Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
9 luglio 2020 * S. Veronica Giuliani
itenfrdeptrues
Corporeita
Sarebbe la quinta riflessione sulla cristificazione nel matrimonio preparata per il ritiro di giugno 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello.
La riflessione di questo mese è per comprendere come il mistero pasquale è stato vissuto da Gesù nel giovedì santo e per indicare agli sposi come può essere vissuto da essi in forza del sacramento del matrimonio.
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Cristificazione nel matrimonio.5 – Giovedì santo nella vita degli sposi
(Testo base di riferimento: Gv 3,1-15)
Premessa
Ho notato che nei temi proposti dalla sede centrale dell’ISF c’è la distinzione tra due argomenti diversi, seppure strettamente legati fra loro: “Giovedì santo nella vita di Gesù” (suggerita per il mese di marzo 2020) e “Giovedì santo nella vita degli sposi” (suggerita per questo mese di giugno 2020).
In realtà nella mia meditazione preparata per il marzo scorso avevo già unito insieme i due temi. Sta di fatto, però, che in tale mese la meditazione non è stata dettata nel programmato ritiro per i motivi di emergenza che ben conosciamo. Pur tuttavia, il suo testo era stata già pubblicato nel sito del Santuario di San Giuseppe in Spicello.
Se nella presente riflessione riprendo qualche spunto e considerazione da quella citata, chiedo venia a chi l’avesse già utilizzata e meditata; anche se può essere comunque utile in quanto – come dice un proverbio latino – “repetita iuvant” (le cose ripetute aiutano).

Introducendomi in quella meditazione facevo notare che nelle nostre riflessioni c’è un termine che ricorre ogni volta, ed è quello di “cristificazione”.

Esso significa: “Lavorare su noi stessi per farci simili a Cristo”.

Infatti, se nel Battesimo siamo stati innestati in lui quali sue membra, il successivo nostro impegno di vita è quello di crescere e perfezionarsi in tale senso, perché si possa ripetere con san Paolo: “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Questo impegno, ovviamente, va vissuto non solo come singolo, ma anche come coppia. Proprio per tale motivo il tema ricorrente è: “Cristificazione nel matrimonio”.

Un altro termine spesso utilizzato è: “Mistero”.

Esso è ripetuto tante volte nella vita di fede, quali ad esempio: Mistero trinitario, mistero pasquale, mistero eucaristico, mistero della fede, mistero della vita, mistero della croce, mistero nuziale, e così via.

Il “Mistero” non è altro che l’azione che Dio compie a nostro vantaggio. Ora, siccome di fatto la logica di Dio è diversa dalla nostra, facilmente ci troviamo in una non piena comprensione per quello che si vive e per quello che ci capita. In forza di questo non poterci capire più di tanto, ecco che per molti il significato di mistero si è ristretto, intendendolo solo come un fatto non comprensibile, e basta.

Invece, inteso nel suo vero significato, diventa più facile credere che tutto quanto ci capita – per assurdo: perfino i peccati, o il dover convivere con molti difetti, e che doverosamente combattiamo perché non li vogliamo - rimangono un mistero in cui Dio è presente ed operante comunque, proprio allo scopo di ricavare sempre un bene anche dalle situazioni di peccato e di qualsiasi male.

Una volta compreso questo, potremmo dire con certezza che tutta la nostra vita è un mistero costante. Facciamo subito una applicazione.

Le incomprensioni tra i coniugi, le difficoltà con i figli, i rapporti difficili con gli altri, i problemi economici da affrontare, le malattie che sopraggiungono, e quanto altro, dovrebbero farci concludere che stiamo vivendo un mistero, nel quale il Signore ci è quanto mai vicino allo scopo di realizzare il suo disegno, proprio attraverso tali situazioni, sia pure da noi non gradite. Insomma, e come ho già detto, dobbiamo credere che anche dal male, da qualsiasi male, il Signore sa tirar fuori sempre il bene.

Però, perché questo si possa veramente realizzare, è necessario – e lo ripeto - che ci poniamo in un certo atteggiamento che diventa obbligato. Innanzitutto l’atteggiamento di fede con cui ce ne rendiamo consapevoli; e poi la costanza nella preghiera con la quale siamo aiutati a superare le difficoltà; ed infine nell’esercizio della speranza con la quale riusciamo ad abbandonarci in Dio, pregustandone di già il buon risultato finale.

Tutto questo, anche se da un lato è motivo di sofferenza, dall’altro ci mantiene in una serenità interiore.

Altri termini utilizzati nelle nostre riflessioni sono quelli di: “Sponsalità” e “Nuzialità” (detti pure: “Mistero sponsale” e “Mistero nuziale”).

La sponsalità significa la chiamata alle nozze; la nuzialità significa che la persona è già entrata nella pienezza delle nozze, potendo vivere così il mistero nuziale.

Come già sappiamo, i temi delle riflessioni di quest’anno hanno come argomento la “nuzialità”, allo scopo di essere aiutati a vivere bene tale mistero, valido per tutti ed in qualsiasi stato di vita, ma soprattutto quanto mai valido e necessario da essere ben compreso e vissuto dagli sposi.

Detto questo a modo di premessa, entriamo nella riflessione di oggi relativa al mistero nuziale vissuto da Gesù nel giovedì santo e, a sua imitazione, da viversi tra gli sposi.

L’ultima cena di Gesù è una “Cena nuziale”

L’ultima cena pasquale di Gesù con gli apostoli è stata una cena nuziale, è stato l’esercizio del mistero nuziale. Per comprenderlo dobbiamo rifarci alle usanze di quel tempo.

Il cerimoniale delle nozze bibliche celebrate dal popolo di Israele, richiedeva che lo sposo fosse introdotto solennemente e processionalmente nella casa della sposa e che vi banchettasse lautamente per otto giorni, insieme agli amici. Questo doveva avvenire comunque, senza badare allo spreco sia di pietanze che di bevande.

Per quale motivo veniva fatto?

Perché per Israele l’unione nuziale dell’uomo e della donna doveva essere la figura e la ripresentazione della intima e feconda comunione che Dio aveva con il suo popolo, ritenuto e considerato il suo sposo, cosa che si sarebbe consumata definitivamente allorquando Dio stesso avrebbe introdotto l’uomo da lui sposato, nella sua dimora eterna.

In altre parole è per dire che, come lo sposo entra nella casa della sposa per unirsi a lei e diventare con essa sorgente di vita tanto da essere trasmettitore di nuove esistenze, così fa il Signore Dio con noi. Egli è talmente unito a noi da trasmetterci la sua vita, facendoci entrare nella sua intimità, nel suo ambito trinitario, rendendoci con questo pienamente ed eternamente felici, insieme a lui.

Ebbene, il banchetto nuziale di Gesù, quello che noi definiamo con il termine di “ultima cena”, vuole significare e vuole trasmetterci tale verità. Proprio per questo Gesù, pur non volendo abolire il cerimoniale pocanzi descritto, vi introduce una novità: da quel momento è lui lo sposo che intende sposare il nuovo popolo, cioè la Chiesa, con un banchetto quanto mai solenne.

Nel linguaggio comune, come ho già detto, noi definiamo tale evento con il termine di “ultima cena”, ma sarebbe più logico definirlo quale “Cena delle nozze di Gesù”, come vedremo successivamente. I vangeli ci mostrano che tale cerimoniale è preparato con il richiamo di episodi analoghi. Eccone alcuni.

Appena qualche tempo prima, Gesù con una parabola aveva parlato del mistero del regno dei cieli paragonandolo ad un banchetto nuziale di un Re – che sarebbe Dio Padre -  il quale invitava la gente alle nozze del suo Figlio.

In altro contesto, aveva parlato di dieci vergini, compagne della sposa, che attendevano l’arrivo dello sposo, per accompagnarlo verso la casa della sposa stessa.

Sei giorni prima della celebrazione pasquale, a Betania partecipa ad un banchetto nella casa di Lazzaro dove viene unto con nardo preziosissimo - una essenza che nella Bibbia ricorre frequentemente nel contesto nuziale – per significare “il profumo dello sposo e che la sposa vuol seguire”, cosa per la quale non c’è da temere nessuno spreco.

Successivamente, Gesù entrerà solennemente in processione a Gerusalemme, con grande festa ed entusiasmo di popolo, il quale stende tappeti sulla strada ed acclama agitando fronde di palme, per significare che è accolto proprio come si accoglie l’arrivo dello sposo.

Nell'imminenza della celebrazione pasquale comanda ai suoi discepoli di preparare la sala per il tradizionale solenne banchetto. Da notare che la stanza si trova al piano superiore. Questo per sottolineare ancora una volta che è una cena nuziale. Infatti, nella topografia ebraica, la stanza alta - quella posta al piano superiore - corrisponde appunto alla stanza nuziale.

In tale contesto, a differenza degli altri evangelisti, Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucaristia, ma la fa precedere con il racconto della lavanda dei piedi. In esso è da notare la deposizione delle vesti di Gesù. Il gesto sta a significare che vuol mostrarsi alla sposa nella sua nudità – cosa da non vedersi in maniera vergognosa come quella vissuta da Adamo presso l'albero del bene e del male, e per la qual cosa doveva nascondersi - ma una nudità sommamente gloriosa, nel senso che sarebbe stata l’espressione della sua volontà di offrirsi in sacrificio, donando la vita per la bellezza della sua sposa.

Ciò premesso, ora ci domandiamo: Cosa avviene in questa cena nuziale?

Cosa avviene nella cena nuziale di Gesù

Finita la tradizionale cena pasquale ebraica, la stanza ove si trova Gesù con gli apostoli diventa anche la stanza dell’intimità, dell’amplesso di Cristo sposo con la sua sposa.

Da notare che l’iniziativa della cena è di Gesù. È lui che invita gli apostoli al banchetto. Pur tuttavia non li vuole forzare, vuole che accolgano liberamente l’invito. Pur tuttavia, chiede la loro collaborazione nella preparare la tavola.

Applichiamo e riferiamo a noi. Allo stesso modo quando vi siete sposati avete avuto particolare attenzione nel preparare la festa e il pranzo, c’è stato il vostro reciproco assenso e consenso, in una vicendevole collaborazione. Ebbene, proprio questa è stata la prima componente, quella che abbiamo definito col termine di “sponsalità”, quella che sta a significare il consenso, cosa che corrisponde alla vicendevole libertà di iniziativa e di accoglienza.

Cosa avviene alla fine della cena di Gesù?

Dalla “sponsalità” si passa alla “nuzialità”, si realizza il citato mistero nuziale di Cristo con la Chiesa. In altre parole, si giunge al più alto vertice della celebrazione, superiore a quello che era stato sino a quel momento. Infatti, al memoriale della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, subentra un altro evento, un evento definitivo ed eterno, un altro memoriale da prolungarsi nei secoli, quello della donazione totale di Gesù.

Egli, compiendo tale gesto, manifesta il suo grande amore per la Chiesa sua sposa, in quanto le dona il suo corpo e il suo sangue: “Prendete e mangiate questo è il mio corpo.... Bevetene tutti questo è il mio sangue...”.

Con questo gesto Gesù diventa una cosa sola con la sua comunità, con la sua Chiesa, con tutti noi. Poi aggiunge: “Fate questo in memoria di me”.

Da notare che Gesù non dice di farlo in suo ricordo, ma in sua “memoria”.

Il gesto di Gesù compiuto in quella cena è l’anticipazione del sacrificio della Croce. In esso Gesù è realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. È presente colui che, come detto, si è donato a noi sulla croce. Ebbene, tale memoria si realizza ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, per cui essa non è un ricordo, non è il non dimenticare il passato, ma è un “memoriale”, cioè un fatto tuttora presente e operante.

Infatti, ogni Messa, ogni celebrazione eucaristica è l’attualizzazione del Sacrificio della Croce, perché il suo valore possa essere applicato a noi, nell’oggi.

Tornando all’ultima cena – che appunto come appena detto è l’anticipazione del sacrificio che avverrà il giorno successivo sulla croce - Gesù si consegna a noi, diventa con noi una sola carne, come nel matrimonio in cui gli sposi si consegnano vicendevolmente, mettendo in pratica quello scritto in Genesi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”.

Ecco che al culmine di questo rapporto d’amore iniziato con l’invito a cena da parte di Gesù, condiviso dagli apostoli, quello che abbiamo chiamato “sponsalità”, ora subentra l’unione intima con Lui, e con questo di fatto si realizza la sua “nuzialità”.

Con tale gesto, Cristo donandosi dice: “Prendi e mangiami”, analogamente agli sposi che parimente si donano l’uno all’altro: “Prendimi, io dono me stesso a te, come accetto che tu doni te stesso a me”.

Del resto, quante volte i genitori, anche quando si rivolgono al piccolo e mettono in atto il loro tenero amore per lui, dicono: “Ti mangerei”.

In tale senso, è quanto mai evidente che, sia l’Eucarestia sia il Matrimonio, hanno lo stesso contenuto di donazione, cosa che viene espressa appunto con l’accostamento all’immagine del mangiare.

Gli sposi sono chiamati a vivere la nuzialità alla maniera di Gesù

Ora, scendendo al concreto, ci domandiamo: Come riescono gli sposi a vivere la nuzialità alla maniera di Gesù?

Per gli sposi, come pocanzi espresso, la nuzialità consiste nel donare la propria vita all’altro – normalmente più facile - e nel contempo nell’accettare il dono dell’altro – normalmente più difficile nella sua totalità.

Allora, a questo punto, attenzione! In cosa consiste tale vera e vicendevole donazione?

Non si tratta solo di esercitarla in alcune momenti scanditi e programmati, ma di metterlo in pratica in ogni momento della giornata, in ogni luogo, in tutte le situazioni, in ogni sentimento interiore, sia quando si è vicini l’un l’altro, sia quando questo non è possibile, per poterlo concludere all’evenienza anche con il dono del proprio corpo.

Questo ultimo gesto, però, acquista il suo valore genuino, e santifica gli sposi in quanto esercizio di sacramento, solo se è preceduto dall’esercizio della pratica quotidiana appena descritta. Solo con tale stile di vita, la donazione sessuale diventa il segno e l’apice del vero amore coniugale, potendo dire vicendevolmente e nella verità: “Questo è il mio corpo, questa è la mia vita, questo è il mio affetto. Prendi e mangia”.

Dove sta il rischio che possono incorrere gli sposi, quel rischio che può diventare la causa dello sfasciamento di tanti matrimoni, oppure quello di matrimoni che in superficie si mantengono e che appaiono tali nell’opinione pubblica, ma che di fatto sono pieni di sofferenza?

Il rischio sta nel fatto del capovolgimento del genuino significato del termine che definiamo “amore”. Il rischio è quando non è più un amore oblativo, cioè un amore che si dona come abbiamo appena descritto, ma si trasforma in un amore possessivo, in quanto non è più gratuito ma diventa egoistico, in quanto chi ci sta accanto più che una persona da rispettare, diventa essenzialmente un oggetto solo di godimento.

Proprio per tale motivo l’evangelista Giovanni, se non ci presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, lo anticipa raccontandoci il gesto molto significativo compiuto da Gesù, quello della lavanda dei piedi.

E' un gesto che Cristo fa ai suoi discepoli dopo che lui stesso, poco tempo prima, lo aveva accettato dalla donna di Betania. Lo fa per insegnare che lo stesso gesto sia fatto vicendevolmente da tutti i discepoli, ed ovviamente con particolare riferimento agli gli sposi.

Con esso siamo chiamati ad ammirare ed imitare Cristo il quale ama tanto la sua sposa da lavarla e profumarla con il sua amore, mettendosi al suo servizio senza pretendere nulla, a non volerla possedere, ma a donarsi a lei totalmente. Del resto, in altro contesto lo aveva detto chiaramente, era venuto per servire e non per essere servito.

Ed allora la domanda: Noi ci lasciamo servire o siamo come Pietro che interviene con il dire: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”?

Pietro rifiuta di accettare quell’atto, perché si sente autosufficiente, determinato e coraggioso, senza accorgersi di essere cieco di fronte alla propria debolezza, come del resto dimostrerà di lì a poche ore, quando negherà di conoscere Gesù. Guai a noi se non ci accorgessimo di avere la necessità di una amorosa interdipendenza!

Per Gesù quell’atto assume un significato preciso, quello di entrare in relazione con tutto il nostro essere, sia quando si trova nella luce sia quando si trova nell’oscurità. Lo fa per poter effondere la pienezza del suo amore.

Come applicarlo nella relazione di coppia?

Sino a che punto ognuno si sente talmente autosufficiente da non aver bisogno della così detta “correzione fraterna” da parte dell’altro?

E allora è bene farsi delle domande: “Quali parti della mia vita mi vergogno di condividere con il coniuge? Quali sono le debolezze, le paure, le ferite che continuo a coprire davanti ai suoi occhi?

Il gesto del lavare i piedi dell’altra persona significa mettere in pratica tutto questo. In altre parole, si tratta di mettere da parte le nostre preoccupazioni, le nostre ferite, i nostri gusti, le nostre esigenze, per poter comprendere, affrontare e sostenere quelle dell’altro. È un abbassarsi tale per cui si potrebbe anche correre il rischio che l’altro possa approfittare della nostra bontà, ma questo non importa, perché – secondo una eloquente espressione di fede - il “limite dell’amore è un amore senza limiti”.

Siamo disposti ad ogni sacrificio, rinunciando a certi punti di vista non essenziali per amore dell’altro?

Certamente non è facile. Quanta pazienza ci vuole! Quanta comprensione e perdono da esercitare! Quanta capacità per mettere in pratica l’esortazione di Paolo agli Efesini: “Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione.

Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

Conclusione

A questo punto – per concludere - vale la pena sottolineare anche altri due comportamenti che riscontriamo nella cena, quello di Giovanni che riposa sul petto del Signore, e quello di Giuda che immerge la sua mano nel piatto.

Questi due atteggiamenti ci insegnano che nei confronti di Gesù potremmo assumere due comportamenti opposti: il discepolato amorevole da una parte, oppure il tradimento egoistico dall’altra. Giovanni vive uno splendido momento di intimità in cui si avvicina a Gesù al punto da poter sentire il battito del suo cuore. È quello che dovrebbe avvenire per ognuno di noi, perché Cristo guardandoci, ci indica il suo cuore, solo nel quale può trovare ristoro la nostra vita. Se Giovanni vi riposa, è come il bambino che aspetta di essere nutrito, e che tiene la mano aperta per ricevere.

Giuda, invece, immerge la mano nel piatto, si nutre da solo. Non crede più che il Maestro sia “Pane di vita”. Per lui il cibo – e quindi la vita – dev’essere preso avidamente e perfino con la forza, se è necessario.

Questo ci invita a fare una riflessione, non solo come ci accostiamo al coniuge – abbiamo già cercato di rifletterci sinora - ma anche al come andiamo a ricevere l’Eucaristia.

Notiamo bene, ho detto a “ricevere”, non a “prendere”. È ricevendola che permettiamo a Gesù di poterci nutrire.

L’amore di Dio è sempre un dono da accogliere, e non può mai essere preso con la forza, contando sulle nostre capacità. Come anche gli sposi, analogamente – e torniamo a ripeterlo - non si pretendono e non si prendono, ma si donano.

Di fronte a tale dimensione possiamo dire che - se Gesù ci avesse lasciato soltanto una bella dottrina, o ci avesse insegnato l’arte di fare miracoli, o ci avesse dato il miglior codice di comportamento umano nella società - non ne avremmo ricavato alcun vero guadagno.

Il dono più grande che Egli ci ha fatto è stato quello di poter mangiare Dio in modo da poter essere come Dio. Questo mangiare Dio, ed essere totalmente suoi, non è soltanto il grande mistero, ma pure la grande vetta da tutti desiderata, anche se purtroppo da molti non è compresa e non è accolta. Se si mangia di quel pane e si beve di quel vino si diventa concorporei e consanguinei con Gesù, il Figlio di Dio: si possiede la vita eterna.

Chissà se, nelle tante comunioni che abbiamo fatto, abbiamo veramente mangiato Dio!

Chiediamoci con l’apostolo Paolo, se lo possiamo affermare, sia pure in una limitatezza: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”; ed anche: “La vita che io vivo è quella che vivo nella carne di Gesù, il Figlio di Dio”.


 

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