Riflessioni in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
26 maggio 2019 * S. Filippo Neri
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Alberione notte di luce
Terza riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 12 maggio 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con riflessioni sugli elementi e fatti che lo hanno preparato ed esigito.

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Premessa
Premetto che alcuni aspetti, riflessioni, considerazioni, potrebbero anche essere una ripetizione di quanto detto nelle precedenti dettate meditazioni.
Comunque, anche se lo fosse, dobbiamo pensare che il fatto è qualcosa di analogo al pane che mangiamo ogni giorno: è sempre una fetta di pane, ma è anche sempre una fetta nuova.
Questa volta, partiamo dai fatti che hanno preceduto e preparato il Segreto di riuscita.

Ancor prima della formulazione di esso, avvenuta per la prima volta il 7 gennaio 1919, don Alberione era convinto più che mai di una cosa: quella di dover avere una totale fiducia in Dio.

Non era una semplice personale persuasione senza fondamento, ma si basava sulla Parola stessa di Dio, su quella parola che era stata ripetuta tantissime volte nella Bibbia: quella di non temere nulla, perché Lui è con noi.

Don Alberione ne aveva fatto anche una personale esperienza. Narra che in un momento di particolare difficoltà, aveva avuto una chiara assicurazione, promessagli dal Maestro divino.

Le testuali parole del fatto, sono riportate in “Abundantes divitiae gratiae suae”, dove egli, parlando di sé ed usando la terza persona, scrive: “Nel sogno, avuto successivamente, gli parve di avere una risposta. Gesù Maestro, infatti, diceva: Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare”.

Di seguito spiegherà che con il “di qui” indicava il Tabernacolo, verso cui prolungava la sua mano.

In altra circostanza scrive: “Come mi è chiaro quello che ho visto in fondo alla Casa (in Alba), in quella camera, in uno di quei giorni in cui io non lavoro: Il Divino Maestro passeggiava ed aveva vicino alcuni di voi e ha detto: Non temete, io sono con voi; di qui voglio illuminare; solo conservatevi nell’umiltà… e, mi sembra, abbiate il dolore dei peccati”.

Tenuto presente che questa espressione viene dal latino “Poenitens cor tenete”, cioè: “Tenete un cuore penitente”, don Alberione scrive ancora: “Il dolore dei peccati significa un abituale riconoscimento dei nostri peccati, dei difetti, delle insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio da quello che è nostro: a Dio l’onore, a noi il disprezzo. Quindi venne la preghiera della fede: il Patto o Segreto di riuscita”.

Pertanto, il Segreto di riuscita è un fatto solo di fede, è la preghiera della fede, è valido ed efficace in proporzione alla fede.

Ecco perché successivamente dirà che, se uno non ci crede, è segno di non essere chiamato a far parte della Famiglia Paolina.

Atteso che l’avere il dolore dei peccati è un atteggiamento da viversi in maniera dinamica, successivamente è stata formulata una espressione analoga: “Vivete in continua conversione”.

Alcuni episodi biblici.

Nella nostra riflessione di febbraio abbiano citato i patti che Dio ha concluso con Noè e con Abramo.

Questa volta, prima di addentrarci nello specifico riferito a noi, credo opportuno citare anche altre espressioni bibliche relative al “non temere”.

Ci aiuteranno a capire bene e a meditare in profondità come il Signore ci voglia veramente bene.

Ognuna di esse, se è ben considerata e ben rapportata a certe nostre situazioni capitateci in vita, ci spinge a lodare e ringraziare il Signore, sempre.

Ed ecco una carrellata su alcuni degli episodi biblici.

In esodo il Signore si rivolge a Mosè: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto… Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”.

Mosè risponde: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto gli Israeliti?”. Ed il Signore: “Io sarò con te!” (Es 3, 7-12).

Successivamente, Mosè esporrà al Signore le proprie difficoltà in ordine alla riuscita della missione: “Mosè disse al Signore: Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua.

Il Signore gli risponde: “Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, vedente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e t’insegnerò quello che dovrai dire” (Es 4, 10-17).

A Gedeone è venuta meno la speranza e la fiducia nel Signore, perché Israele, anzi che godere della libertà promessa, si trova schiavo dei Madianiti e egli si ritiene incapace di affrontare il popolo invasore.

Ed il Signore a lui: “Va’ con questa tua forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io? … Io sarò con te e tu sconfiggerai i Madianiti come se fossero un uomo solo” (Gdc 6, 14-16).

Anche il profeta Geremia si ritiene giovane e incapace di parlare e perciò è tentato di rifiutare la proposta di Dio.

Ed il Signore: “Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che ti ordinerò. Non temerli perché io sono con te per proteggerti. Ecco ti metto le mie parole sulla bocca” (Ger 1, 4-8).

A Paolo, giunto a Corinto per fondarvi la Chiesa, non mancano difficoltà, come ci descrivono gli Atti: “Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. Ma poiché essi gli si opponevano, disse: D’ora in poi mi rivolgerò ai pagani, e se ne andò di là.

Una notte in visione il Signore disse a Paolo: “Non aver paura, ma continua a parlare e a non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città” (At 18, 9-10).

Torniamo ora al nostro Alberione. Lui pure ha presentato analoghe difficoltà e, da parte del Signore, ha avuto simili risposte.

È quello che ora vogliamo prendere in considerazione.

Il patto o segreto di riuscita

Innanzitutto ci domandiamo: Quali sono le condizioni per esperimentare la presenza di Dio, veramente operante nella nostra vita.

La prima condizione, che sta alla base di tutte, è quella di essere rivestiti di umiltà, convinti di essere incapaci e miseri, ma nel contempo pieni di fede, come sopra citato nel racconto del sogno di Alberione: “Conservatevi nell’umiltà, abbiate il dolore dei peccati”.

Paolo aveva affermato: “Tutto posso in Colui che è la mia forza” e, per lo stesso motivo, don Alberione dirà: “Da me nulla posso, con Dio posso tutto”.

Ebbene, don Alberione ha voluto tradurre tale stile di vita in una formula di preghiera, quella che abbiamo recitato all’inizio di questa riflessione.

Tale formula, sin dal 1919, è stata la preghiera per eccellenza, allo scopo di ottenere la riuscita nell'altissima missione. Ovviamente, essa non agisce in maniera magica, come già altre volte sottolineato, ma in base al grado di fede.

La formula contiene un "patto", cioè un'intesa intercorsa col Maestro Divino, attraverso l’intercessione di Maria Regina degli Apostoli e di san Paolo.

Vi è lo scambio di un qualcosa, una specie di baratto. Però, non da intendersi alla maniera commerciale umana, che di solito parte dalla nostra iniziativa, per ottenere un nostro personale vantaggio.

Nel nostro caso, l'iniziativa non parte da don Alberione, ma da Dio. Lo invita ad accogliere la proposta perché il Signore possa realizzare i suoi disegni, proprio attraverso di lui.

Inoltre è da notare un’altra cosa. Essa non è valida e limitata solo a lui, ma è estesa a tutta la discendenza paolina, alla stessa maniera di come è avvenuto nel patto concluso con Abramo, tale da essere valido per lui e per tutta la sua discendenza.

Il patto concluso con Alberione, poggia su tre punti.

Il primo è, come già detto, che l’iniziativa parte da Dio.

Lo chiama per una grande missione, invidiata dagli angeli; lo chiama per la gloria di Dio stesso, da realizzare attraverso la Famiglia Paolina; di conseguenza chiede a tutti i componenti di essa l'impegno per raggiungere un alto grado di perfezione, una elevata santità.

Il secondo, è il riconoscimento delle nostre incapacità.

Si tratta di riconoscere la nostra debolezza e i nostri limiti, sia a livello fisico e intellettuale, sia a livello morale e spirituale. Si tratta di riconoscere la nostra ignoranza sul disegno di Dio, la nostra insufficienza in tutto in tutto: nello studio e nella scienza, nell'apostolato e nella povertà, nella santità, nell’incapacità ad essere costanti nel fare un serio cammino di perfezione.

Il terzo, è la nostra piena fiducia nel Signore.

Si tratta di mettersi in sintonia con Paolo, riconoscendo che il Signore sceglie gli ignoranti per confondere i sapienti; sceglie i deboli per vincere i forti; sceglie gli strumenti più incapaci per compiere prodigi. Questo proprio perché si veda che l'opera è sua, e non nostra.

È quello che confesserà don Alberione: “Se il Signore avesse trovato uno peggiore di me, avrebbe scelto quello”.

A tal proposito, non ha mai rivelato espressamente quanto intercorso tra lui e il Signore. Però sta di fatto che egli ha sempre presentato questo patto come la cosa più importante da credere e da vivere nella Famiglia Paolina.

Volendo esprimere con una parola, esso consiste in una “moltiplica”, in un “di più”. E' possibile questo?

Certo! Come può avvenire con una bicicletta, utilizzando bene i rapporti di marcia, inserendo quello della “marcia in più”.

Sono le parole di don Alberione, ben spiegate da don Giaccardo, il quale, il 26 gennaio 1919, così scrive: "Ieri abbiamo celebrato la festa della conversione di san Paolo ed è servita da ritiro mensile. Il caro padre ci tenne la meditazione e ci ha detto, con la sua parola piena d’ardore e d’ispirazione, come sempre quando tratta questi argomenti.

Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque e anche per dieci, come nelle biciclette: con un giro di gamba si può correre un metro e anche fino a dieci metri.

Così voi dovete avere una moltiplica: in una comunione, come in dieci comunioni; in un rosario, come in dieci rosari".

Lo stesso criterio è esteso agli altri settori, quali la povertà, l’apostolato, lo studio.

Ovviamente il "patto", anche se parte per iniziativa di Dio, non è unilaterale. Come quando si va al mercato – continua l’Alberione – tanto più si compra quanto più denaro si presenta.

Il denaro da parte nostra è associare sempre umiltà e fede: "Da me nulla posso, con Dio posso tutto"; è impegnarsi al massimo “per la gloria di Dio e per la salvezza e la pace degli uomini".

Dio è certamente fedele; noi però – continua a dire - potremmo venire meno al patto e all'impegno. Ecco perché esso conclude con il: "Trattaci con la misericordia usata con san Paolo".

Pertanto, invitiamo il Signore a non guardare le nostre miserie, le nostre disobbedienze, i nostri limiti e peccati; ma a guardare la sua bontà, tenendo in considerazione la nostra buona volontà e il nostro impegno.

Ecco perché noi diciamo sempre: "Gesù Maestro, abbi pietà di noi"; ed ecco perché Lui ripete sempre: "Non temete, io sono con voi".

Raffronto di don Alberione con Abramo

A questo punto credo bene mettere in raffronto Abramo e Alberione, ambedue “uomini della fede”.

Analogamente ad Abramo, anche Alberione ha il coraggio di partire per una terra nuova, lungo vie non ancora battute, verso un territorio da evangelizzare con nuovi strumenti.

Sa che è portatore di un futuro per la Chiesa, e che diventerà padre di una discendenza senza numero.

Per Abramo il “figlio della promessa” è Isacco. Per Alberione tale figlio è don Giaccardo. Analoga è pure la prova, consistente nella richiesta di sacrificare tale figlio. Conosciamo quella di Abramo.

Quale è stata la prova per Alberione?

Siccome la maggioranza del clero diocesano di Alba non vedeva possibile ordinare presbiteri coloro che avessero indossato “tuta e giacca”, come faceva il Giaccardo, il vescovo lo chiama e gli dice: “Rimanendo così le cose, sei disposto a rinunciare al sacerdozio?”.

Il Giaccardo è pronto a rinunciarvi pur di rimanere con don Alberione.

Come per Abramo è bastata la disposizione del cuore, così lo è stato per il Giaccardo; nonostante tutto, verrà ordinato sacerdote e nel contempo potrà rimanere con don Alberione.

Trasferito a noi, nella nostra quotidianità, cosa dobbiamo fare quando ci troviamo in difficoltà?

Il popolo di Israele, quando si trovava nelle difficoltà, si rivolgeva a Dio richiamando Abramo: “Ricordati, Signore, delle promesse fatte ad Abramo, nostro padre, ad Isacco, tuo servo, a Giacobbe, tuo santo. Non ritirare da noi la tua misericordia” (Dt 3, 16).

Così anche noi, nelle varie difficoltà della vita, dovremmo ripetere: “Ricordati, Signore, di quello che hai promesso a don Alberione”.

Si dimenticherà Dio della promessa fatta? Riusciremo noi ad essere fedeli al patto?

Ci vuole una garanzia come avviene per un pagamento procrastinato. Il debitore, non avendo subito denaro, firma una cambiale.

Così è avvenuto nel caso del nostro patto, ancor prima che l’Alberione lo avesse formulato.

Dio certamente rimane fedele alle promesse, ma questo avverrà pure da parte nostra?

Allora, ci vuole una garanzia e don Alberione proprio per questo firma una cambiale, anche se piuttosto strana.

Si tratta di un originalissimo foglio, ingiallito col passar degli anni, che viene utilizzato nei tempi in cui la Famiglia Paolina, essendo agli inizi, mancava di tutto, anche dell’indispensabile per le più elementari necessità.

Don Alberione, insieme a don Giaccardo che era l’economo, si fida di Dio.

Con una straordinaria semplicità, pari alla grandezza di un’incrollabile fede fondata sulla Parola di Dio, scrive in testa al foglio: "Cambiale"; e sotto: "Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia".

Poi firmano Sac. Alberione Giacomo - Sac. Giaccardo Timoteo.

Sotto ancora, poiché quella era la promessa di Gesù, completa la frase evangelica: "Tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù".

Quindi firma di nuovo, questa volta col nome della SS. Trinità: Gesù Cristo - Padre - Spirito Santo.

Umanamente un gesto senza senso; sul piano della fede, invece, è un grande atto di fiducia, successivamente definito: "Patto di alleanza”.

Dio mai ne è venuto meno, sempre è stato presente in ogni momento di difficoltà.

Successivamente sarà formulato, come sopra detto, nel testo denominato: “Patto o segreto di riuscita”.

In altre parole dove sta il nostro impegno per la riuscita, per avere veramente una “moltiplica”?

Nella semplice ed impegnativa osservanza della parola evangelica: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi sarà dato in sovrappiù”.

È proprio su questo punto che dobbiamo esaminarci. Infatti, è su questa osservanza che si realizza tutto, cioè la santità vera e l’apostolato efficace.

Infatti e purtroppo – come già riflettuto nella prima meditazione - molto spesso le varie incombenze diventano più importanti di Dio stesso, ed allora il patto non funziona!

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