Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
9 luglio 2020 * S. Veronica Giuliani
itenfrdeptrues
ecco tua madre
Si tratta della sesta riflessione sulla cristificazione nel matrimonio preparata per il ritiro di luglio 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello.
La riflessione di questo mese è per comprendere come il mistero pasquale è stato vissuto da Gesù nel venerdì santo e per indicare agli sposi come può essere vissuto da essi in forza del sacramento del matrimonio.
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La Cristificazione nel matrimonio.6 - Venerdì Santo nella vita degli sposi
(Testi di riferimento: Mc 15,33-37; Gv 19,25-27)

Premessa
Per l’evangelista Giovanni, la Croce è il momento supremo nel quale Gesù viene massimamente glorificato; di fatto è il momento del suo trionfo. Del resto, Gesù stesso lo aveva detto in precedenza: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”.
Come è vero che la logica di Dio è del tutto diversa dalla nostra! Per noi sarebbe stata la più grossa sconfitta!
Per tale motivo ci facciamo delle domande, cercando di dare pure delle risposte.
Cosa è la croce per se stessa e qual è stata la croce per Gesù? Quali sono e perché le nostre croci quotidiane? A cosa servono o a cosa possono servire?

Ai tempi di Gesù, nei territori soggetti al dominio dell’impero romano, il supplizio della croce era utilizzato per scopi ben precisi. Era usato per i sobillatori contro l’impero. Sta di fatto che nessun cittadino romano veniva crocifisso. La croce era usata solo per gli altri popoli che si trovavano sotto il dominio di tale impero. Doveva servire come metodo terroristico: per spaventare, per prevenire, per dare lezioni. Se Gesù ha subito tale supplizio è stato proprio perché davanti a Pilato è stato accusato di essere sobillatore del popolo.

Per tal motivo potremmo ben dire che i due ladroni crocifissi con Gesù, più che “ladroni”, molto probabilmente erano stati anche loro dei “ribelli”.

La condanna di questa gente era quanto mai umiliante. La persona veniva portata fuori dal luogo della condanna, doveva marciare in processione perché fosse visto e biasimato da tutti. Questo perché tutti si rendessero conto che il condannato aveva compiuto un obbrobrio e che proprio per tal motivo veniva castigato.

Lungo questo tragitto, doveva portare sulle spalle il pezzo orizzontale della croce stessa. Al momento della crocifissione veniva posto un appoggio sotto il sedere e sotto i piedi in modo che, appoggiandovisi, continuasse a vivere più a lungo, anche 3-4 giorni.

Dopo la morte, i corpi dovevano rimanere ancora sulla croce per essere mangiati dalle bestie, alla fine si dovevano gettare i resti nelle fossa comune. Anche questo doveva evidenziare il supremo disprezzo.

Dai vangeli veniamo a conoscenza che per Gesù il processo e la condanna non hanno seguito alla lettera quanto prescriveva la legge, anche se di fatto, come già detto, è stato condannato come sobillatore del popolo.

Per concludere, guardiamo tale croce sotto due aspetti. Il primo, dal punto di vista storico. Come detto, è stata la condanna per l’accusa ingiusta di essere un “sobillatore”.

Il secondo, dal punto di vista della fede. È stata la condanna che ha dato modo a lui di essere nostro “salvatore”. In tale senso il fatto acquista il termine di “mistero”, meglio ancora di “mistero della croce”, cioè come opera di Dio compiuta a nostro vantaggio, per il nostro riscatto e per la nostra eterna salvezza.

Giunti a questo punto applichiamo a noi, per quelle volte in cui diciamo di avere delle croci, più o meno pesanti, sia quelle ordinarie della vita quotidiana, sia quelle eccezionali che si presentano in certi momenti della vita stessa.

Anche noi possiamo e dobbiamo vederle dai due punti di vista.

Dal punto di vista storico ed esistenziale provengono dai nostri comportamenti, dai nostri limiti, dal nostro carattere, dalla nostra salute precaria, da fenomeni della natura, dalla cattiveria di altri, da quanto altro potremmo aggiungervi.

Dal punto di vista della fede, dobbiamo vederle ed accogliere come “Mistero”, attraverso cui Dio stesso è quanto mai presente ed operante. Pertanto la croce, da lui voluta o permessa che sia, se è assunta e valorizzata come sua opera, anche se è un fatto doloroso e incomprensibile, certamente diventa un fatto fecondo per noi, per il nostro progresso spirituale, per il bene da compiere; diventa un fatto che costruisce il Regno di Dio.

Del resto, se siamo discepoli di Cristo, in quanto singoli ed anche in quanto coppie di sposi, per poterlo seguire sino alla fine, pur facendo le debite proporzioni, non possiamo pretendere una sorte diversa.

Per questo potremmo ben dire che anche le nostre croci dovrebbero assumere il doppio significato pocanzi citato. Da una parte diventano un “mezzo terroristico” contro l’azione del diavolo, dall’altra un “motivo di avvicinamento” e di “somiglianza a Gesù”, lo sposo della Chiesa, il nostro sposo.

Ecco la riflessione di oggi: la nuzialità del venerdì santo nella vita degli sposi. Ci limitiamo solo a questa, perché quella del sabato santo l’abbiamo trattata nella riflessione di maggio.

La nuzialità del venerdì santo
Dopo l’Ultima Cena - quella che nella scorsa riflessione abbiamo definito “Cena nuziale di Gesù” - egli si sposta nell’orto degli ulivi, dove attraversa il momento della delusione e della massima sofferenza, sino a sudare sangue, perché gli pare di non riuscire ad accettare la volontà del padre, cosa che egli manifesta attraverso l’espressione: “Allontana da me questo calice”.

Ammesso che nella norma non dovrebbe mancare mai un rapporto forte, intimo e di intesa tra padre e figlio, in questo caso Gesù scopre che quanto voluto dal Padre è diverso da quello che avrebbe voluto e di quanto si sarebbe aspettato lui, almeno in quel momento.

Tuttavia, nonostante la delusione accompagnata da una sofferenza immane, accetta tale volontà e si consegna a lui, donando tutto se stesso per puro amore, allo scopo di redimere tutti gli uomini.

Non solo nell’orto degli olivi, ma anche dalla Croce manifesterà il suo sconforto con le parole del salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Tali analoghe prove, anche se in maniera, in misura e circostanze diverse, avvengono per tutti noi. Se poi vogliamo leggerle in chiave prettamente nuziale, riferito alla coppia, non mancano neppure ad essa. Pertanto, ci domandiamo cosa esse possono implicare, e nel contempo come riuscire a viverle.

Per meglio comprendere il fatto dobbiamo leggerlo nel suo significato simbolico reso chiaramente evidente da Gesù sulla croce.

Gesù è trafitto nel costato, da cui esce sangue ed acqua. Il fatto ci richiama il primo uomo Adamo, dal cui analogo costato esce la prima donna Eva, proprio perché Adamo non sentisse la solitudine.

Ed ecco la dinamica del fatto. Da una persona ne proviene un’altra. Quest’ultima viene momentaneamente separata dalla prima perché a sua volta, al momento opportuno, possa ritornare ad essere una sola cosa con quella da cui è scaturita, come del resto afferma la Genesi: “I due saranno una carne sola”. 

La stessa dinamica avviene nella donazione di Cristo sulla croce. Dal suo costato squarciato esce il suo Spirito per formare un’altra realtà, la Chiesa, la quale a sua volta dovrà ricongiungersi con lui, in quanto sua sposa.

Praticamente, possiamo e dobbiamo ben dire che è proprio sulla croce che si consuma la nuzialità tra Cristo e la sua sposa, ed è proprio per questo motivo che la Croce è pure definita col termine di “talamo nuziale”.

Arrivati a comprendere questo, cosa deve diventare importante per noi?

L’importante è che ogni membro della Chiesa, che cioè ognuno di noi se ne renda conto, vi corrisponda ricambiandone l’amore, allo scopo di essere una cosa sola con Gesù, e poter così entrare nella gioia piena dell’amore trinitario.

Ebbene, non solo i singoli, ma anche ogni coppia cristiana in quante tale, è chiamata a vivere questo mistero grande, in ogni momento della sua vita, ma soprattutto quando è chiamata a sperimentarlo nella sofferenza e nella croce.

A questo punto scendiamo al pratico specchiandosi sul modello che è Gesù.

In tutte le storie di coppia si scopre ad un certo punto che l’altro non è come lo si sarebbe voluto. Si sperimenta il momento della delusione e del disincanto. Ma sta proprio qui il segreto per scoprire chi è veramente l’altro, e così poter riuscire a superare la prova ed uscirne vicendevolmente arricchiti. In altra parola semplice, ma carica di significato, si tratta di scoprire che l’altro non ci appartiene, ma è un dono che fa il Signore, per i suoi disegni imperscrutabili e che senz’altro avvengono per il bene di ciascuno.

Ed ecco l’esempio che ci viene da Cristo, come pocanzi detto, il quale accetta la volontà del Padre e si consegna donando tutto se stesso per puro amore. È quello che ascoltiamo in una preghiera eucaristica: “Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli”.

Come lui si offre e si dona, altrettanto sono chiamati gli sposi a farlo vicendevolmente.

Continuiamo a riflettere ancora.

È vero che per Gesù il venerdì santo – nella logica umana - è il giorno della tragedia, del fallimento, del tradimento, dell’abbandono, del dolore. È il giorno del dubbio che di fronte al dolore non trova risposta. In tal senso, ad esempio, potremmo ben immaginare che anche gli apostoli si saranno chiesto: “Perché è finita così? Noi che speravamo di sedere ai primi posti con lui, nel suo regno!”.

Anche tanti sposi spesso si chiedono: Perché questo dolore? Perché questa prova? Perché questo fallimento? Perché questa delusione? Perché questa fatica ad intenderci e capirci fra di noi?

Si tratta di imparare a starci. Stare di fronte al dolore, stare di fronte al fallimento, stare dentro una crisi. Certamente con il desiderio di allontanare e superare tutto, ma non di sfuggirlo con il rifugiarci totalmente nel lavoro, oppure in altre attività esterne, e neppure cercando di riempire il vuoto in qualunque altro modo, peggio ancora scegliendo l’estremo rimedio del divorzio.

Ed è proprio qui che ci viene incontro l’esempio di Maria santissima. Dobbiamo imparare da lei ad avere la capacità di saper “stare” sotto la Croce, cioè a rimanere forti e dignitosi, soffrendo e amando, senza fuggire dalla realtà.

Questo, se da una parte è difficile, dall’altra è possibile con la grazia e diventa molto produttivo.

Quanta differenza tra lei e i discepoli che fuggono, ad eccezione di Giovanni e di alcune pie donne! Eppure la loro presenza è quanto mai significativa, è diventa ricca di preziose conseguenze.

In quel momento essi stanno a rappresentare la Chiesa, la Sposa di Cristo. Tra queste figure, la più significativa è proprio quella di Maria la quale con lo “stare sotto la croce” esprime, oltre che la figura di essere madre, anche quella di essere sposa, aperta alla fecondità, proprio come lo esprimono le parole evangeliche: “Gesù disse alla madre: <Donna ecco tuo figlio!>; poi disse al discepolo: <Ecco tuo madre!>”.

Sono le parole che indicano la nuzialità feconda di Cristo sposo della Chiesa. Nasce il primo figlio, Giovanni, di cui Maria è madre. Con Giovanni ci siamo tutti noi. Veramente, nell’essere Chiesa e nel rimanere nella Chiesa, abbiamo una grande fecondità!

Da notare bene l’espressione: “E da quell'ora il discepolo la prese con sé”. Questo non vuol dire tanto che la prese a casa sua, come altri testi traducono, ma soprattutto che la fece entrare nella propria vita, per poterla vivere in piena fecondità.

Ovviamente, con il termine di fecondità applicato agli sposi, non si tratta di restringerla solo a quella biologica, ma si tratta pure di quella che si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che ogni sposo e sposa è chiamato a donare. Certamente ed innanzitutto come dono vicendevole ma che poi si allarga verso figli se ci sono, e comunque verso tutti coloro che incontreranno nella vita.

Come imitare Gesù in croce e come imitare Maria sotto la croce
A questo punto vogliamo soffermarci a contemplare la scena di Gesù sulla croce e di Maria sotto la Croce, quali nostri modelli e non solo ma anche quali mediatori di grazia, con alcune altre riflessioni che possono arricchirci, anche se in parte possono sottolineano alcuni aspetti già presentati.

La prima riflessione.

Consideriamo l’espressione di Gesù che dice: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Quante volte nell’ambito della coppia sorgono contrasti, incomprensioni, malintesi, ferite più o meno gravi!  Se non ci si premura di chiarire tutto con la vicendevole benevolenza e non si cerca di superare il tutto quanto prima, il fatto potrebbe degenerare ed aggravarsi ogni giorno più.

Pur non sempre comprendendone la dinamica, è necessario esprimere il perdono alla maniera di Gesù, nel senso che nell’altro non dovremmo vedervi sempre cattiveria, ma semplicemente superficialità e mancanza di riflessione.

In altro contesto Gesù dice di “perdonare di cuore”. Questo non significa che viene totalmente annullata, cancellata per sempre l’eventuale offesa ricevuta; ci vuole tempo perché il fatto non sia più ricordato. L’importante è che non sia volutamente rimuginato e coltivato. Per riuscire in questo è molto importante coltivare quello che di positivo c’è nell’altro, mettendo in pratica il detto di guardare al bicchiere mezzo pieno.

La seconda riflessione.

Maria avrebbe disobbedito alla legge del tempo che impediva ai parenti di stare vicino ai condannati. Essa rompe questa regola e nel suo gesto trascina con sé alcune donne assieme a Giovanni, il discepolo amato.

Ebbene, il suo esempio ci insegna ad affrontare i momenti oscuri, i momenti di difficoltà, proprio guardando il Crocifisso e “stando” davanti ad esso. Maria, di fronte alla condanna del Figlio, non si è nascosta, non si è tirata indietro come gli altri, il suo cuore nel dolore non si è ristretto, ma si è dilatato.

Allo stesso modo noi tutti, sia come singoli, sia come sposi e genitori, siamo chiamati ad affrontare le difficoltà della vita, accettandole come “mistero” di grazia.

Nel contempo possiamo anche ben dire che Gesù aveva bisogno di lei, non solo come era avvenuto per nascere, ma anche ora per morire. Infatti, nel momento in cui sulla croce si vede abbandonato dagli uomini e perfino apparentemente dal Padre celeste, ha bisogno di rivolgersi alla madre, che essendo presente è segno che non lo ha per nulla disertato.

Chi di noi, quali sposi e quale famiglia, non ha bisogno di relazionarsi con Maria, non limitandosi ad un devozionismo sterile, ma in una devozione fiduciosa, vera e profonda per acquistare il suo spirito?

La terza riflessione.

Il valore e l’esempio di Maria nel suo: “Stare ritta”.

Con tale atteggiamento ella soffre profondamente con il Figlio, si associa con animo materno al suo sacrificio; consentendo all'immolazione della vittima da lei generata, è come se immolasse se stessa. In tal senso è definita la “Corredentrice”.

Potremmo fare un confronto che ci aiuta a capire i due significati, l’uno quello della presenza di Maria sotto la croce, e l’altro quello di Abramo, chiamato a sacrificare il figlio.

Questo paragone è suggerito dallo stesso angelo Gabriele nell'Annunciazione, quando dice a Maria le stesse parole che erano state dette ad Abramo: “Nulla è impossibile a Dio”.

Ma esso emerge soprattutto nei fatti. Vediamoli.

Dio promette ad Abramo un figlio, pur essendo fuori dell'età e per di più con una moglie sterile. Eppure Abramo crede.

Dio annuncia a Maria che avrà un figlio, nonostante che ella non conosca uomo. E Maria crede.

Viene il tempo in cui Dio ancora di nuovo entra nella vita di Abramo per chiedergli di immolargli quel figlio che egli stesso gli aveva dato e del quale aveva detto: “In Isacco avrai una discendenza”.  Abramo, anche questa volta, obbedisce.

Viene il tempo in cui Dio ancora di nuovo entra nella vita di Maria, chiedendole di consentire, e anzi di assistere, all'immolazione del Figlio, del quale era stato detto che avrebbe regnato per sempre e che sarebbe stato grande. E Maria obbedisce.

Abramo sale con Isacco sul monte Moria, Maria sale dietro Gesù sul monte Calvario. A Maria, però, è chiesto molto di più che ad Abramo.

Infatti, nell’ultimo momento Dio fa fermare la mano di Abramo, ed egli non perde il figlio ma subito lo riacquista vivo. Con Maria non avviene questo.

Ella deve varcare anche quella linea estrema, senza ritorno, quella che è la morte del figlio. Ma si realizza un prodigio infinitamente più grande: lo rivedrà e riavrà risorto.

Chiudiamo con l’augurio e la preghiera per ogni coppia di sposi e per ogni genitore di poter sperimentare una specie di risurrezione per ogni difficoltà, per ogni prova, per ogni sofferenza che sono chiamati ad attraversare ogni giorno.

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