Riflessioni in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
17 giugno 2019 * S. Ranieri confessore
itenfrdeptrues
cappellina

Si tratta di una riflesiione indirizzata a sacerdoti nella cappella dell'Adorazione presso il Santusrio di San Giuseppe nell'incontro del 15 dicembre 2014
Per il documento: clicca qui

Nel ritiro di Ancona abbiamo riflettuto sulla preghiera.
Negli esercizi di Montanino nel luglio 2014 un sacerdote di età avanzata, ha detto che, non essendo più implicato in tante attività, prega tutto il giorno.
Conosciamo l’espressione di don Alberione con la quale asseriva: “La preghiera prima di tutto, la preghiera al di sopra di tutto, la preghiera vita di tutto”.
Ho pensato di continuare a riflettervi anche oggi.

Ci lasciamo guidare dai consigli dettati da Matta el Meskin (1919-2006), appartenente alla chiesa copta ortodossa, guida spirituale apprezzata in tutto il mondo.

Chi è, più precisamente, Matta el Meskin.   

In seguito ad alcune divergenze, l'8 maggio 1969 il patriarca Cirillo VI convocò lui e il suo gruppo, per far loro prendere in mano una situazione.

Li invitò a ricevere in consegna l'antico monastero di San Macario il Grande, in Egitto, nel deserto di Scete, dove all'epoca vivevano solo sei monaci anziani, in una struttura in rovina, sommersa dalla sabbia del deserto circostante. Matta El Meskin divenne il padre spirituale del monastero e diede il via ad una importante rinascita del monastero, riformandone il sistema e intraprendendo lavori di restauro e ampliamento.

In dieci anni il numero di monaci crebbe, dalla decina iniziale, a circa ottanta.

In cosa consiste la preghiera per Matta el Meskin.

In uno dei fraterni colloqui da noi avuti a San Macario – scrive chi ha esteso la riflessione - chiedemmo a lui in base a quali criteri veniva concesso a qualcuno di iniziare a vivere da eremita.

Trasferito a noi, potremmo tradurlo nel domandarci con quale criterio continuare a vivere da sacerdoti, da consacrati e da paolini.

È molto semplice - rispose – è sufficiente che sappia pregare! Uno sa veramente pregare quando la sua preghiera è esaudita, perché ciò significa che è risultata gradita a Dio.

Ma l’essere “esauditi” non si misura – continua a dire - con criteri umani o miracolistici: l’unica cosa essenziale che il cristiano deve domandare nella preghiera, con la certezza di essere esaudito, è lo Spirito Santo.

E’ lo Spirito, infatti, che permette di discernere qual sia la volontà di Dio su se stessi e sugli altri, in modo da distinguerla dagli istinti individuali e dalla volontà propria.

Tutta la vita del cristiano – prosegue - è uno sforzo continuo per giungere a dire con Gesù: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta” e, in questa ricerca, i fratelli e coloro che ci stanno intorno e collaborano, sono un aiuto prezioso.

Perciò, solo quando uno riceve il dono della “preghiera esaudita”, riceve lo Spirito di discernimento. Solo così può vivere da eremita (noi potremmo dire da vero sacerdote), privandosi, se necessario, anche del sostegno dei fratelli, senza cadere nelle illusioni; nel saper accettare le varie difficoltà del ministero; senza cadere in rammarichi e tristezze.

È questo l’itinerario spirituale che emerge nelle riflessioni che seguono – sempre dettate dall’interlocutore -  un cammino che, apparentemente può sembrare che ci allontani dai fratelli, ma che anzi ritorna loro con grande carità.

L’autentico uomo di preghiera, infatti, non solo porta nel cuore i fratelli e li presenta a Dio, ma porta Dio ai fratelli e agli uomini tutti, ai peccatori innanzitutto.

L’uomo di preghiera sa scorgere nell’altro l’immagine di Dio che ciascuno porta impressa, e sa farla emergere al di sopra del peccato che la deturpa.

Pregare, infatti, è invocare lo Spirito, quello Spirito che ci convince di peccato. Ed inoltre, quello Spirito che porta consolazione.

Pregare è ottenere il dono del ristabilimento della nostra condizione di figli che gridano: ‘Abbà Padre’.

Dicevano gli anziani che hanno preceduto Matta el Meskin nella vita di preghiera nel deserto di Scete: “Come mai certuni hanno rivelazioni e vedono gli angeli? Beato piuttosto colui che vede sempre il proprio peccato”.

Noi vogliamo mettere in pratica l’esortazione di Gesù: “Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che vede nel segreto”.

Chiudere la porta.

Quando Dio chiede di chiudere la porta prima di pregare, vuole ricordarci di separare l’attività esterna, da quella interna; questo va fatto per quanto riguarda il cuore, i sensi e le persone.

Riguardo al cuore. E’ necessario che siano gettate via assolutamente tutte le preoccupazioni, i pesi, le ansietà e i timori, nel momento in cui ci si pone di fronte a Dio. Solo così è possibile entrare nella pace vera che sorpassa ogni cosa.

Riguardo ai sensi. Generalmente siamo assillati da pensieri che si sono fissati nella mente, da immagini che hanno colpito la fantasia, da parole che abbiamo memorizzato, e da altre esperienze che si sono impresse in noi attraverso i sensi. Perciò, è estremamente opportuno, ogni volta che entriamo nella nostra camera, che agiamo d’anticipo ed espelliamo dalla coscienza questi pensieri, chiedendo perdono davanti a Dio con contrizione e pentimento, fermamente decisi a trasformare il loro ricordo in un’occasione, da una parte di rifiuto e dall’altra di offerta a Dio, perché ci pensi solo lui.

Riguardo alle persone. Potremmo essere preoccupati per le condizioni delle persone che ci sono care, per la loro salute o il loro avvenire, fino al punto di non prendersi più cura della propria crescita spirituale e della propria salvezza; oppure possiamo essere scossi dall’ostilità, dall’opposizione, dal disaccordo, a tal punto che l’amarezza ci invade completamente.

Si tratta invece di purificare le nostre relazioni con gli altri, in modo che tutto concorra all’armonia della nostra crescita spirituale. Dobbiamo quindi smettere di disperderci in vane preoccupazioni per gli altri – atteggiamento che non giova a nulla e a nessuno – dobbiamo porre freno alla malizia e far morire desiderio di essere glorificati dagli uomini.

La preghiera opera fondamentale nel cammino spirituale.

Per analogia, come ci è indispensabile lavorare costantemente e restare legati alla terra per poter vivere, dandoci da fare con la mente e con il corpo per ottenere un boccone di pane e un sorso d’acqua, così per il nostro essere interiore è indispensabile restare sempre in relazione con Dio, affinché il soffio d’immortalità metta le radici nel nostro spirito e lo renda adatto alla vita eterna.

  La relazione con Dio, è quella che chiamiamo preghiera: in realtà si tratta di un’azione. Dobbiamo perciò riconoscere che solo in virtù di un atto spirituale il nostro spirito viene nutrito e riceve direttamente da Dio le energie per crescere. Ciò di cui dobbiamo essere convinti è che ogni contatto con Dio è preghiera, ma non ogni preghiera o, meglio ogni pratica di pietà, è contatto con Dio!

Molti infatti pregano senza esservi preparati e senza alcun desiderio di comunicare con Dio. Ma questa non è preghiera, perché la preghiera è un’opera realizzata in collaborazione tra l’uomo e Dio. Potrebbe essere anche il compimento di un dovere, caldamente raccomandato dai maestri di spirito e che senz’altro ha un suo valore, ma solo questo non è vera preghiera.

Se la "camera" è il luogo messo a parte da Cristo per l’opera della preghiera interiore, ne consegue che, per tutto il tempo che vi trascorriamo, dobbiamo necessariamente perseverare nell’opera della preghiera; questo significa che dobbiamo sempre restare in contatto spirituale con Dio.

Dio può concedere a qualcuno l’opportunità di restare a lungo nella propria camera, come è il caso del monaco, che è giustamente ritenuto colui che è entrato nella camera e che ha chiuso definitivamente la porta dietro di sé: questi non vuole avere più alcun rapporto con la mondanità e con le sue vane preoccupazioni.

A un altro può darsi che Dio conceda la possibilità di restare nella propria camera solo alcune ore al giorno.

Ma alla maggior parte della gente non è possibile restarvi se non per un’ora al giorno, e alle volte addirittura per un tempo ancora più breve. In ogni caso questa differenza di tempo disponibile, per dimorare e pregare nella propria camera, è compensata in altri modi dallo Spirito Santo, quando uno è fedele e sincero nel proprio cammino spirituale.

Infatti, nella misura in cui noi aneliamo veramente alla preghiera, lo Spirito ci concede, anche in poco tempo, delle grosse opportunità di rallegrarci e di sentirci ricolmi della presenza di Dio.

Non dobbiamo quindi rattristarci per la scarsità del tempo disponibile per appartarci nella camera; dobbiamo piuttosto assicurarci di essere pronti e pieni di desiderio di comunicare con Dio: allora ci accorgeremo che i minuti possono essere come giorni.

Però, in genere e comunque, il lamento per la scarsità del tempo disponibile per la preghiera è solo una falsa scusa per giustificare lo “io” nella sua negligenza, trascuratezza e indifferenza nello stare di fronte a Dio.

L’effusione dello Spirito Santo nelle parole della preghiera.

Quando chiudiamo la porta nelle tre direzioni accennate sopra - e cioè nei confronti del cuore, dei sensi e delle persone - quando ci prostriamo nel nome della Santa Trinità come gesto indicativo del nostro desiderio di Dio, quando solleviamo le mani, gli occhi e il cuore verso il cielo, allora lo spirito della preghiera scende su di noi.

È in quel momento che ogni atteggiamento viene trasformato in un contatto con Dio e noi viviamo, per poche o molte ore, alla presenza di Dio. Se iniziamo a pregare animati da questo spirito - soprattutto se utilizziamo i Salmi - ci accorgeremo che le parole delle nostre labbra non sono quelle solite: a poco a poco esse assumeranno per noi significati, orientamenti e promesse nuove.

Infatti, anche se la parola pronunciata dalla bocca è identica a quella contenuta nel salmo, cionondimeno essa ci apparirà come pronunciata da Dio, per fornirci una risposta esauriente, darci una occasione di conforto, aprirci ad una promessa di aiuto e di salvezza.

Come è importante, in tale momento, fermarci nel silenzio per accogliere il dono ed entrare nell’intimità di Dio!

E questo nonostante che la preghiera sembri uscita unicamente da noi: è lo Spirito Santo che si inserisce segretamente nella preghiera e inizia a risponderci con le stesse parole che abbiamo pronunciato.

Questa è la chiave che introduce nella vita interiore: senza l’intervento dello Spirito Santo nella preghiera le parole diventano deboli e prive di un messaggio preciso e personale, come asserisce Paolo: "Similmente anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi" (Rm 8.26).

Concretamente, lo Spirito Santo non cesserà mai di guidarci, se manterremo il cuore docile e la mente aperta, ma completerà le parole della preghiera e delle letture in maniera estremamente sapiente.

Di conseguenza, qualsiasi preghiera o lettura che noi facciamo senza avere la mente aperta e l’intenzione di ascoltare la voce dello Spirito, rimarrà estranea ad una sana vita spirituale, e praticandola non ne ricaveremo alcun vantaggio tangibile, come dice Gesù: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli".

Iscriviti alla mailing del Santuario. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio.
captcha 

facebook

"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

Visite agli articoli
1440953

Abbiamo 456 visitatori e nessun utente online