Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
25 gennaio 2020 * Conv. di S. Paolo
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Il carro agicolo.2 2019Ottava riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 8 dicembre 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con riferimento a come vivere la similitudine del Beato Alberione riferentisi al carro composto di quattro ruote

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Premessa
La scorsa volta abbiamo cominciato a riflettere su una immagine tanto cara a don Alberione, quella del carro con “quattro ruote”; cosa che lui vede necessaria per vivere in pienezza la spiritualità paolina e, di conseguenza, per godere i frutti del patto di riuscita.
Abbiamo visto come esse stanno a significare: la pietà, lo studio, l’apostolato e la povertà.
Abbiamo pure detto che il carro, nel contempo, ha bisogno di stabilità e di movimento, ha bisogno di essere solido ed equilibrato in se stesso, ma nel contempo anche in continua attività.
È chiaro che non stiamo dando ai termini “stabilità” e “movimento” e “attività” un significato fisico, ma un valore morale, espresso per analogia.

Questi elementi sono necessari e devono funzionare continuamente insieme, altrimenti il carro non procederebbe e si sfascerebbe, senza raggiungere la meta.

È l’espressione di Alberione: Dimenticando una ruota, o non si procede, o va verso precipizio tutto il carro”.

L’altra volta ci siamo soffermati sulle prime due: la pietà e lo studio.

Oggi rifletteremo sulle altre due, cioè sull’apostolato e sulla povertà.

Apostolato aggiornato ai tempi

I discepoli più vicini a Gesù sono chiamati “apostoli”, cioè “inviati”. Ricevono l’incarico in maniera ufficiale nel giorno dell’Ascensione: “Andate in tutto il mondo, fate cristiani tutti i popoli”. 

Questo è il compito che si estende a tutta la Chiesa, è valido per ogni cristiano, ed è quello che chiamiamo “apostolato”.

Pertanto, esso non è monopolio di nessuno, appunto perché è il compito di ogni battezzato, anche se di fatto ognuno ha uno specifico ruolo, eseguito e proporzionato ai doni ricevuti da Dio.

Agli appartenenti ad istituti di vita consacrata, ad esempio, viene affidato l’apostolato derivante dall’esercizio del proprio carisma.

In questo caso, qual è la forma di apostolato di “colore paolino”, ed in particolare quello specifico degli appartenenti all’ISF?

Per tutti è quello che don Alberione indica con l’espressione: “Fare a tutti la carità della verità”.

Certamente la carità sta al di sopra di tutto, ma gli atti di carità non possono essere messi in pratica da tutti ed in tutto, ma ognuno deve prediligere quelli richiesti dalla propria appartenenza.

A noi è richiesto il dono della “Verità” con la lettera maiuscola. Essa è una persona, è Gesù Cristo, come lui stesso si è definito. Pertanto la nostra opera di carità specifica è, innanzitutto, l’annuncio di lui, del vangelo di salvezza.

Questo non vuol dire che non possiamo compiere altre forme di carità che meglio ci aggradano, o quelle suggerite dalla Caritas diocesana o parrocchiale; però questo non sarebbe il nostro specifico e ad esse non è applicato direttamente il patto di riuscita, a meno che non sia esplicitamente richiesto dal Vescovo o superiori.

Inoltre, il nostro specifico è pure da intendersi in maniera molto ampia, cioè con apertura a tutto il mondo, a imitazione di Paolo, che è denominato “l’apostolo delle genti”.

Gli appartenenti all’ISF, come possono vivere questo tipo di carità?

Essi, innanzitutto, lo vivono nell’ambito della propria famiglia, e poi lo aprono a tutte le famiglie, ma soprattutto ai fidanzati e alle giovani coppie, soffrendo di non poter riuscire sempre a fare, ma godendo che altri possano fare più e meglio di noi. Se mancasse questo, non avremmo lo spirito universale.

Quali mezzi sono indicati per questo apostolato?  

Atteso che Gesù deve arrivare a tutto l’uomo e a tutti gli uomini del nostro tempo, don Alberione suggerisce di non allontanarsi assolutamente dal carisma proprio, anche per avere il risultato legato al segreto di riuscita.

Proprio in forza di questo carisma, nasce l’esigenza dell’assunzione dei mezzi più celeri ed efficaci che esistono e che di mano in mano verranno scoperti, tenendo presente e non ignorando i pericoli che ne possono derivare dall’uso, ma nel contempo nel saperli usare bene, per scopi buoni, soprattutto per diffondere la verità del Vangelo.

È inutile scagliarsi solo contro i pericoli. Di fatto ci sono e non sono pochi, ed è per questo che dobbiamo accostarvisi con senso critico, scartando il negativo ed utilizzandoli bene in positivo.

Oggi, cosa avrebbe detto e fatto don Alberione con i mezzi attualmente in voga, cosa che ai suoi tempi neppure erano immaginabili?

Rimarrebbe in un ascolto fedele alla Chiesa, che tra l’altro ha istituito la giornata annuale delle comunicazioni sociali, sempre preparata ed accompagnata da un appropriato messaggio del Sommo Pontefice, nel quale fa presenti i gravi rischi che ne derivano o che ne possono derivare, ma nel contempo anche il dovere di utilizzarli per il bene, suggerendone anche le modalità.

Ebbene, come a suo tempo don Alberione ha accolto l’invito del Papa Leone XIII, così oggi avrebbe continuato a seguire l’invito dei Sommi Pontefici e del Magistero della Chiesa.

Certamente sarebbe stato in sintonia con Giovanni Paolo II che ha definito i media:

“Il primo areopago del tempo moderno. Esso sta unificando l’umanità rendendola, come si suole dire, un villaggio globale”, nonché a quanto ripetutamente espresso da Benedetto XVI nei messaggi per la giornata ecclesiale delle Comunicazioni.

Ed infine sarebbe stato in perfetta sintonia pure con l’attuale Papa, condividendo quanto recentemente ha espresso nella Esortazione Apostolica “Christus vivit”.

La Esortazione Apostolica

Dalla “Christus vivit” ci rendiamo conto che vi è una cosa fuori discussione, si dica quel che si voglia dire, che cioè stiamo tutti vivendo un dato di fatto, stiamo assistendo all’avvento di una società dell’informazione che è una vera e propria rivoluzione culturale.

Dall’uso degli strumenti di massa classici come la carta stampata, e poi il cinema, la radio, il telefono, la televisione, siamo entrati negli ultimi decenni, con il computer e la rete internet, in una nuova era.

Il computer ha raccolto in sé i vari linguaggi dei media precedenti: scrittura, immagine, suono, video, grafica, ed ha dato origine alla tecnologia digitale.

Questo fatto, se da una parte suscita crescente interesse, dall’altra desta una vera preoccupazione per i motivi legati sia al tipo di messaggi che vengono trasmessi, sia alla nostra incapacità di esercitare un genuino atteggiamento critico.

Infatti, prima di accogliere tutto ad occhi chiusi, dovremmo essere consapevoli dei rischi a cui andiamo incontro.

Perché diciamo questo?

Perché una volta la comunicazione dei mass media classici poggiava su un modello in cui si distinguevano i comunicatori/emittenti (in realtà pochi) dai riceventi/spettatori (in realtà molti), ed era quindi unidirezionale e prevalentemente recettiva.

Oggi non è più così. La comunicazione dei media digitalizzati è personalizzata e pone al centro non più l’emittente, ma l’utente.

Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo per comunicare ed un nuovo modo per stabilire legami, tra l’altro anche molto rischiosi e pericolosi, proprio come sottolinea la Esortazione del Pontefice.

Riepiloghiamo alcune di queste sue espressioni.

L’ambiente digitale è un territorio di solitudine, di manipolazione, di sfruttamento e di violenza.

I media digitali ci possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche.

Bisogna stare in guardia dal fatto che in esso operano giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo tanto sottili quanto invasive, creando meccanismi di manipolazione delle coscienze e del processo democratico.

Tutto quello che esprimiamo con questi mezzi, è sotto controllo: non sfugge nulla e non sappiamo quale sia l’uso che ne fanno.

Il funzionamento di molte piattaforme finisce spesso per favorire l’incontro tra persone che la pensano allo stesso modo, ostacolando il confronto tra le differenze. Questi circuiti chiusi facilitano la diffusione di informazioni e notizie false, fomentando pregiudizi e odio.

Come si vede, il pericolo è molto grave – lo sottolinea fortemente - soprattutto per le giovani generazioni, se esse non sono educate al buon uso, al senso critico, al non farsi condizionare, rimanendo nell’esercizio di una vera libertà.

Poi scende al concreto, dice che pur tuttavia vi sono giovani che anche in questi ambiti sono creativi e a volte geniali.

A tal proposito cita il caso del giovane venerabile Carlo Acutis, che ha voluto trasmettere la persona di Gesù ed il suo Vangelo proprio con l’informatica.

Dico per inciso che il 14 novembre 2019 è stato riconosciuto dalla commissione medica l’autenticità di un presunto miracolo avvenuto per sua intercessione, per cui l’iter verso la beatificazione prosegue nella normalità.

“Era un genio – sottolinea testualmente il Papa – perché pur senza aver compiuto studi specialistici, riusciva a realizzare programmi per il computer meglio degli accademici e ad utilizzare i mezzi di comunicazione sociale con lo scopo dell’evangelizzazione e della promozione umana”.

Con quale spirito riusciva in questo?

Vi riusciva in forza della sua intensa spiritualità.

Le colonne di questa sua spiritualità erano tre: la Madonna, amata intensamente; l’Eucarestia, a cui partecipava tutti i giorni; l’amore ai poveri, che ricercava per poter aiutare.

Per riuscire in questo servizio di carità, a casa chiedeva di mettere il cibo avanzato negli appositi contenitori, di modo che lo avrebbe potuto portare ai barboni della zona.

Inoltre, aveva l’abitudine di raccogliere le paghette settimanali che gli venivano date dalla famiglia per consegnarle ai bisognosi dell’Opera San Francesco di Milano.

Inoltre, sapeva dare il giusto peso ai soldi e si arrabbiava se volevano comprargli un secondo paio di scarpe.

Ebbene, tornando sul nostro argomento, Carlo sapeva molto bene che i meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali sono utilizzati per farci diventare soggetti addormentati, dipendenti dal consumo e dalle novità che possiamo comprare, ossessionati dal tempo libero, chiusi nella negatività.

Lui però ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza della vita.

A questo punto, permettetemi di poter dire che in lui, fatte le debite proporzioni, possiamo vedervi la figura di un nuovo don Alberione, anche per il tipo di spiritualità eucaristica e mariana che viveva. E non solo: lo possiamo anche accostare al nostro Maggiorino Vigolungo. Ambedue hanno avuto vite molto diverse nelle circostanze, brevi per la durata, ma molto simili nell’amore a Gesù e nell’entusiasmo per annunciarlo a tutti con i mezzi moderni.

Carlo, da parte sua, non è caduto nella trappola. Vedeva come molti giovani, pur sembrando diversi, in realtà finivano per essere uguali agli altri, correndo dietro a ciò che i potenti impongono loro attraverso i meccanismi del consumo e dello stordimento.

“In tal modo – affermava – questi giovani non lasciano sbocciare i doni che il Signore ha dato loro, non offrono a questo mondo quelle capacità così personali e uniche che Dio ha seminato in ognuno”.

Particolarmente poi, un’altra sua espressione è quanto mai eloquente: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”.

Per questo, esortava fortemente i giovani a non cadere in questa trappola.

Se Alberione fosse vissuto oggi

Tornando a don Alberione, rinnoviamo ancora la domanda:

Come si sarebbe comportato se fosse vissuto oggi?

Non possiamo dire cosa concretamente avrebbe fatto oggi, ma possiamo dire che certamente, in forza della fedeltà al Papa, si sarebbe trovato in piena linea su quanto abbiamo detto. Lo si deduce, ad esempio, da quanto esprimeva negli anni sessanta.

Ed ecco le sue testuali parole: Noi dobbiamo vivere i tempi, non possiamo dire che il 1960 è il 1930, o il 1914 o il 1915! Le anime a cui dobbiamo fare del bene sono quelle che troviamo oggi. Le persone che sono vissute antecedentemente sono già a destinazione, o sono salve o sono perdute. Noi dobbiamo fare del bene a chi vive oggi, e dobbiamo formare il personale paolino che vi è oggi.

Dobbiamo salvare le anime di oggi, non quelle di due secoli fa dove non c'era radio, né televisione, né cine, né altro. Questo è perché il Signore quando ha voluto la Famiglia Paolina l'ha ispirata, perché si consideri che noi non siamo del secolo passato.

Noi dobbiamo aiutare le anime di oggi nei loro pericoli, nelle loro circostanze”.

Continua dicendo ancora: “Stampa, cinema, radio, televisione abbracciano tutta la vita: individuale, familiare, sociale; intellettuale, morale, artistica; economica, politica, internazionale...

Ciascuno di questi quattro grandi mezzi di diffusione del pensiero si può paragonare ad una immensa massa d’acqua ad alto livello, la quale se viene contenuta da poderose dighe e distribuita sapientemente... può spandere la prosperità e la ricchezza nelle campagne e nelle città... Se invece precipita senza ritegno per improvvisa alluvione o rottura delle dighe diventa la rovina delle regioni sottostanti.

Così è della stampa, cinema, radio, televisione. Ognuna basta a produrre immensi vantaggi od immensi danni”.

Inoltre, don Alberione sottolinea pure che l’apostolato paolino deve essere integrale, nel senso che anche attraverso questi mezzi dobbiamo portare Cristo, ma il Cristo completo.

Cosa si intende per Cristo completo?

Si tratta che non ci basta onorarlo e farlo conoscere, prendendo a modello solo alcuni aspetti di lui, quali il Sacro Cuore, il Preziosissimo Sangue, il Capo incoronato di spine e così via, ma prendendolo nella sua interezza, cioè quale Maestro che è Via, Verità e Vita.

Si tratta allora di prendere Cristo nella sua totalità.

Ma anche il destinatario deve essere raggiunto nella sua totalità.

Si tratta di arrivare a tutto l’uomo: alla sua mente, alla sua volontà, al suo cuore.

Pertanto, dobbiamo raggiungerlo con un insegnamento completo che si manifesta nel trinomio: il dogma per la mente, cioè comunicare le cose da credere; la morale per la volontà, cioè indicare la buona condotta da praticare; la gioia per cuore, cioè l’arte di ben celebrare e vivere, per manifestare la nostra fede in lui e per ricevere da lui la necessaria grazia, in modo da essere consolati, e vivere veramente nella gioia.

Tutto questo è da raggiungere non ignorando, ma utilizzando in bene gli attuali mezzi di comunicazione.

A proposito dell’utilizzo di questi mezzi, qualcuno potrebbe obiettare di non avere la possibilità o la capacità per tale tipo di apostolato.

Ebbene, non dobbiamo dimenticare che per don Alberione l’apostolato non si limita solo a questo.

Oltre a questo tipo, detto delle edizioni e dei mezzi di comunicazione, suggerisce diversi altri apostolati, di modo che ognuno possa scegliere quello che gli è più congeniale, possibile e conciliabile con l’età e la salute.

C’è l’apostolato della preghiera in genere, e quella specifica per le vocazioni; c’è l’apostolato della sofferenza accettata ed offerta con amore; c’è l’apostolato della testimonianza di vita, manifestato nella gioia e letizia in ogni circostanza; c’è l’apostolato della parola spicciola nelle opportune occasioni; c’è soprattutto l’apostolato dell’adorazione eucaristica, di somma importanza.

Ho detto di somma importanza, perché è l’apostolato di ogni apostolato, perché è solo essa che sostiene le fatiche apostoliche, sia di quelle personali sia di quelle compiute da altri.

«Dall’Eucaristia – sottolineiamo quello che soleva ripetere Alberione - la prudenza, la semplicità, lo zelo, l’amore alle anime, alla Chiesa, la gloria di Dio e la pace degli uomini».

Quarto aspetto: la povertà

Per don Alberione il termine “povertà”, ha una propria sua originalità e supera quello che potremmo pensare noi, perché ha un senso molto più ampio.

Essa non si scosta dall’idea evangelica: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, ma ne accentua fortemente gli aspetti positivi e dinamici.

Essa sta nel valorizzare tutti i doni personali, sia di natura che di grazia, mettendoli al servizio della nostra missione e dell’apostolato.

Per lui questo tipo di povertà, che denominiamo di “colore paolino”, ha cinque funzioni: rinuncia, produce, conserva, provvede, edifica.

In altre parole, implica disponibilità, libertà e distacco da tutto ciò che può ostacolare la sequela di Cristo e per affermare il regno di Dio.

Si tratta di vivere al sommo grado la fiducia in Dio e nella sua Provvidenza. Sarà proprio in questo atteggiamento che sperimentare la parola di Gesù: “Cercate innanzitutto il regno di Dio, tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”.

Vediamo separatamente le cinque funzioni.

Rinuncia. È Gesù che lo afferma: "Chi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo".

Rinuncia all’uso indipendente delle cose che, nel vostro caso di coniugi, significa non senza la piena intesa vicendevole; rinuncia a ciò che è solo comodità, gusto, preferenza, vivendo in maniera decorosa, ma anche sobria; tiene presente che quanto possediamo è solo in uso e che di tutto dovremo rendere conto: domani davanti al Signore, ed oggi nell’ambito della famiglia e, per quanto di competenza, nell’ambito dell’Istituto.

Solo tale tipo di povertà ci rende massimamente liberi. Ci fa essere quel “di più” per riuscire a dare un di più, ci aiuta ad impegnarci maggiormente, ci aiuta a camminare più leggeri e spediti verso il cielo.

Produce. Si tratta di vivere in un continuo e assiduo impegno, sia pure proporzionato alle proprie possibilità; in una parola non ci fa perdere tempo. Praticamente, non si va mai in pensione, nel senso come concepito dal mondo, ma ci fa cercare ogni occasione per renderci utili.

Conserva. Mantiene bene le cose che ha in uso, con piena responsabilità, con attenzione e diligenza. Non dice mai che ci penseranno altri, ma fa tutta la propria parte per perfezionare la creazione di Dio. Non spreca nulla e tutto sa ben utilizzare.

Provvede. È aperto ai bisogni degli altri ed in particolare del proprio Istituto e della comunità di cui fa parte. Sa disporre le cose con prudenza, sa prepararsi a tutto con saggezza, non si muove a caso, non cammina senza motivo come vagabondo e senza una meta prefissata, ma sa ricorrere ad una programmazione.

Edifica. Lo fa correggendo la cupidigia dei beni. Prende sul serio il dovere della continua conversione, accetta le correzioni con docilità e riconoscenza, è sempre ben disposto alla cooperazione nella vita di famiglia, in quella della comunità e in quella del gruppo.

Riepiloghiamo il tutto con le espressioni di don Alberione: «Riguardo alla povertà è necessario una educazione umana. Da una parte una giusta misura e dall’altra una saggia larghezza, onde affrontare e risolvere i vari problemi che possono sorgere.

È vero che non possediamo nulla di nostro, ma è sempre vero che abbiamo l’incarico di maneggiare con sapienza quello che ci viene dato dalla Provvidenza e che serve a mantenere la comunità nel servizio di Dio».

Concludendo, possiamo ben dire che la povertà si manifesta in una capacità, in quella di saper donare se stessi, sempre e ovunque: in famiglia, nell’ambiente di lavoro, nell’appartenenza all’istituto, nelle iniziative parrocchiali e, nel caso specifico nostro, nella collaborazione per la missione di questo santuario.


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