Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
30 novembre 2020 * S. Andrea apostolo
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EmmausSi tratta della nona riflessione sulla cristificazione nel matrimonio preparata per il ritiro di novembre 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello.
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Cristificazione nel matrimonio.9 – Tommaso e i discepoli di Emmaus
(Testi di riferimento: Gv 20, 19-29; Lc 24, 13-35)

Premessa
Con questo ritiro di novembre si conclude l’argomento sulle tre riflessioni relative alle apparizioni di Gesù: alla Maddalena, a Tommaso, ed oggi ai discepoli di Emmaus, tutte riferite al tema generale dell’anno formativo riguardante la cristificazione nel matrimonio.
Nel dettare e presentare le varie riflessioni dei mesi scorsi, non ho seguito alla lettera lo schema proposto dal centro nazionale dell’ISF, pur mantenendomi nell’argomento del tema stesso, ad eccezione dell’ultima volta. L’ultima volta, infatti, mi sono permesso di toccare quello relativo al nostro rapporto con il Papa, per la tanta confusione che ogni giorno più si sta creando fra i credenti, cosa tanto più da noi sofferta per il fatto che nella professione dei voti abbiamo promesso anche la piena fedeltà al Papa.

Veramente sarebbe stato un fuori tema. Eppure ci voleva, come espressamente mi ha detto qualcuno, sottolineando che non solo è stato utile ma necessario, proprio per chiarire e mettere a fuoco alcuni aspetti.

Oggi, in riparazione di tale digressione, prima della riflessione suggerita per questo mese sull’apparizione del Risorto ai discepoli di Emmaus, premetto anche una breve riflessione dedotta dal tema del mese scorso, relativa a Tommaso.

Il dubbio di Tommaso 

È vero che Tommaso è stato dubbioso ed incredulo davanti alla notizia sulla apparizione di Gesù risorto, come mostrano le sue parole: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Potremmo esprimere tale pensiero di Tommaso anche in un altro modo, capovolgendo le sue stesse parole. È come se avesse detto: “Io riuscirò a credere che lui è veramente risorto quando nel suo corpo non vedrò più le ferite che gli abbiamo inflitto”.

A dir la verità, non sarebbe stato del tutto fuori luogo questo suo pensiero. Infatti, anche la catechesi della Chiesa insegna che quando risorgeremo, il nostro corpo non sarà più come lo abbiamo lasciato, ma sarà glorioso, si troverà in uno stato di perenne giovinezza, proprio come sarebbe stato nel momento più bello della vita terrena.

Questo è vero, non può non avvenire, perché se ora abbiamo un corpo fisico, poi avremo un corpo spirituale. Avere un corpo spirituale non significa essere fantasmi, che di fatto non hanno corpo, ma ne avremo uno diverso, il quale sarà sempre in grado di interagire con le cose e con le persone, proprio come è avvenuto per Gesù risorto. Egli poteva essere toccato, come ha chiesto di essere toccato da Tommaso, come pure in altre circostanze ha mangiato con i discepoli, dimostrando così di non essere un fantasma, uno spirito senza corpo.

Detto questo, possiamo concludere con il dire che, se il corpo fisico è dotato di ciò che gli serve per la vita presente ed ha modo di stare a contatto con le persone e le cose, altrettanto il corpo spirituale ha l’indispensabile per poter godere della vita eterna e potersi manifestare ad altri. In forza di questo, il corpo risorto non ha più limitazioni di sorta rispetto a quello terreno. Ad esempio, lo dimostra il fatto che Gesù entra a porte chiuse.

Ecco perché, in forza di quanto detto, se Gesù fosse risorto non dovrebbe avere le ferite, dalle quali era stato limitato nella vita fisica. Per tale motivo, pertanto, nulla ci sarebbe da dire sulla richiesta di Tommaso.

Ma è proprio qui che Tommaso deve fare un salto di qualità, il salto della fede: “Beati quelli che pur non vedendo, credono!”.

 Infatti, le ferite di Gesù non sono state un limite ma l’occasione per mostrare al massimo sulla croce il suo grande amore, un amore che non vien meno con la risurrezione, ma che attraverso di essa acquista un valore ancora maggiore.

Ecco perché, anche se risorto a vita nuova, le sue ferite rimangono. Però non sono più quelle di prima, non sono più quelle sofferenti, non sono più quelle inflitte da noi, ma diventano “feritoie”. Attraverso di esse Gesù continua a riversare il suo immenso amore, il suo amore di sposo, il suo amore nuziale sia nei confronti di ogni persona, nei confronti dell’umanità intera, proprio quale sua sposa.

Pertanto, quello che a prima vista sono una ferita e quindi un male inflitto alla persona di Gesù, nella realtà in lui risorto diventano qualcosa di grande, proprio a nostro vantaggio.

Applichiamo agli sposi. Cosa dice alla coppia tutto questo e come li aiuta nel cammino di cristificazione?

Si tratta di scoprire e vivere il mistero nei suoi due versanti. Da una parte si tratta di vederlo nella prospettiva della fede, dall’altra di applicarlo alla vita quotidiana.

Nella prospettiva di fede, la ferita da noi impressa a suo tempo nel corpo di Gesù, ora diventa il passaggio - ecco la “feritoia” - per farci entrare nel suo cuore, per sperimentare l’intimità con lui, proprio come ha sperimentato Giovanni durante l’ultima cena, quando ha potuto poggiare il capo sul petto di Gesù.

Applicandola alla vita quotidiana degli sposi, essi non possono negare come tante ferite possono verificarsi nella coppia stessa, come di fatto esistono. Non sto ad elencarle, ognuno ha le sue e le conosce bene.

Quanti limiti, quanti malintesi, quanti egoismi, quante pretese, quanti sbagli, quante delusioni!

Ecco allora il compito che viene loro affidato: trasformarle, farle diventare una “feritoia”?

Possono diventare l’occasione attraverso la quale si può arrivare ad esprimere un amore maggiore, un amore ancor più forte di quello sinora vissuto.

Si tratta di non dimenticare l’espressione di san Paolo: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”.

I discepoli di Emmaus
Iniziamo anche questa riflessione facendoci ancora delle domande.

Come va la nostra opera educativa, a cominciare da quella verso i figli e nipoti? Come va il nostro apostolato, più o meno diretto che sia? Nelle varie opere di bene che compiamo, sono più le soddisfazioni o i fallimenti? Conosciamo i motivi del fallimento? Abbiamo scoperto il punto sul quale raddrizzare il tiro?

Proprio a tale proposito ci può illuminare la riflessione sull’episodio dei due discepoli di Emmaus, che tra l’altro sarebbero stati marito e moglie, quindi quanto mai rappresentativi delle nostre situazioni.

Che siano sposi non è detto espressamente, ma possiamo ben supporlo. Lo si desume dal fatto che l’evangelista dà il nome solo ad uno, quello di Clèofa. Tale infatti era la consuetudine: fra gli sposi si dava solo il nome del marito.

Eppure, raffrontato con altri brani, possiamo conoscere anche il nome della moglie. Si chiama Maria. La troviamo sotto la croce dove l’evangelista la descrive quale “Maria di Clèofa”, cioè sposa di Clèofa. Ecco le precise parole: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Magdala”.

A parte questo, qual è il problema dei due sposi?

Quello di essere rimasti delusi, di aver perso ogni speranza, di aver sciupato tempo, cosa chiaramente manifestata nella loro depressione, presentandosi con il volto triste.

Quante volte tale stato d’animo si esperimenta personalmente in noi stessi! Quante volte avviene tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra i parenti e vicini, fra colleghi di lavoro ed ambienti che frequentiamo!

I due discepoli hanno una tristezza e un pessimismo così radicato nel cuore, che neppure la notizia delle donne li aveva scossi. E non solo, la tristezza rimane tuttora, nonostante che ci sia la presenza di Gesù, e che di fatto non riconoscono. Il testo lo ha detto chiaro: “I loro occhi erano impediti a riconoscerlo”.

Solo successivamente, mentre si trovano a tavola, allorquando Gesù ripete il gesto dell’ultima cena, lo riconoscono: “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che una cosa è il conoscere, altra cosa è il riconoscere.

I due discepoli in antecedenza avevano ben conosciuto Gesù, eppure per quella strada non lo riconoscono. Un fatto analogo è successo anche agli altri discepoli. Ad esempio, Maria Maddalena lo scambia per l’ortolano; i discepoli vedendolo camminare sul mare, lo scambiano per un fantasma.

Facile è riconoscere una persona quando ci troviamo in un certo tipo di contesto, più difficile in un altro, soprattutto quando esso è fatto di sofferenza.

Saper riconoscere la presenza di Gesù nelle situazioni che non verremmo di sofferenza e di prove, non è del tutto facile.

Questo può succedere anche nell’ambito di coppia e di famiglia, ed anche tra persone ritenute amiche. È proprio in tali situazioni che a volte ci viene spontaneo uscire nell’espressione: “Non ti riconosco più!”.

Il richiamo è per tutti noi. Si tratta di dover aprire gli occhi in ogni situazione della vita per poter riconoscere, anche in quello che non va bene ed in quello che sarebbe potuto andare meglio, la presenza di Gesù, credendo alle sue parole: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

 Una volta riconosciuto, di conseguenza nella vita tutto si illumina. Si capisce come quello che ci capita, fa parte di un disegno. Si capisce che Dio è veramente bontà, misericordia e provvidenza. Veramente ci viene a mente l’espressione tante volte ripetuta: “Non temete! Io sono con voi”.

Comprendiamo pure meglio quanto dice don Alberione: “Ci viene donato il senso della storia, cioè la convinzione che essa è la piattaforma sempre e comunque dell'amore del Padre”, e anche quanto dice la già accennata espressione di san Paolo: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”.

Legame tra ministero sacerdotale e ministero sponsale
L’episodio richiama pure a considerare un altro aspetto, quello di vedere la stretta relazione che esiste tra il ministero sacerdotale e quello sponsale, voluta da Dio per il necessario e vicendevole arricchimento. In riferimento all’episodio sul quale stiamo riflettendo Gesù è il sacerdote, i due discepoli sono gli sposi. Ed ecco che, a conclusione dell’episodio, li troviamo uniti insieme per celebrare l’Eucaristia.

Sappiamo che l’Eucaristia è un “memoriale”, cioè l’attualizzazione del sacrificio di Gesù avvenuto sulla croce. In tale celebrazione abbiamo l’altare che rappresenta il calvario su cui è innalzata la croce. Ecco perché al fianco o vicino all’altare è richiesta sempre la presenza della croce. Ebbene, è su questo altare che si attualizza il sacrificio stesso della croce. Ecco perché viene baciato all’inizio e alla conclusione del rito e, nelle celebrazioni più solenni, anche incensato, unitamente alla croce.

Nel contempo l’altare rappresenta anche la mensa dove viene preparato il nutrimento per la vita eterna, del quale ci nutriamo in obbedienza alla parola di Gesù: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”.

Però bisogna notare e sottolineare bene che questo pane dona la sua piena efficacia solo se è preceduto da un altro tipo di mensa, quello di nutrirci della Parola di Dio, come indicato da Gesù nella risposta ad una tentazione del diavolo: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Applichiamo al nostro quotidiano. Il sacrificio di Cristo reso presente nella Santa Messa, ci insegna che nella vita non possono mancare i sacrifici, e a volte quali e quanti sacrifici! Che fare?

Si tratta di accettarli per poi unirli a quello di Cristo, soprattutto quando partecipiamo all’Eucaristia, nel momento dell’offertorio.

Ecco perché non può e non deve mancare nella nostra vita la duplice mensa, quella della Parola e quella dell’Eucaristia, proprio per avere dal Signore la forza di affrontare ogni sacrificio della vita stessa.

A fondamento di tutto questo va compreso che tra gli sposati nel sacramento e gli ordinati nel sacerdozio, c’è uno stretto legame, un legame che fruisce dal medesimo mistero “nuziale” da viversi, ovviamente, nel modo a ciascuno adeguato e proprio, e che si concretizza ed alimenta nell’Eucaristia.

Gli sposi sono chiamati a far percepire in qualche modo, che la loro vita è ripresentazione di quella di Cristo sposo che dona tutto se stesso per la Chiesa, sua sposa. Questo lo fanno attraverso la loro vita quotidiana, in quanto vivono nella piena fedeltà e in una costante coerenza, e tutto fanno e accettano per amore.

Cosa ne segue? Quello che succede ai due discepoli.

Essi non possono contenere l’esperienza delle meraviglie di Dio ed hanno urgenza di comunicare quanto hanno udito, visto e sperimentato. Perciò ripartono verso Gerusalemme senza indugio, proclamando a tutti che il Cristo è veramente risorto. Mettono in pratica quello che per similitudine avviene quando il bicchiere sovrappieno, non può non travasare il contenuto; l’essere pieni di Dio, non può non portare alla testimonianza, cosa questa che, ancor prima di tante parole, è fatta soprattutto con lo stile di vita.

Invece il sacerdote, da parte sua, è chiamato a diventare segno del Cristo sposo ed essere per tutti il richiamo a vivere il legame con Cristo stesso.

In questa luce, i sacerdoti e gli sposi sono ministri, sia pure in forma diversa ed essenzialmente distinta, di un medesimo mistero.

Detto questo, perciò, possiamo e dobbiamo concludere nel dire che gli sposi nell’esercizio dell’apostolato ecclesiale e parrocchiale, non lo fanno per supplire la mancanza o impossibilità dei sacerdoti, ma perché è un loro specifico.

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