infatti, ciascuna ruota è parte integrante del carro. «Dimenticando una ruota – dice Alberione - o non si procede, o va verso precipizio tutto il carro».

Però, con questo, non tutte le dimensioni si trovano allo stesso livello.

Uno dei livelli consiste nel fine da raggiungere, nella missione da compiere; questo avviene per mezzo dell’apostolato.

Altri due livelli consistono nei mezzi che aiutano ad essere e a mantenersi all’altezza per compiere bene la missione. Il primo di questi avviene attraverso lo studio, cioè attraverso la formazione e la crescita umana e spirituale; il secondo attraverso la povertà, cioè attraverso la consacrazione ed una vita di comunione fraterna che aiuta a vivere in tale dimensione.

Infine, ed è il livello più importante, è trovare la forza e la necessaria lubrificazione per le ruote stesse, e questo avviene attraverso la pietà, la quale non è altro che la vita di comunione con Dio.

Nessuna di queste - pietà, studio e povertà - sono fine a se stesse, ma tutte sono finalizzate alla missione da compiere.

In questo senso potremmo immaginare “le ruote” come quattro elementi che stanno ai quattro angoli della base di una grande piramide: più salgono verso il vertice, più si avvicinano tra di loro, sino ad intrecciarsi, sino ad identificarsi, sino a diventare la stessa cosa quando arrivano al vertice.

Il vertice di cui stiamo parlando è quello indicato Paolo nella lettera agli efesini, si tratta di raggiungere: “La misura che conviene alla piena maturità di Cristo”.

Oggi ci soffermiamo sulle prime due, seguendo la scaletta composta da don Alberione, quello della pietà e quello dello studio.

Il primo aspetto: la pietà

Noi solitamente utilizziamo il termine “preghiera”, intendendo per essa le formule che recitiamo, convinti di aver pregato molto, quando abbiamo recitato molte formule.

Don Alberione, per evitare equivoci, non usa questo termine, preferisce usare quello di “pietà”, in quanto è più completo ed è molto più ricco di significato. Per lui la pietà va intesa come vita interiore, vita spirituale, vita santa, vita di relazione con Dio.

Pertanto, la vera pietà non consiste nella quantità delle formule di preghiera, denominate “pratiche di pietà”, ma consiste nel vivere Gesù Via, Verità e Vita: “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Ma questo asserzione è da intendere bene. Per comprenderlo usiamo una analogia.

Non è la catasta di legna accantonata, anche se ben tagliata e asciutta, che di per se stessa illumina e riscalda. Non servirebbe a nulla se mancasse il fuoco.

Ma anche il fuoco come arderebbe e come si alimenterebbe se mancasse la legna?

Come si vede, le due realtà sono interdipendenti.

Applichiamo alla nostra preghiera. Essa che valore avrebbe se mancasse il fuoco dello Spirito, se non fossimo in stretta relazione con Dio?

Ma come farebbe lo Spirito ad agire in noi, se mancassero le pratiche di pietà?

La conclusione è che anche le pratiche sono necessarie, perché servono a mantenere e ad alimentare la vita di pietà.

Pertanto, la preghiera è da intendersi non tanto come formule o pratiche, ma come “spirito di preghiera”, cioè come una abituale disposizione di umiltà e di confidenza nel Signore, al fine di non perdere mai la nostra stretta relazione con lui, tale che ci possa illuminare e rafforzare continuamente nella vita.

In tale senso, le pratiche di pietà sono necessarie e servono per aiutarci nel mantenere lo spirito di preghiera.

Tornando alle quattro ruote, la conclusione è che tra esse, la preghiera è la ruota più importante perché ci mette direttamente in questa relazione con Dio.

È per tale motivo che don Alberione afferma: «La preghiera prima di tutto, soprattutto, vita di tutto».

Ed ancora: “Finché non si ritiene necessaria la preghiera, così come il pane e l’aria per vivere, saremo insufficienti, vuoti, volubili”.

Ed in altra occasione: «La preghiera è come il sangue che parte dal cuore, attraversa tutte le membra nutrendo e vivificando l’intero organismo. Essa deve avere influenza sull’apostolato, sulla ricreazione, sullo studio, su tutto quello che si fa, su tutte le azioni, come il sangue che deve scorrere in ogni parte dell’organismo per vivificarlo e renderlo attivo».

Lo stile della preghiera

Inoltre, ci insegna anche lo stile della preghiera.

Afferma che la essa deve concentrare tutte le nostre attività, deve mettere in moto tutte le nostre facoltà. In altre parole, deve essere tutta la persona a pregare e orientarsi a Dio.

A tale scopo, perciò, sono molto importanti anche gli atteggiamenti del corpo: in ginocchio, in piedi, seduti, occhi socchiusi, mani congiunte, mani incrociate sul petto, mani alzate.

Questo vale per ogni cristiano. Don Alberione, però, dice che la nostra preghiera non può essere come quella degli altri, non può rimanere una pietà comune, ma deve avere il “colore paolino”.

Come è da intendere il colore paolino?

Ecco le sue parole: “La Famiglia Paolina aspira a vivere integralmente il Vangelo di Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, nello spirito di san Paolo, sotto lo sguardo della Regina degli apostoli”.

Vivere integralmente il Vangelo è la spiritualità di ogni cristiano, ma il paolino deve viverla con la profondità con cui la insegnò e la visse san Paolo.

Attenzione, però, a non fraintendere!

Non è san Paolo il centro della spiritualità paolina, egli è solo il modello principale da imitare. Lo si imita nel vivere quanto da lui affermato: “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Pertanto, ciò premesso e come sua conseguenza, don Alberione dice che la Famiglia Paolina non ha devozioni singolari e strane; non dobbiamo riempire la nostra vita di pietà con devozioni varie, andandole a ricercare chissà dove, partecipando ad ogni gruppo di preghiera che incontriamo, come se solo attraverso questo mezzo trovassimo la soluzione dei nostri problemi.

La pietà paolina sta nel vivere bene quelle essenziali, perché sono proprio esse la soluzione di tutto.

Afferma che queste devozioni sono: “Cristo Maestro, Via, Verità e Vita; Maria Regina degli apostoli; san Paolo apostolo”.

Inoltre, riferendosi a Cristo, in modo particolarissimo insiste sulla devozione eucaristica, perché in essa sta la devozione delle devozioni, come dalle sue espressione da noi tante volte citate: «Siete nati dall'Ostia e finché l'Istituto si manterrà nello spirito della primitiva aspirazione, conserverà il suo vigore, continuerà a compiere la sua missione: luce dal Tabernacolo, forza dal Calice, grazie e guida dall'Ostia».

Ed ecco altre sue espressioni sul tema della pietà: «Dio vuole l’azione e la vita interiore ma fuse insieme, in modo tale che la vita interiore preceda l’azione. Prendere da Gesù per dare alle anime, prendere dal cielo per dare alla terra.

Mosè prima sale sul monte e ascolta la voce di Dio e poi discende e comunica la volontà di Dio al popolo. La vita di apostolato senza vita interiore è inutile e dannosa; ma unita e pervasa dalla vita interiore è vantaggiosa e per l’apostolo e per le anime».

Ed ancora: «Lasciare la preghiera per fare più opere è un rovinoso ripiego. Il lavoro fatto a scapito della preghiera non giova a noi né agli altri; perché toglie quello che si deve a Dio».

Di qui, pertanto, la nostra capacità di saper armonizzare la contemplazione e la vita attiva. Se con la preghiera diveniamo pieni di Dio, porteremo frutto ovunque e in ogni circostanza, senza tante parole. Si realizzerà quello che con una formula chiede don Alberione: “Che la mia presenza, ovunque porti grazia e consolazione”.

Sono proprio queste le due attività inseparabili – contemplazione e azione - che ci santificano e che, nel contempo, ci fanno assomigliare a san Paolo.

Il secondo aspetto: lo studio

La seconda "ruota" è lo studio, ma attenzione!

Il concetto di studio – nell’insegnamento di don Alberione – è molto più ampio di come potremmo pensare noi, perché va oltre determinate materie da studiare. Per esse si possono acquistare anche titoli di studio, ma di fatto non valgono più di tanto.

Si tratta, invece, della formazione generale di tutta la persona, di una crescita integrale di tutta la persona.

Nella Famiglia Paolina non si studia per studiare, non si studia per ambizione e vana gloria, non si studia per avere un titolo, ma perché tutto serva per acquistare una concreta esperienza di vita e così poter aiutare meglio gli altri.

È proprio quello che dice anche san Bernardo, parole che mi piace riportare:

“Vi sono di quelli che vogliono imparare al solo fine di sapere, ed è vana curiosità;

Di quelli che vogliono imparare per essere stimati, ed è turpe vanità;

Di quelli che vogliono imparare per vendere la loro scienza a fine di guadagno o di onore, ed è una specie di negozio;

Ma vi sono di quelli che vogliono imparare per santificarsi, ed è prudenza santa”.

Pertanto, il frutto dello studio non è principalmente quello dell’arricchimento intellettuale, anche se necessario come fra poco diremo, ma quello della testimonianza di una vita coerente.

Ogni studio, ogni aggiornamento di cui ci si arricchisce, è per essere apostoli.

Deve servire per capire l’uomo di oggi, per entrare in comunione con lui, per potergli trasmettere efficacemente i tesori della fede, della morale e della grazia.

Ecco come lo sottolinea Alberione: "Ogni aspetto di verità, di bellezza, di bontà, di dinamismo che si trova nelle cose e in tutto l’universo, nelle situazioni umane, nella scienza, nelle arti e in tutte le realtà terrene e in particolare nell’uomo e nella storia: tutto è segno e via per il mistero di Cristo".

Pertanto, nella Famiglia Paolina lo studio è fatto per conoscere come poter comunicare Cristo e il suo Vangelo al mondo di oggi in maniera accettabile ed efficace, come ancora sottolinea Alberione: «Nessuna più grande ricchezza si può dare, a questo mondo povero ed orgoglioso, che Gesù Cristo».

Si tratta, allora, non solo di valorizzare la cultura, ma anche l’intelligenza, senza contraddirci su quanto pocanzi detto.

L’intelligenza unitamente alla memoria sono doni grandi. Funzionano bene quando sono aperti, mentre diminuiscono quando si usano poco o si utilizzano solo pensando a se stessi e alle proprie cose.

Dice ancora Alberione: «Molti amano di sapere, ma non di studiare. La fatica mentale grava di più della fatica fisica, anche per la salute. Perciò la costanza nello studio ed un metodo ben seguito richiedono fortezza e carattere»

Ciò premesso, si comprende come don Alberione preferisca un altro termine, più dinamico.

La studiosità

Come nella prima ruota abbiamo detto che in luogo di “preghiera” preferisce il termine “pietà”, così ora in luogo di “studio”, preferisce quello di “studiosità”, affermando che pietà e studiosità si armonizzano a vicenda.

Racconta che tutto gli fu scuola, fin dai primi anni passati nella cascina agricola di Cherasco. In questa studiava, pregava e si univa alla famiglia nel lavoro dei campi.

Anche da seminarista, a casa per le ferie in estate, aiutava il padre nel lavoro, ed accompagnava il fratello Tommaso al pascolo. Tommaso stesso racconta che lo osservava con curiosità, meravigliandosi di vederlo serio lavoratore, diligente studioso, un poco eremita, che diceva di volersi fare prete.

Dirà che non dimenticherà mai quelle persone che, nella sua giovinezza, gli hanno impresso l’amore per il libro, con queste parole: “La loro conversazione mi affascinava: musica, letteratura, storia, filosofia. Credo di avere appreso da loro il valore e la gioia del libro e della lettura”.

In altre occasione dirà: “Chiediamo al Signore la grazia di acquistare la virtù della studiosità. Preghiamo per gli insegnanti, per gli scolari, per tutti, affinché ognuno si impegni con buona volontà a imparare ogni cosa che si presenta da imparare e che secondo il proprio ufficio è bene imparare”.

Che cosa si intende per virtù della studiosità?

Prosegue don Alberione, come eco di quanto pocanzi abbiamo udito da san Bernardo: “La studiosità è la virtù che regola la nostra tendenza a sapere e anche il nostro istinto naturale.

Da una parte essa porta a imparare ciò che è necessario per la vita e per l’eterna felicità, e dall’altra questa virtù tempera e modera l’istinto di curiosità, affinché noi ci teniamo sempre sulla via retta e santifichiamo la mente.

La mente! Il lume che il Signore ha acceso nell’anima nostra, la ragione. E che noi sempre più tendiamo alle cose sacre! Imparare!

Ecco quindi la scuola, ecco quindi lo studio. Imparare tutto quello che è necessario per corrispondere alla nostra vocazione. Imparare... Imparare!”.

In queste parole troviamo l’eco anche di quanto ai suoi tempi asseriva Francesco d’Assisi, perché alcuni frati volevano persuaderlo a seguire i consigli dei frati dotti e a lasciarsi qualche volta guidare da loro.

E lui, di rimando: “Per mezzo della vostra stessa scienza e sapienza Dio vi confonderà.

Non voglio che mi nominiate altre regole, né quella di sant’Agostino, né quella di san Bernardo o di san Benedetto.

Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un “novello pazzo”.

Il Signore non vuole condurci per altra via che quella di questa scienza”.

Tornando all’Alberione, ecco che egli con il termine di “studiosità” intende l’impegno per un aggiornamento continuo, ovviamente attinto dal Vangelo, in modo da riuscire a parlare non solo di religione, ma di tutto cristianamente.

Per cui ripeteva che, come la “pietà” deve portare alla santità della vita, così la “studiosità” deve portare alla santità della dottrina, cioè non al nostro pensiero ma a quello di Dio.

La studiosità è la ricerca continua ed è l’impegno costante per realizzare un’armonia nella realtà del proprio essere. Non ha scadenze, ma è aperta per tutta la vita e per ogni novità che la vita ci offre ogni giorno.

La studiosità è un continuo ascolto per conoscere la verità dettata dal Signore; è la capacità di spogliarsi del proprio sentire per accogliere la presenza e l’esperienza di altri, valorizzando ciò che può giovare alla crescita in maturità umana e apostolica.

Chi è amante della studiosità è attento a tutto e a tutti, sa ben discernere il bene dal male, sa assumere quello che vale e sa escludere l’effimero e il superficiale, ed inoltre non spreca ma sa ben utilizzare il tempo.

Tutto questo avviene nel saper leggere e interpretare i “segni dei tempi”. Ma, per non sbagliare nell’intenderli, è necessario farsi illuminare dalla Parola di Dio, fermandoci a riflettere su di essa perché lo Spirito faccia comprendere la verità tutta intera. 

Ovviamente, anche qualsiasi altra buona lettura può essere utile.

A tale scopo don Alberione dà questo consiglio: «Avere sempre con noi un libro, cui far ricorso nei brevi momenti liberi; è di considerevole aiuto, per tenerci aggiornati e per accrescere cognizioni utili».

Concretamente, e applicato alla vita laicale quale la vostra, uno degli aspetti della studiosità è quello di essere competenti nel proprio mestiere, nel lavoro e nell’esercizio della professione. E non solo, ma anche e soprattutto nello svolgerlo bene, con onestà e per un servizio reso al bene di tutti.

Anche se esercitiamo solo questo, è già una testimonianza di vita, è già apostolato, cosa che ci fa giungere alla terza ruota con la riflessione che faremo al prossimo ritiro.

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