Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
31 marzo 2020 * S. Amos profeta
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Ultima cena
Seconda  riflessione sulla cristificazione nel matrimonio preparata per il ritiro del 8 marzo 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello. La riflessione è per comprendere come il mistero pasquale è stato vissuto da Gesù nel giovedi santo e per indicare agli sposi come può essere vissuto da essi in forza del sacramento del matrimonio.
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Premessa
Prima di svolgere il tema suggerito per il ritiro di oggi sulla nuzialità degli sposi, confrontata con quella di Gesù da lui vissuta il giovedì santo, quindi per mettere in pratica la cristificazione, voglio precisare meglio il significato di alcuni termini che utilizziamo in queste nostre riflessioni.
Innanzitutto quello di “Cristificazione”, cioè quello di farci simili a lui. Infatti, se nel Battesimo siamo stati innestati come sue membra, come tali dobbiamo perfezionarci nell’essere uniti al capo, perché si possa dire con san Paolo: “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Questo, ovviamente, non solo come singolo, ma anche come coppia ed ecco il perché della “Cristificazione nel matrimonio”.
Poi c’è il termine di “Mistero”.

Esso è utilizzato tante volte nella nostra vita di fede, quali ad esempio: Mistero trinitario, mistero pasquale, mistero eucaristico, mistero nuziale, mistero della fede, mistero della vita, mistero della croce, e così via.

Mistero è ogni azione che Dio compie a nostro vantaggio, sia direttamente su noi stessi, sia a vantaggio di altri tramite noi. Ora, siccome di fatto la logica di Dio è diversa dalla nostra, facilmente ci troviamo in una non piena comprensione per quello che si vive e che ci capita.

Ebbene, in forza di questo non capirci niente, o non più di tanto, ecco che per molti il significato del mistero si è ristretto e si è limitato ad intenderlo solo come un fatto incomprensibile e basta.

Si tratta, invece, di discernere la sua dinamica con una consapevole accettazione, facendo in modo che l’azione di Dio possa veramente arricchirci.

Una volta capito questo, diventa più facile credere che tutto quanto ci capita, perfino la caduta nel peccato e il dover convivere con tanti difetti, e che doverosamente combattiamo perché non li vorremmo, sono un mistero in cui Dio è presente e operante.

Una volta compreso questo, potremmo ben dire che certamente la nostra vita è tutta un mistero. Facciamo subito una applicazione.

Le incomprensioni tra i coniugi, le difficoltà con i figli, i rapporti difficili con gli altri, i problemi economici da affrontare, le malattie e quanto altro, dovrebbero farci concludere che stiamo vivendo un mistero, nel quale il Signore ci è quanto mai vicino per realizzare il suo disegno. Insomma, dobbiamo credere che anche dal male, da qualsiasi male, il Signore sa tirar fuori il bene.

Però, perché questa sua presenza operante sia efficace a nostro vantaggio, ha bisogno di incontrare la nostra fede che ce ne rende consapevoli, la nostra preghiera che ci aiuta a superare, la nostra capacità di abbandonarci al Signore tenendo viva la speranza, una speranza che ci fa già intravvedere il buon risultato, cosa che, se da un lato è motivo di sofferenza, dall’altro ci mantiene in una serenità interiore.

Sin qui il termine “mistero”.

Poi c’è il termine di: “Sponsalità” e quello conseguente di: “Nuzialità” o “Mistero nuziale”. La sponsalità significa la chiamata alle nozze; la nuzialità significa che la persona è già entrata nella pienezza delle nozze.

Se i temi di quest’anno hanno come argomento la nuzialità, questo significa che vogliamo essere illuminati per accogliere e vivere bene tale mistero, chiaramente manifestato nel matrimonio. Ma a questo punto, attenzione!

Se a prima vista sembra riguardare solo gli sposi, in realtà riguarda tutti, in qualsiasi stato di vita e non solo, ma riguarda innanzitutto Gesù Cristo, perché è lui il vero sposo.

Infatti, è per tale motivo che esiste un altro mistero riferito a lui e che denominiamo “Mistero pasquale”. Si tratta di quello che Gesù ha vissuto alla fine della sua vita terrena e che la Chiesa continua a celebrare nel triduo pasquale: i giorni più importanti dell’anno liturgico.

Questo “Mistero pasquale”, a sua volta, rende visibile quello che è il “Mistero Trinitario”, nel quale siamo tutti invitati ad entrare.

Se nella scorsa meditazione abbiamo riflettuto in maniera globale su tale mistero, oggi scendiamo in una maggiore esplicitazione fermandoci su quello che Gesù celebra il giovedì santo, il primo giorno del triduo pasquale.

Giovedì santo, il dono di sé
Come ci raccontano i Vangeli, Gesù nell’Ultima Cena, dona il suo corpo e il suo sangue sigillando in maniera definitiva la nuova ed eterna alleanza tra Dio e il suo popolo, tra Dio e tutti noi, alleanza che consiste nell’essere una cosa sola con lui.

Ma nel contempo chiede che siamo una cosa anche fra di noi, come aveva pocanzi chiesto con la preghiera rivolta al Padre.

Ecco come Giovanni esprime tale preghiera: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,20-26).

In realtà la donazione di Gesù avviene pienamente nel giorno seguente, è quella che lui rivela sulla croce: il “Mistero della Croce!”. L’ultima cena non è altro che la rappresentazione anticipata di quello che sarebbe avvenuto il giorno dopo, come la Messa sarà la rappresentazione successiva, lungo i secoli.

È una cena nuziale
Da notare bene che questa ultima cena è veramente una cena nuziale. In essa Gesù è lo sposo che siede a tavola con i suoi discepoli che rappresentano la Chiesa: Gesù è lo sposo, la Chiesa è la sposa.

Chi prende l’iniziativa per questa cena è Gesù e vuole che avvenga in un clima di grande tenerezza ed è per questo che dice: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi”.

Da notare pure che Gesù pone una particolare attenzione nel prepararla. Non chiede una sala qualsiasi, ma: “Una sala al piano superiore, grande e arredata”.

Ci piace riascoltare a tale proposito il brano evangelico descritto da Marco:Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?". Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua”.

Perché questo?

Proprio per dire che è una cena nuziale, come pocanzi detto. Infatti, nella topografia ebraica, la stanza alta o al piano superiore corrisponde alla stanza nuziale. Se nel linguaggio comune, ed anche evangelico, noi denominiamo tale evento come “ultima cena”, sarebbe più logico definirla “cena di nozze, cena nuziale di Gesù”.

Cosa avviene in essa?

Finita la tradizionale cena pasquale ebraica, la stanza ove si trovano diventa anche la stanza dell’intimità, dell’amplesso di Cristo sposo con la sua sposa, la Chiesa.

Da notare – come già detto - che l’iniziativa della cena, soprattutto per quello che avverrà successivamente, è di Gesù. È lui che invita gli apostoli al banchetto. Pur tuttavia non li vuole forzarli, perché vuole che accolgano liberamente l’invito. È per questo che chiede la loro collaborazione nella preparazione della tavola.

Applichiamo e riferiamo a noi. Allo stesso modo quando vi siete sposati avete avuto particolare attenzione nel preparare la festa, c’è stato il vostro reciproco assenso e consenso e la vicendevole collaborazione. Ebbene, è proprio questa la prima componente, quella che abbiamo chiamato col termine di “sponsalità”, quella che è chiamato il consenso e che corrisponde alla vicendevole libertà di iniziativa e di accoglienza.

Ma cosa avviene alla fine della cena?

Avviene la nuzialità, si realizza il mistero nuziale di Cristo con la Chiesa. In altre parole, si giunge ad un vertice molto alto della celebrazione, tale che supera quello che sino a quel momento era stato il memoriale della liberazione dall’Egitto. Ad esso subentra un altro evento, un evento definitivo ed eterno, per fare di esso un altro memoriale da prolungarsi nei secoli, quello della donazione di Gesù.

È Gesù che, compiendo il gesto, manifesta il suo grande amore, in quanto dona il suo corpo e il suo sangue: “Prendete e mangiate questo è il mio corpo.... Bevetene tutti questo è il mio sangue...”.

Con questo gesto Gesù diventa una cosa sola con la sua comunità, con la Chiesa, proprio mediante quel pane e quel vino.

In altre parole, Cristo si consegna a noi e diventa con noi una sola carne, come nel matrimonio gli sposi si consegnano vicendevolmente e diventano una sola carne, mettendo in pratica quello scritto in Genesi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”.

Ecco che al culmine di questo rapporto d’amore iniziato con l’invito a cena da parte di Cristo, condiviso dagli apostoli, quella che abbiamo chiamato “sponsalità”, ora subentra l’unione intima con Lui, e si realizza la sua “nuzialità”.

Con tale gesto, Cristo donandosi dice: “prendi e mangiami”, analogamente agli sposi che parimente si donano l’uno all’altro: “Prendimi, io dono me stesso a te, come accetto che tu doni te stesso a me”.

Del resto, quante volte i genitori, anche quando si rivolgono al piccolo e mettono in atto il loro tenero amore per lui, dicono: “Ti mangerei”.

In tale senso, diventa evidente che sia l’Eucarestia sia il Matrimonio hanno lo stesso contenuto di donazione, espresso con l’accostamento all’immagine del mangiare.

Come gli sposi vivono la nuzialità
Ora, scendendo al concreto, ci domandiamo: gli sposi come vivono la nuzialità?

Per gli sposi la nuzialità comprende il dono della propria vita non da esercitarsi in momenti scanditi e programmati, ma da mettere in pratica in ogni momento della giornata, in tutte le situazioni, in ogni sentimento interiore, sino a poterlo concludere con il dono del proprio corpo. Questo, però, acquista il suo valore genuino e santifica, in quanto sacramento, solo se è preceduto dalla pratica quotidiana appena descritta. Pertanto, solo con questo stile di vita, la donazione sessuale diventa il segno e l’apice del vero amore coniugale, potendo dire nella verità: “Questo è il mio corpo, questa è la mia vita, questo è il mio affetto. Prendi e mangia”.

Ma dove sta il rischio che possono incorrere gli sposi, tale che può diventare la causa dello sfasciamento di tanti matrimoni, oppure di matrimoni che in superficie si mantengono, che appaiono tale nell’opinione pubblica, ma che di fatto sono pieni di sofferenza?

Il rischio sta nel fatto del capovolgimento di quello che denominiamo amore. Quando da amore oblativo, come dovrebbe essere e come abbiamo descritto, si trasforma in un amore possessivo, quando da gratuito diventa egoistico. Ecco perché l’evangelista Giovanni, se non racconta l’istituzione dell’Eucaristia, lo anticipa con il raccontare il gesto molto significativo compiuto da Gesù, quello della lavanda dei piedi.

E' un gesto che Cristo fa ai suoi discepoli dopo averlo accettato dalla donna di Betania, lo fa per chiedere ai discepoli, ed oggi a noi con particolare riferimento agli sposi, di fare altrettanto. Con esso siamo chiamati ad ammirare Cristo che ama tanto la sua Sposa da lavarla e profumarla con il sua amore, mettendosi a servizio, a non pretendere e possedere ma a donarsi. Infatti, Gesù lo aveva detto chiaramente, era venuto per servire e non per essere servito.

Ed allora la domanda: Noi ci lasciamo servire o siamo come Pietro?

Pietro rifiuta di accettare quell’atto, perché si sente autosufficiente, determinato e coraggioso, senza accorgersi di essere cieco di fronte alla propria debolezza, come dimostrerà di lì a poche ore.

Per Gesù quell’atto assume un significato preciso, quello di entrare in relazione con tutto il nostro essere, sia quando si trova nella luce sia quando è nell’oscurità, per poter effondere la pienezza del Suo amore.

Come applicarlo nella relazione di coppia?

Sino a che punto ognuno si sente autosufficiente tanto da non aver bisogno della così detta “correzione fraterna” da parte dell’altro?

E allora è bene farsi delle domande: “Quali parti della mia vita mi vergogno di condividere con il coniuge? Quali sono le debolezze, le paure, le ferite che continuo a coprire davanti ai suoi occhi?

Lavare i piedi dell’altra persona significa mettere in pratica tutto questo. In altre parole, si tratta di mettere da parte le nostre preoccupazioni, le nostre ferite, i nostri gusti, le nostre esigenze, per poter comprendere, affrontare e sostenere quelle dell’altro. È un abbassarsi tale per cui si potrebbe anche incorrere il rischio che l’altro possa approfittare della nostra bontà, ma non importa perché – come si suole dire - il limite dell’amore è un amore senza limiti.

Siamo disposti ad ogni sacrificio per amore dell’altro?

Certamente non è facile. Quanta pazienza ci vuole! Quanta comprensione e perdono da esercitare! Quanta capacità per mettere in pratica l’esortazione di Paolo agli Efesini: “Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione.

Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

A questo punto vale la pena sottolineare anche altri due comportamenti che riscontriamo nella cena, quello di Giovanni che riposa sul petto del Signore, e quello di Giuda che immerge la sua mano nel piatto.

Questo ci insegna che nei confronti di Gesù potremmo assumere due comportamenti opposti: il discepolato amorevole o il tradimento egoistico. Giovanni vive uno splendido momento di intimità in cui si avvicina a Gesù al punto da poter sentire il battito del suo cuore. È quello che dovrebbe avvenire per ognuno di noi, perché Cristo guardandoci, ci indica il suo cuore dove solo può trovare ristoro la nostra vita.

Se Giovanni vi riposa, è come il bambino che aspetta di essere nutrito, e che lascia la mano aperta per ricevere. Giuda, invece, immerge la mano nel piatto, si nutre da solo. Non crede più che il Maestro sia “pane di vita”. Per lui il cibo – e quindi la vita – dev’essere preso avidamente e perfino con la forza se è necessario.

Questo ci invita a fare una riflessione, non solo come ci accostiamo al coniuge – del resto come abbiamo cercato di riflettere - ma anche al come andiamo a ricevere l’Eucaristia.

Notiamo bene, ho detto a “ricevere”, non a “prendere”. Ricevendola permettiamo a Gesù che possa nutrirci.

L’amore di Dio è sempre un dono da accogliere, e non può mai essere preso con la forza, contando sulle nostre capacità. Anche gli sposi, analogamente, non si pretendono e non si prendono, ma si donano.

Di fronte a tale dimensione possiamo dire che se Gesù ci avesse lasciato soltanto la bella dottrina, o ci avesse insegnato l’arte di fare miracoli, o ci avesse dato il miglior codice di comportamento umano nella società, non ne avremmo ricavato alcun guadagno.

Il dono più grande che Egli ci ha fatto è stato, ed è quello di poter mangiare Dio di modo   per poter essere come Dio. Questo mangiare Dio ed essere totalmente come Dio non è soltanto il grande mistero incomprensibile ma la grande vetta da tutti desiderata ma da molti non compresa e non accolta. Se si mangia di quel pane e si beve di quel vino si diventa concorporei e consanguinei con Gesù il Figlio di Dio.

Chissà se, nelle tante comunioni che abbiamo fatto, abbiamo veramente mangiato Dio!

Chiediamoci, con l’apostolo Paolo, se ora possiamo affermare: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” ed anche: “La vita che io vivo è quella che vivo nella carne di Gesù, il Figlio di Dio”.

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