Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
29 maggio 2020 * S. Massimo vescovo
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Uomo immagine di Dio
Prima riflessione sulla cristificazione del matrimonio preparata per il ritiro del 9 febbraio 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con riferimento a comprendere come il mistero pasquale sia nuziale e come si concilia la complementarietà tra sposi e preti.
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Premessa

Quali saranno i temi dei ritiri mensili di quest’anno?
Quelli dello scorso anno ci hanno aiutato a comprendere il valore e la ricchezza del vivere il “Segreto di riuscita”, che don Alberione ha sottoscritto con il Signore, valido per tutta la Famiglia Paolina.
Quest’anno ci soffermeremo su un altro versante, sarà quello che ci aiuterà a comprendere il valore e la ricchezza della nuzialità.


Il termine “nuzialità” farebbe subito pensare alla vita degli sposi – ed è vero – ma non è limitato solo ad essi, perché è valido per ogni battezzato, chiamato a viverla secondo il proprio stato di vita. Questo, però, non in maniera personale, autonoma ed indipendente, ma sempre in relazione con altri. Pertanto, questo non vale solo per gli sposi, ma vale anche per i sacerdoti e per le altre persone consacrate o meno che siano. Ecco perché, riferendoci agli Istituti “Santa Famiglia” e “Gesù Sacerdote”, comprendiamo una espressione fondante, spesso ripetuta da don Lamera: “Non vi è IGS senza ISF; non vi è ISF senza IGS”. Questa espressione vuol significare che tra sacerdoti e sposi vi è stretta relazione e medesimo fine, quello del vivere bene la propria nuzialità, in una piena complementarietà. Ed allora, proprio in forza di questo, nei nostri ritiri vedo opportuno dividere le riflessioni in due parti. La prima verterà sul rapporto di complementarietà che esiste fra sacerdoti e sposi; la seconda sarà quella suggerita dal centro relativa al tema di cristificazione nel matrimonio e di cui voi avete già in mano la dispensa.

La complementarietà in forza del Battesimo.
La complementarietà tra preti e sposi è possibile, anzi è doverosa e deriva dal fatto che per tutti alla base della vita cristiana ci sta il Battesimo. Pertanto ed innanzitutto, ci domandiamo cosa sia e a cosa serva il Battesimo. Esso è così definito dal catechismo della Chiesa cattolica al n.1213: “Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d'ingresso alla vita nello Spirito, la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione”. Appare subito evidente che attraverso di esso diveniamo figli di Dio, con la doverosa conseguenza di vivere tale figliolanza in maniera coerente. La coerenza consiste nel voler assomigliare a Gesù Cristo, di cui si diventiamo membra. Pertanto, come lui ed assieme a lui, siamo chiamati anche a svolgere la missione che il Padre ci ha affidato. Per tali principi, la nostra esistenza va vissuta su due versanti: in quello di essere figli di Dio ed in quello di essere da lui mandati per compiere una missione. Innanzitutto, si tratta di vivere da figli di Dio. Questo, come leggiamo nel Levitico, ci impegna a mettere in pratica quanto il Signore chiede: “Siate santi, come io sono è santo”. Il termine “santo” significa “essere tutt’altro, essere separato”, e quindi ci chiama a vivere in una separazione, in un distacco dalla mentalità del mondo. In secondo luogo ci impegna per una crescita spirituale, cercando di conoscere e di compiere sempre ed ovunque la volontà di Dio. In secondo luogo ci impegna, per il fatto che diveniamo membra di Cristo, a svolgere una missione, analoga a quella da lui svolta nei tre anni di vita pubblica. Qual è questa nostra missione e come esercitarla?
Essa viene esplicitata con due vocazioni e con due maniere specifiche le quali, a loro volta, vengono avvalorate da due sacramenti: l’Ordine e il Matrimonio. Il sacramento dell’Ordine è così definito dal catechismo della Chiesa cattolica al n.1536: “L’Ordine è il sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa sino alla fine dei tempi: è, dunque, il sacramento del ministero apostolico. Comporta tre gradi: l'Episcopato, il presbiterato e il diaconato”. Il matrimonio è così descritto dallo stesso Catechismo, al n.1601: «Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento». E poi al n. 1613 specifica ancor meglio: “Alle soglie della sua vita pubblica, Gesù compie il suo primo segno – su richiesta di sua Madre – durante una festa nuziale. La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l'annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo”. Di fronte a tali espressioni, si deduce la differenza che intercorre tra il Battesimo ed i sacramenti dell’Ordine e del Matrimonio. Il Battesimo ci colloca tutti in pari dignità. L’Ordine e il Matrimonio ci pongono in una differenza di servizio. Il Battesimo, in un certo senso, si vive per se stessi, mentre l’Ordine e il Matrimonio ci consacrano per una missione, per rendere un servizio di amore ad altri. Da non dimenticare, però, che in tale servizio noi siamo solo strumenti, perché in modo attivo ed efficace vi è presente l’opera di Gesù Cristo, che si serve appunto sia dei sacerdoti che degli sposi. Purtroppo, manca questa consapevolezza e lo si percepisce quando ci lamentiamo per la mancanza di vocazioni sacerdotali o per la diminuzione dei matrimoni in chiesa, oltre che per lo sfascio di tanti matrimoni. Tutto questo è vero ed è anche preoccupante. Però, se non ne riconosciamo il valore, come possiamo orientarci ad essi e viverli bene? Pertanto, la prima cosa da sapere è che essi sono complementari, come detto pocanzi, che cioè: “Non vi è Chiesa senza sacerdoti, ma neppure vi è Chiesa senza sposi”. Ambedue sono necessari per rendere efficace la presenza di Gesù nell’oggi. La missione dei due sacramenti, infatti, è per fare esperimentare l’amore che Dio ha nei nostri confronti. Ma tra essi vi è pure una differenza.

Differenza tra Ordine e Matrimonio
Ed allora la domanda: “Dove sta la differenza tra la missione dell’Ordine e quella del Matrimonio?”. Nell’Ordine la risposta è a livello personale, per cui la missione è svolta dalla singola persona, anche se essa necessariamente deve avere relazione con un’altra e con altri, come fra poco diremo. Nel matrimonio la risposta non è del singolo o di due singoli, ma è della coppia, cioè la risposta nasce dalla relazione di amore tra due persone le quali, in forza della consacrazione sacramentale e per opera dello Spirito Santo, diventano una realtà nuova, diventano appunto una coppia. Come appena accennato, anche il sacerdote deve in qualche modo fare coppia e questo deve avvenire con il Papa e con il proprio Vescovo, al quale nel giorno dell’ordinazione promette riverenza e obbedienza. Il presbitero, infatti, rappresenta e sostituisce il Vescovo. Viene da lui mandato là dove egli non può arrivare perché ivi possa compiere la missione che sarebbe propria del Vescovo. Quale la missione del Vescovo e conseguentemente quella del sacerdote? Il Vescovo, quale successore degli apostoli, mette in atto quello che Gesù ha detto loro prima di salire in cielo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo”. Egli è inviato da Cristo per essere segno di lui, per essere il dispensatore dei misteri di Dio, per essere il pastore che guida il gregge ai pascoli eterni, per essere colui che garantisce la Verità della dottrina così com’è, senza annacquamenti o adattamenti, senza opinioni personali. Può solo modificare alcuni modi per meglio presentare tale deposito della fede, può determinare alcuni orientamenti meglio comprensibili ai nostri giorni, ma non può cambiare la sostanza: se una cosa è vera, rimane vera; se una cosa è male, rimane male; se una cosa è peccato, rimane peccato. Per cui, altro è comprendere e perdonare, illuminare e sostenere una persona che sbaglia, altro è non rimanere fedeli alla dottrina evangelica e apostolica. Ciò premesso, possiamo ben dire che il sacerdote rappresenta Gesù Maestro, in quanto si è definito di essere: la “Via” e la “Verità”. Questo è il compito specifico di ogni presbitero unito al Vescovo. Quando la gente cerca il sacerdote soprattutto per altri scopi, è segno che ha perso la conoscenza ed il valore del suo sacramento. Abbiamo appena detto che i presbiteri rappresentano Gesù Via e Verità; ora ci domandiamo: cosa rappresenta la coppia dopo aver celebrato il sacramento del matrimonio? Essa rappresenta sempre Gesù Maestro, ma in questo caso in quanto si è definito di essere la “Vita”, cioè in quanto essa è chiamata a trasmettere la gioia del vivere, facendo esperimentare l’amore infinito di Dio nei confronti propri e degli altri. Prima di svolgere una riflessione sul tema, posso riassumere il tutto con questa semplice espressione: “Chi vede l’amore che vi è nella coppia, è aiutato a meglio comprendere l’amore che ha Dio per ciascuno di noi”. A questo punto domandiamo il pensiero del nostro Paolo, considerato il dottore del matrimonio.

L’insegnamento di Paolo
Paolo agli Efesini, dopo aver parlato del rispetto e dell’amore vicendevole che deve regnare fra tutti e quindi anche fra gli sposi, conclude: “… questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa”. A questo punto ci rendiamo conto che a lui non interessa più fare la predica agli sposi perché si rispettino a vicenda – come aveva appena raccomandato - ma gli interessa di far capire il senso e il valore profondo della loro vita coniugale, vista alla luce del mistero di Cristo. A questo punto è anche necessario fare bene attenzione al significato del termine “Mistero”. Esso significa sempre l’azione di Dio verso di noi, anche se a volte per noi non è comprensibile. Paolo, in altre parole, vuol far capire quale sia la vocazione e la missione degli sposi, da esercitarsi alla luce ed in forza del rapporto che unisce Cristo e la Chiesa. Purtroppo, da quanti è compreso e vissuto questo mistero, anche se ci tengono a sposarsi in chiesa? La maggior parte degli sposi va in chiesa per avere una specie di benedizione, per sentirsi a posto in coscienza, per avere il diritto di vivere da sposati. Invece, è necessario sapere che non si va in chiesa solo per celebrare un rito, ma per ricevere attraverso di esso il potere di essere “sacramento” da esercitare da quel momento in avanti, tutti i giorni, in ogni circostanza, per tutta la vita. Nell’anno certamente avremo modo di riflettere sulle parole di Paolo agli Efesini. Ora passiamo a riflettere sulla seconda parte, su quella proposta per il mese di febbraio.

La cristificazione nel matrimonio
Cristificazione significa farsi simili a Cristo, il quale si è definito – come appena abbiamo sentito da Paolo - lo sposo della Chiesa. Pertanto, come lui ha vissuto questo mistero, altrettanto sono chiamati gli sposi a viverlo nel quotidiano del loro matrimonio. Come lui ha accolto in pieno ed in ogni situazione la volontà del Padre, così gli sposi dovranno accogliere gioie e dolori, prove e difficoltà, comprensioni o meno, continuando a donare tutto se stessi, come lui, e questo costi quel che costa. Inoltre, essendo stati creati a immagine e somiglianza di Dio e se Dio è Unità e Trinità, vuol dire che anche gli sposi sono chiamati a vivere il medesimo mistero, la medesima vita, il medesimo amore, la medesima realtà. È vero che sono due, ma sono chiamati ad essere talmente uniti da formare una sola coppia e dal cui amore scaturisce la terza realtà, quella della fecondità. Ovviamente, una fecondità che non sempre è possibile realizzarla nel figlio naturale, ma sempre e comunque non può e non deve mancare sul piano spirituale. In altre parole, questo sta a significare che gli sposi sono chiamati ad entrare dentro il mistero trinitario, vivendolo fedelmente ogni giorno. Gesù è una delle tre persone ed ecco perché a Filippo, che gli aveva chiesto di vedere il Padre, gli risponde: “Chi ha visto me ha visto il Padre… Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?” (Gv 14, 9.11). Purtroppo, questa verità dell’entrare nella Trinità e vivere alla maniera trinitaria, è difficile sia da esprimere che da comprendere pienamente, per cui si tratta solo di farne una esperienza di vita, come ha fatto Dio con noi. Dio Padre, infatti, per far sentire il suo amore per noi, si è fatto carne come ognuno di noi, si è fatto vedere e toccare nel suo Figlio Gesù. È quello che esprime Giovanni all’inizio della prima lettera: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita”.

Il mistero pasquale è mistero nuziale
Ed eccoci alla specifica riflessione del mese. Si tratta di riflettere sul mistero pasquale di Cristo che è mistero nuziale, essendosi definito per l’appunto: lo “Sposo della Chiesa”. Come comprendere questo e come legarlo alla realtà della vita di coppia? Abbiamo due punti di riferimento: quello di Dio Padre e quello del Verbo incarnato. Primo. L’amore che lega uomo e donna - in quanto sono a immagine di Dio - è e deve essere l’espressione della comunione d’amore che Dio ha verso gli uomini. Tutta la Bibbia è piena di immagini di tale amore nuziale che Dio manifesta per il suo popolo. Ad esempio, nel profeta Osea Dio è presentato come “marito”, il suo popolo come “sposa”: “...mi chiamerai marito mio... ti farò mia sposa per sempre...” (Os 2, 21-¬22). Altro esempio in Isaia, dove leggiamo: “Tuo sposo è il tuo creatore” (Is 54,5). Nel Nuovo Testamento, al posto di Dio Padre subentra Cristo, al posto del popolo di Israele subentra la Chiesa: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5, 31-¬32). Secondo. Sappiamo che l’evento pasquale è il fondamento e il cuore del cristianesimo. È proprio quello che Gesù intende dire con l’espressione: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto”. È dalla morte, infatti, che si genera una nuova vita, ed è quella vita che Gesù ha inaugurata con la risurrezione. Ed ancora Gesù dice: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, il Padre lo toglie, ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto”. È in tale azione, infatti, che c’è la crescita e lo sviluppo della vite e l’abbondanza dei suoi frutti. Ora, se il mistero pasquale è paragonato a quello nuziale, anche il cammino di vita e di amore di una coppia è scandito, deve essere scandito, specchiandosi sull’evento pasquale, volendo assomigliare ad esso. È vero che in esso Gesù ha sofferto ed è morto, ma come appena detto, lo ha fatto per risorgere a vita nuova. Negli sposi, come in tutti, questo avviene in proporzione a quanto siamo capaci di rinnegare noi stessi per aprirci al Signore ed agli altri. Pertanto, per le espressioni citate dobbiamo dire che l’Amore di Dio, manifestato nel Mistero Pasquale, sta alla base di quello nuziale.

Come si vive la nuzialità
A questo punto sorge la domanda: come possono gli sposi vivere la nuzialità specchiata sul mistero pasquale? Come pocanzi detto, la vivono imitando Cristo, ed è quello su cui ora cercheremo riflettere, prendendo in considerazione solo due aspetti. Il primo. Si tratta di considerare che la nuzialità è: “amore sino al compimento”. Questo significa che lo si vive in pienezza, in una totalità, significa che è un qualcosa che può soddisfare pienamente nel tempo, perché tende verso l’infinito. In altre parole, si tratta di un amore che va al di là di ogni misura e circostanza, che sa donare tutto senza nulla trattenere per sé, di non pretendere nulla in cambio. Purtroppo, la nostra capacità di amare spesso fallisce perché abbiamo tante ferite e limiti che ci portiamo dentro e dei quali spesso neppure ce ne rendiamo conto. Ma il Signore, proprio in forza del sacramento, interviene con il dono del suo Spirito attraverso il quale sempre ci ama, ci sostiene, ci cura, ci incoraggia, ci rinfranca. Se il matrimonio regge non è per le nostre capacità, ma solo per il dono di tale Spirito. Il secondo aspetto. La nuzialità si vive in un “passaggio continuo dalla morte alla vita”. Le citate ferite, la storia di una vita sofferente non risparmiata a nessuno, possono aprire la strada a due atteggiamenti che, a loro volta, diventano molto dannosi nella vita di coppia. Il primo atteggiamento è quello dell’orgoglioso, del presuntuoso, dell’egoista; avviene quando egli pensa solo a se stesso trascurando l’altro. Solo per fare un esempio, per contano più i suoi hobby piuttosto che la persona che gli sta accanto. Il secondo atteggiamento è quello che vive la persona quando è piuttosto incurante di se stessa perché pensa solo all’altra. Questo andrebbe bene, e va bene, ma l’errore starebbe che l’altro non è visto come dono, ma come fuga da se stesso, quando è considerato come una specie di scappatoia per non fare i conti con se stesso, quando alla fin fine e di fatto non è considerata una persona che merita ogni rispetto, ma che viene equiparata ad un oggetto a proprio uso e consumo. Sono i due atteggiamenti che portano la morte nelle relazioni di coppia, ed ecco il fallimento dei matrimoni, perché fanno circolare disprezzo ed egoismo sia verso se stesso, sia verso l’altro. Siamo chiamati, invece, a passare dal disprezzo e dall’egoismo, all’intimità e all’amore verso se stesso e verso l’altro. Solo se e quando amiamo rettamente noi stessi diventiamo anche dono per l’altro, trovando vicendevole compiutezza e portando buoni frutti per sé, per i figli e per altri. Se si perde la stima di se stesso, non si è capaci di amare. Se rimaniamo egoisti ed egocentrici non possiamo amare. E quando manca l’amore si va verso la morte. Solo con la presenza e l’aiuto di Gesù, che è passato dalla morte alla vita, diventa possibile agli sposi passare dagli atteggiamenti di morte a quelli di vita. Pertanto, il vivere la nuzialità non è rassegnarsi alla morte, ma è fare in modo che l’esperienza di difetti e le ferite, sia propri che dell’altro, non abbiano mai l’ultima parola nell’amore degli sposi. Ed allora, per concludere, la domanda: riconosciamo il bene e il bello che c’è nell’altro, oppure vediamo solo il nero e il negativo?

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