Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
31 marzo 2020 * S. Amos profeta
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Compimento della missione
Sarebbe la terza riflessione sulla cristificazione nel matrimonio preparata per il ritiro di aprile 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, iniziativa che con molta probabilità non potrà essere fatta, attese le restrizioni a causa del coronavirus. Pur tuttavia può essere utile a coloro che la seguono di consueto.
La riflessione di questo mese è per comprendere come il mistero pasquale è stato vissuto da Gesù nel venerdì santo e per indicare agli sposi come può essere vissuto da essi in forza del sacramento del matrimonio.
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La Cristificazione nel matrimonio.3 - Venerdì Santo: La Croce albero di vita
(Testi di riferimento: Mc 15,33-37; Gv 19,25-27)

Premessa
Per l’evangelista Giovanni, la Croce è il momento supremo nel quale Gesù è glorificato. Sta proprio qui la sua gloria, è questo il momento del suo trionfo!
Del resto lo aveva già detto in precedenza: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”.
Come tutto questo è diverso dalla nostra logica!
Per tale senso ci domandiamo: Cosa è la croce di Gesù, qual è la nostra croce, a cosa servono le croci?

Nei tempi di Gesù la croce era una realtà storica, utilizzata per scopi precisi, come dirò. Per noi oggi ha acquistato un valore molto diverso, quello di un “Mistero” – cioè di una opera di Dio – che è un fatto certamente doloroso in se stesso, ma nel contempo oltremodo fecondo per il bene.

Perché in quei tempi avveniva il supplizio della croce, e come si arriva a comprendere il suo significato nell’oggi?

Ai tempi dell’impero romano, la croce era usata per i sobillatori contro l’impero. Infatti, nessun cittadino romano veniva crocifisso. La croce era usata solo per gli altri popoli sotto l’impero romano, come metodo terroristico, per spaventare, per dare lezioni.

I due ladroni crocifissi con Gesù, più che definire “ladroni”, molto probabilmente erano “ribelli”.

Il condannato alla croce, perché fosse visto e biasimato da tutti, veniva portato fuori dal luogo di condanna e fatto marciare in processione, proprio per dire a tutti che aveva compiuto un obbrobrio e che per tal motivo veniva castigato.

Lungo questo tragitto, il condannato doveva portare il pezzo orizzontale della croce stessa. Al momento della crocifissione veniva posto un appoggio sotto il sedere e sotto i piedi in modo che, appoggiandovisi, continuasse a vivere più a lungo, anche 3-4 giorni. Dopo la morte, i corpi dovevano rimanere ancora sulla croce per essere mangiati dalle bestie, alla fine dovevano gettarsi i resti nelle fossa comune.

Anche con questo gesto si evidenziava il supremo disprezzo!

Come sappiamo, perché così descritto dal vangelo, per Gesù il processo e la condanna non ha seguito alla lettera quanto prescritto dalla legge.

Ora, vogliamo applicare il fatto alla nostra riflessione.

Se siamo i discepoli di Cristo, in quanto singoli ed anche in quanto coppie di sposi, per poterlo seguire sino alla fine, pur facendo le debite proporzioni, non possiamo pretendere una sorte diversa.

Per questo potremmo ben dire che anche le nostre croci hanno un doppio significato. Da una parte diventano sia un “mezzo terroristico” contro l’azione del diavolo, dall’altra un motivo di avvicinamento a Gesù, lo sposo nostro, lo sposo della Chiesa.

Ecco la riflessione di oggi sulla nuzialità del venerdì santo.

La nuzialità del venerdì santo
Dopo l’Ultima Cena, Gesù nell’orto degli ulivi, attraversa il momento della delusione, sino a sudare sangue perché non riesce ad accettare la volontà del padre, cosa che manifesta attraverso l’espressione: “Allontana da me questo calice”.

Nonostante che non dovrebbe mancare mai un rapporto forte ed intimo tra padre e figlio, in questo caso Gesù scopre che quanto voluto dal Padre è diverso da quello che avrebbe voluto e di quanto si sarebbe aspettato lui, almeno in quel momento.

Tuttavia, nonostante la delusione, accompagnata da una sofferenza immane, accetta tale volontà e a lui si consegna donando se stesso, per puro amore, in obbedienza al Padre stesso, per la redenzione di tutti gli uomini.

Anche dalla Croce manifesterà il suo sconforta urlando: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Tali analoghe prove, anche se in misura diversa e minore, avvengono per tutti noi. Se poi vogliamo leggerle in chiave prettamente nuziale, riferendolo alla coppia, cosa implicano?

Per meglio comprenderlo ed applicare approfondiamo il significato dell’episodio.

Gesù è trafitto nel costato, da cui esce sangue ed acqua. Il fatto ci richiama il primo uomo Adamo, dal cui analogo costato esce Eva, la prima donna, proprio perché Adamo non sentisse la solitudine. Ed ecco la dinamica del fatto: da una persona ne proviene un’altra, la quale viene momentaneamente separata perché a sua volta possa ritornare ad essere una sola cosa con il primo.  

La stessa dinamica avviene nella donazione di Cristo. Dal suo costato squarciato esce il suo Spirito per formare un’altra realtà, la Chiesa, la quale a sua volta dovrà ricongiungersi con lui, in quanto sua sposa.

Praticamente è proprio sulla croce che si consuma la nuzialità tra Cristo e la sua sposa, ed è proprio per questo motivo che la Croce è pure definita quale “talamo nuziale”.

Arrivati a comprendere questo, cosa diventa importante per noi?

È importante che ogni membro della Chiesa, che cioè ognuno di noi se ne renda conto e vi corrisponda ricambiando l’amore allo scopo di essere una cosa sola con lui, e poter così entrare nella gioia piena dell’amore trinitario.

Ebbene, non solo i singoli, ma anche ogni coppia cristiana in quante tale, è chiamata a vivere questo mistero grande in ogni momento della vita, soprattutto quando è chiamata a vivere il mistero della sofferenza e della croce.

A questo punto scendiamo al pratico specchiandosi sul modello che è Gesù.

In tutte le storie di coppia si scopre ad un certo punto che l’altro non è come lo si sarebbe voluto. Si sperimenta il momento della delusione e del disincanto. Ma sta proprio qui il segreto per scoprire chi è veramente l’altro, per poter riuscire a superare la prova ed uscirne vicendevolmente arricchiti. In una parola semplice, ma carica di significato, si tratta di scoprire che l’altro non ci appartiene, ma è un dono che fa il Signore, per i suoi disegni imperscrutabili, senz’altro per il bene di ciascuno.

Ed ecco l’esempio che viene da Cristo, come pocanzi detto: “Accetta la volontà del Padre e si consegna donando se stesso, proprio per puro amore”, è quello che spesso ascoltiamo in una preghiera eucaristica: “Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli”.

Come lui si dona, altrettanto sono chiamati gli sposi, a farlo vicendevolmente.

Continuiamo a riflettere ancora.

È vero che per Gesù il venerdì santo è il giorno della tragedia, del fallimento, del tradimento, dell’abbandono, del dolore. È il giorno del dubbio che di fronte al dolore non trova risposta. In tal senso, ad esempio, potremmo pensare agli apostoli che si chiedono: Perché è finita così?

Anche tanti sposi spesso si chiedono: Perché questo dolore? Perché questo fallimento? Perché questa delusione? Perché questa fatica ad intenderci e capirci?

Si tratta di imparare a stare di fronte al dolore, al fallimento, alla crisi, cercando di superarle, non di sfuggirle con il rifugiarci totalmente nel lavoro, oppure in altre attività esterne, e neppure cercando di riempire il vuoto in qualunque altro modo.

Ed è proprio qui che ci viene incontro l’esempio di Maria santissima, imparando da lei la capacità di saper “stare” sotto la Croce. Questo, se da una parte è difficile, dall’altra è possibile ed è molto produttivo.

Come lei, dovremmo imparare veramente a saper “stare”, cioè a rimanere forti e dignitosi, soffrendo e amando, senza fuggire dalla realtà.

Quanta differenza tra lei e i discepoli che fuggono, ad eccezione di Giovanni e di alcune pie donne! Eppure la presenza di tutti loro è quanto mai significativa.

In quel momento essi stanno a rappresentare la Chiesa, la Sposa di Cristo. Tra queste figure, la più significativa è proprio quella di Maria la quale con lo “stare sotto la croce” esprime, oltre che la figura di essere madre, anche quella di essere sposa, aperta alla fecondità, proprio come ci dicono le parole evangeliche: “Gesù disse alla madre: <Donna ecco tuo figlio!>; poi disse al discepolo: <Ecco tuo figlio!>”.

Sono le parole che indicano la nuzialità feconda di Cristo sposo della Chiesa. Nasce il primo figlio, Giovanni, di cui Maria è madre. Con Giovanni ci siamo tutti noi. Veramente, ad ammirare la Chiesa, abbiamo una grande fecondità!

Ovviamente, con il termine di fecondità applicato agli sposi, non si tratta di restringerla solo a quella biologica, ma si tratta di quella che si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che ogni sposo e sposa, ogni padre e madre è chiamato a donare, innanzitutto vicendevolmente e poi verso figli ed infine verso tutti quelli che incontra nella vita.

Come imitare Maria sotto la croce
A questo punto vogliamo soffermarci a contemplare la scena di Maria sotto la Croce, quale nostro modello, con alcune riflessioni che possono arricchirci.

La prima riflessione.

Maria avrebbe disobbedito alle leggi del tempo che impedivano ai parenti di stare vicino ai condannati. Essa rompe questa regola e nel suo gesto trascina con sé alcune donne assieme a Giovanni, il discepolo amato.

Ebbene, il suo esempio ci insegna ad affrontare i momenti oscuri, i momenti di difficoltà, proprio guardando il Crocifisso e “stando” davanti ad esso. Maria, di fronte alla condanna del Figlio, non si è nascosta, non si è tirata indietro come gli altri, il suo cuore nel dolore non si è ristretto, ma si è dilatato.

Allo stesso modo noi tutti, sia come singoli che come sposi e genitori, siamo chiamati ad affrontare le difficoltà della vita, accettandole come mistero di grazia.

La seconda riflessione.

Si può dire, in un certo senso, che Gesù aveva bisogno di lei, non solo come era avvenuto per nascere, ma anche ora per morire. Infatti, nel momento in cui sulla croce si vede abbandonato non solo dagli uomini, ma perfino dal Padre celeste, ha bisogno di rivolgersi alla madre, che essendo presente non lo aveva per nulla disertato.

Chi di noi, quali sposi e quale famiglia, non ha bisogno di relazionarsi con Maria, non limitandosi ad un devozionismo sterile, ma in una devozione fiduciosa, vera e profonda per acquistare il suo spirito?

La terza riflessione.

Nel Calvario sono presenti Gesù, il nuovo Adamo, e Maria, la nuova Eva. È presente pure la nuova umanità nascente, rappresentata da Giovanni.

In tale provvidenziale situazione, Gesù si rivolge a Maria con la citata espressione: “Donna, ecco tuo figlio”. Permettetemi di poter immaginare Maria che manifesta il suo assenso, con uno sguardo o con un cenno del capo. Allora Gesù, dopo il suo assenso, si rivolge a Giovanni e gli dice: “Ecco tua madre”.

Si ripete in qualche modo la scena dell'Annunciazione, nella quale su proposta dell'angelo, e con il consenso di Maria, abbiamo il grande risultato: “E il Verbo si fece carne”.

Sul Calvario abbiamo la proposta di Gesù, il consenso di Maria, ed il successivo grande risultato che consiste nella maternità spirituale di Maria verso Giovanni. Ma in quel momento Giovanni rappresenta la Chiesa, e Maria diviene la madre della Chiesa.

E poi l’espressione: “E da quell'ora il discepolo la prese con sé”. Questo non vuol dire tanto che la prese a casa sua, ma soprattutto che la fece entrare nella propria vita.

Possiamo ben dire che in tale momento sul Calvario nasce la Chiesa, ma inizia pure il culto mariano che se ben compreso ci assicura come Maria ci accompagni ogni giorno; pertanto non siamo soli nel cammino.

La quarta riflessione.

Il valore e l’esempio di Maria nel suo: “Stare ritta”.

Con tale atteggiamento ella soffre profondamente con suo Figlio, si associa con animo materno al sacrificio di lui; consentendo all'immolazione della vittima da lei generata è come se immolasse se stessa. In tal senso è definita la “Corredentrice”.

Potremmo fare un confronto che ci aiuta a capire i due significati, l’uno quello della presenza di Maria sotto la croce, e l’altro quello di Abramo, chiamato a sacrificare il figlio.

Questo paragone è suggerito dallo stesso angelo Gabriele nell'Annunciazione, quando dice a Maria le stesse parole che erano state dette ad Abramo: “Nulla è impossibile a Dio”.

Ma esso emerge soprattutto nei fatti. Vediamoli.

Dio promette ad Abramo un figlio, pur essendo fuori dell'età e per di più con una moglie sterile. Eppure Abramo crede.

Dio annuncia a Maria che avrà un figlio, nonostante che ella non conosca uomo. E Maria crede.

Viene il tempo in cui Dio ancora di nuovo entra nella vita di Abramo per chiedergli di immolargli quel figlio che egli stesso gli aveva dato e del quale aveva detto: “In Isacco avrai una discendenza”.  Abramo, anche questa volta, obbedisce.

Viene il tempo in cui Dio ancora di nuovo entra nella vita di Maria, chiedendole di consentire, e anzi di assistere, all'immolazione del Figlio, del quale era stato detto che avrebbe regnato per sempre e che sarebbe stato grande. E Maria obbedisce.

Abramo sale con Isacco sul monte Moria, Maria sale dietro Gesù sul monte Calvario. A Maria, però, è chiesto molto di più che ad Abramo.

Infatti, nell’ultimo momento Dio fa fermare la mano di Abramo, ed egli non perde il figlio ma lo riacquista vivo. Con Maria non avviene questo.

Ella deve varcare anche quella linea estrema, senza ritorno, quella che è la morte del figlio. Ma si realizza un prodigio infinitamente più grande: lo rivedrà e riavrà risorto.

Chiudiamo con l’augurio e la preghiera per ogni coppia di sposi e per ogni genitore di poter sperimentare una specie di risurrezione per ogni sofferenza.


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