Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
24 ottobre 2021 * S. Marco solitario
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15 Missione apostoli
Si tratta della nona riflessione sul tema dell' essere "Artigiani di Comunione", preparata per il ritiro del 10 ottobre 2021, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello.
Per il documento: clicca qui
Nona riflessione per l’anno 2021 – La famiglia ha il dovere di evangelizzare
(testo di riferimento: I Cor 9, 16-23)

Dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi.
“Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!
Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa?



Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge - pur non essendo io sotto la Legge - mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge.

Per coloro che non hanno Legge - pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo - mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch'io.

Introduzione
Iniziamo questa riflessione facendoci una domanda.

C’è differenza tra l’apostolato e l’evangelizzazione?

Nelle riflessioni precedenti abbiamo utilizzato i due termini dando loro lo stesso valore o quasi. In realtà l’evangelizzazione ha un valore molto più ampio e più elevato. La cosa riguarda e deve riguardare non solo alcuni ma tutti i battezzati.

Se non tutti sono chiamati o possono fare un apostolato, considerato quale compimento di una azione esterna di bene verso gli altri, tutti invece sono chiamati ed hanno il dovere di evangelizzare, in qualsiasi stato di vita, di età e di salute nella quale si trovano.

Cosa significa evangelizzare
Evangelizzare significa far conoscere il vangelo, cioè la buona e bella notizia. Questa bella notizia consiste nel poter conoscere ed esperimentare l’amore che Dio riversa su ogni persona, senza distinzione di razza, età e cultura; un amore uguale per tutti, sia per coloro che praticano la chiesa o meno, sia per quelli che non credono affatto ed anche per quelli che lo bestemmiano.

Questa notizia il Signore ce l’ha resa nota nell’atto di mandare il suo Figlio Gesù per la nostra salvezza.

Applicando concretamente a noi, l’evangelizzazione consiste nel far conoscere questo amore attraverso la nostra personale presenza, sia con le parole, sia e soprattutto con il comportamento e lo stile di vita, ed anche, a chi è possibile, nell’utilizzare ogni mezzo che abbiamo a disposizione e che chiamiamo apostolato.

Ed ora un’altra domanda. Questo mandato di evangelizzare è veramente riferito a tutti?

Potrebbe sorgere una perplessità nel leggere le parole di Gesù, pronunciate prima di salire in cielo: “Andate in tutto il mondo e predicate il mio vangelo ad ogni creatura”.

Perché ho detto perplessità? Perché potremmo non comprendere bene a chi sono rivolte, se solo agli apostoli oppure a tutti i discepoli.

Certamente Gesù intendeva rivolgersi a tutti, come del resto lo ha ribadito e sottolineato il Concilio Vaticano II, mettendo in evidenza l’antica tradizione cristiana, che cioè: “Ogni singolo cristiano è un evangelizzatore”.

Del resto Gesù stesso in precedenza si era comportato così, come leggiamo: “Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”.

Dunque non alcuni, ma tutti i cristiani in quanto discepoli, sono chiamati ad evangelizzare. Il rischio potrebbe essere nel trasformare quello che è un “comando” di Gesù in una specie di “incoraggiamento” a fare qualcosa perché il Vangelo sia conosciuto e divulgato, senza un preciso dovere e impegno.

Ma non solo. Non dobbiamo neppure cadere nel rischio di pensare che gli evangelizzatori siano solo coloro che hanno ricevuto un incarico ufficiale (tipo i vescovi, i presbiteri, i catechisti, gli operatori pastorali).

Per confermare che questo è vero, basta rifarsi alla Chiesa iniziale. In essa ci accorgiamo che non solo gli apostoli evangelizzano, con il loro stile di vita itinerante di paese in paese, ma tutti comunicano la gioia della fede e della salvezza eterna nel loro ambiente di vita, sia verso coloro che sono già cristiani sia verso coloro che sono ancora pagani. Questo lo fanno sia a parole, sia con il comportamento. Un comportamento tale che li fa essere “un cuor solo e un’anima sola”, che li fa rimanere gioiosi anche nelle prove e nelle difficoltà della vita, tutte queste che creavano lo stupore degli altri, ed è proprio con tale atteggiamento che gli altri comprendono quale sia il grande amore di Dio ed il suo continuo aiuto.

L’evangelizzazione è dono dello Spirito
Ovviamente, l’efficacia di questa evangelizzazione non sta nelle nostre capacità e neppure nella nostra bravura. Noi siamo e rimaniamo solo “portavoce” di Dio, siamo suoi “altoparlanti”, siamo “strumenti”. Il vero attore è lo Spirito Santo, come si è espresso Gesù: “E’ bene che io me ne vada, altrimenti non posso mandarvi l’altro Consolatore”.

Prova lampante di questa verità è il comportamento degli apostoli e dei discepoli. All’inizio hanno paura e per questo si rinchiudono nel cenacolo; solo dopo aver ricevuto lo Spirito Santo escono e con coraggio annunciano il Vangelo, tanto da ottenere e poter accogliere tantissime adesioni, tutti pieni di gioia, sia loro che gli altri.

In altre parole, si tratta di prestare a Gesù la nostra voce, le nostre braccia, il nostro cuore, la nostra vita perché a sua volta lui, attraverso di noi, possa raggiungere tutte le persone che incontriamo per far loro comprendere il grande amore del Padre, e questo in obbedienza all’altra espressione di Gesù: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

Vi è un’altra cosa da conoscere e da non dimenticare.

Se l’evangelizzazione non sta nelle nostre capacità e nella nostra bravura ma avviene per mezzo dello Spirito Santo, questo fatto ci dice che è un dono gratuito. E’ a questo punto che dobbiamo rammentare le altre parole di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Ancora una volta viene evidenziato il dovere di non tenere per noi il dono, ma nel saperlo a nostra volta ridonare proprio attraverso quello che chiamiamo “evangelizzazione”.

Altra cosa molto importante da conoscere. Si tratta che in ogni dono che il Signore fa, in esso è presente lui stesso. Non è come avviene fra di noi, che cioè il dono è distinto dal donatore. In Dio questa separazione non esiste.

Il dono di Dio è Dio stesso, per cui nell’evangelizzare noi stiamo donando agli altri una sempre maggiore conoscenza e presenza di Dio.

Se abbiamo ricevuto e se doniamo questa maggiore presenza di Dio, deve anche crescere in noi la fiducia e la corrispondenza del nostro amore per lui, in modo tale da diventare sempre più intimi a lui.

Questo è valido sia per noi stessi sia per gli altri, aiutandoli ad essere altrettanto.

A questo punto per meglio comprendere possiamo fare una analogia.

L’evangelizzazione inizia e avviene alla maniera di un fidanzamento.

Tra fidanzati vi è un primo incontro, poi ci si conosce meglio, si cresce in una fiducia vicendevole, si comprende che l’uno è fatto per l’altro, si esperimenta la necessità di essere intimamente uniti l’un l’altro, tanto che ad un certo punto è più che giusto dire: “Non possiamo essere gli eterni fidanzati, è giunto il momento di sposarci”.

Altrettanto vale per l’evangelizzazione. Non basta annunciare l’amore di Dio, credervi e crescere nella fiducia in lui, ma si tratta di acquistare una profonda intimità con lui, tale che si possa passare da parole ed atteggiamenti di amore, ad un pieno abbandono a lui, cosa che ci fa ripetere una espressione che tante volte ho sentito da persone di piena fede: “Sarà quel che vuole il Signore!”.

Cosa di più per vivere sereni?

Gli ambiti e i modi dell’evangelizzazione
Quali sono più precisamente gli ambiti e i modi della evangelizzazione?

Ripropongo innanzitutto una espressione già citata: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Questo per dire che l’evangelizzazione si compie nella gratuità, nella libertà, nel disinteresse e quindi neppure nel pretendere un risultato immediato.

Ed ancora: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate prudenti come i serpenti e semplici come colombe”.

Questo è un invito a non bloccarci nelle difficoltà e incomprensioni, a non lamentarci dei tempi che corrono aspettando chissà quali tempi migliori.

Altra espressione ancora: “Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete, infatti, voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”.

Questo è un richiamo per evitare l’ansia eccessiva nel ministero e nella testimonianza. Si tratta di vivere sempre con animo semplice e libero.

Siamo evangelizzatori se rimaniamo nel nostro posto di lavoro, vale a dire inseriti nelle realtà di questo mondo (famiglia, professione, rapporti sociali), ma esservi dentro in qualità di fermento. Questo significa che si deve dare testimonianza a Gesù con spirito di profezia.

Si tratta quindi di essere cristiani profetici. Non nel senso di prevedere un futuro, ma nel vivere in modo tale da annunciare il futuro per eccellenza, quello non cronologico ma escatologico, cioè quello definitivo ed eterno.

In altre parole, si tratta di essere annunciatori di speranza in un mondo pieno di disperati o quasi, annunciatori di quella speranza che non delude.

I cristiani che vivono così non fanno chiasso e le cronache non ne parlano. Eppure sono al centro dell’evento più importante che è la crescita del Regno di Dio.

Il nostro specifico del mese: vivere l’obbedienza
Estrapolo una espressione che cita il n. 30 dello Statuto: “I membri avranno una filiale devozione verso il Papa, Vicario di Cristo e gli obbediranno anche il forza del voto”.

Su questo punto dobbiamo riconoscere che oggi c’è grande confusione all’interno della Chiesa, dovuta da varie correnti in polemica fra loro. Le riepilogo in una unica espressione in quella che dicono alcuni: “Francesco non è il vero papa, è stato eletto invalidamente, è un antipapa e quello che lui insegna è sbagliato; il vero papa rimane ed è Benedetto XVI”.

Come comportarci di fronte a tali affermazioni?

C’è stata una persona che mi ha scritto in proposito. Ad essa ho risposto per iscritto quello che ora vi leggo.

“Il popolo di Dio di oggi, che è la Chiesa di Gesù Cristo, è in tutto simile a quello che è stato il popolo scelto da Dio, quello di Israele, da considerarsi sia come popolo in se stesso, sia a volte anche come persone incaricate a condurlo. Basta leggere la Bibbia per rendersi conto di questo, tanto da poter concludere che la storia si ripete sempre.

Quella volta, anche se il popolo si allontanava, Dio rimaneva fedele e portava avanti il suo disegno, nonostante il rifiuto. Allontanandosi da lui, chi ci rimetteva era la gente che ne subiva le conseguenze.

Anche oggi, su tanti aspetti e per opera di tante forze avverse, ci stiamo allontanando dal Signore, e quindi ne subiremo anche le conseguenze.

Ma è proprio a questo punto che non dobbiamo dimenticare le parole di Gesù: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Con questa espressione ci viene garantito che il disegno di Dio va avanti, anche se noi remiamo contro.

Sappiamo bene che Gesù ha fondato la Chiesa sulla roccia di Pietro e dei suoi successori. Essi la rappresentano in maniera visibile, ma di fatto la roccia fondamentale è sempre lui, è Gesù, è lui che di fatto conduce la Chiesa, servendosi a volte anche di persone inadeguate o indegne. Eppure anche da questo male sa sempre tirar fuori il bene, continuando così a realizzare il suo disegno.

Lo sbaglio di alcuni cristiani è quello di limitarsi solo a considerare solo le parole, i comportamenti e le opinioni di chi la deve guidare al bene, quindi fermandosi solo sulla persona, non tenendo presente il suo ruolo.

Egli, in quanto capo visibile, non lo è in maniera personale ma giuridica, in quanto delegato da un altro, per questo è detto “vicario” di Gesù Cristo il quale di fatto rimane sempre il fondatore e capo.

Per spiegare questo ultimo concetto uso una banale analogia.

Se una persona ha un conto corrente bancario personale in rosso, se firma un assegno questo non vale nulla, anzi merita una condanna. Se invece, sempre la stessa persona, firma l’assegno per conto di una società, non lo fa a titolo personale, ma in quanto delegato dalla società stessa. Ebbene, l’assegno è validissimo anche se lui a livello personale è un fallito.

Non avendo compreso questo, alcuni pensano di far bene ad impugnare l’elezione del papa, ed allontanarsi dalla Chiesa che definiscono falsa.

Facendo così, creano sempre maggiore confusione nei credenti che hanno un animo retto. Devono tener presente che allontanandosi non risolvono proprio nulla, ma concorrono a peggiore la confusione.

Si tratta non di separarsi ma di rimanere dentro, non criticando a vuoto, ma soffrendo e pregando. Rimanervi a modo di “fermento”, cioè sapendo vivere con coerenza l’evangelo di Gesù Cristo senza annacquarlo, senza seguire le opinioni umane, sia pure di persone altolocate, ma di condurre una vera testimonianza di vita cristiana la quale, anche se silenziosa, non manca di contagiare. È con questo umile e sofferto comportamento che facciamo il vero bene della Chiesa”.

Vedete che se ci manteniamo su questa linea stiamo ancora evangelizzando.

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