Riflessioni in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 febbraio 2019 * S. Mansueto vescovo
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Centenario patto
Riflessione tenuta dal rettore alle famiglie riunite in ritiro il giorno 10 febbraio 2019 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di Terre Roveresche.

Il “Patto” nella Famiglia Paolina, detto pure “Segreto di riuscita”
Per il documento: clicca qui

Premessa
Abbiamo recitato la formula, definita “Patto” ed anche “Segreto di riuscita”, composta da don Alberione. Con questo “segreto di riuscita”, come lui diceva, è garantita la piena realizzazione della nostra vocazione e la crescente riuscita della nostra specifica missione.
Oggi dovremmo riflettere sulle prime due espressioni, programmate per i mesi di gennaio e febbraio: “Noi dobbiamo corrispondere a tutta la tua altissima volontà, arrivare al grado di perfezione e gloria celeste cui ci hai destinati, e santamente esercitare l’apostolato delle edizioni.
Ma ci vediamo debolissimi, ignoranti, incapaci, insufficienti in tutto: nello spirito, nella scienza, nell’apostolato, nella povertà”.

Per entrare nell’argomento e comprenderne meglio la portata, elenchiamo qualche esempio tratto dalla nostra vita quotidiana.

Hai bisogno di luce per riuscire nella educazione dei figli e nipoti, non sapendo proprio come fare?

In forza del “segreto di riuscita”, riuscirai molto meglio di altri genitori e nonni, anche se questi fossero più istruiti, pedagogicamente più preparati ed anche più santi di te.

Senti la necessità di dover pregare di più, ma l’organizzazione della giornata purtroppo è quella che è e ti impedisce di trovare il tempo che vorresti?

Sempre in forza del “segreto di riuscita”, la tua preghiera di mezz’ora sarà molto più profonda ed efficace di quella di altri, anche se pregano per un’ora e più.

Senti il dovere di confortare e aiutare una persona o una famiglia in difficoltà, temendo di non trovare espressioni adatte, ma ti accorgerai che, proprio per il “segreto di riuscita”, non mancherà la luce dello Spirito, il quale, al momento opportuno, ti darà luce e parola giusta, cosa che confrontandoti con altri, anche se più intelligenti di te, non avresti immaginato.

E così via.

Come si realizza il patto nella nostra vita

È possibile che avvenga quanto descritto negli esempi concreti appena citati?

Certamente! Perché, come già accennato, c’è stato un patto intercorso tra don Alberione e il Signore. Esso è stato valido innanzitutto e soprattutto per lui, ma non lo ha tenuto per sé. Ha voluto, anche se in misura diversa, che fosse valido per tutti noi, appartenenti alla Famiglia Paolina.

Il primo divulgatore di esso è stato don Giaccardo.

Egli così annota nel suo diario, il 7 gennaio 1919: “Ieri sera il caro padre ci ha invitati tutti a fare un patto con il Signore. Il patto che ha fatto lui”.

Cosa è il “Patto” visto e considerato in un contesto biblico e di fede?

Il punto di partenza di esso sta nel riconoscere la propria fragilità e insufficienza in tutto, ma allo stesso tempo nell’appoggiarsi con profonda fede e fiducia all’onnipotenza di Dio.

In altre parole e credere alle espressioni di san Paolo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte”.

Ma non solo. È anche la decisione di coinvolgere tutte le grazie ricevute da Dio, tutte le forze e i mezzi che abbiamo a disposizione, per poter compiere bene l’apostolato che ci è stato affidato.

Quindi non si tratta di accontentarci, godendo dei risultati a nostro conforto e soddisfazione, ma senza nostro merito. Si tratta, invece, di mettere il massimo impegno per realizzare la gloria di Dio e la salvezza delle persone che egli ama ed alle quali ci manda.

Il testo, composto da don Alberione, ha subìto non pochi arricchimenti e variazioni durante un lungo arco di tempo. I primi accenni risalgono agli anni 1918/1919.

In quegli anni, come racconta don Giaccardo nei suoi appunti, così parlava Don Alberione ai suoi ragazzi a proposito dello ‘studio’, del fatto cioè di essere ignoranti, come espresso nella formula: “Noi abbiamo bisogno di sapere molte cose per la nostra missione e abbiamo poco tempo per studiare, perché abbiamo da lavorare.

Dunque il Signore deve darci la scienza senza studiare e noi, con quattro ore di studio dobbiamo approfittare di più che gli altri studenti con otto ore. Perciò col Signore bisogna fare i patti chiari e con molta semplicità: Signore, io debbo sapere molte cose ed ho poco tempo per studiare: ho anche da comporre, da stampare, io dunque comporrò e stamperò finché volete e quel che volete, voi datemi la scienza....

A chi ci obietta il poco studio – continua don Giaccardo - rispondiamo: ‘Siamo noi e la grazia di Dio. Una parte noi, due la grazia di Dio’... Il fondamento è la fiducia in Dio che ha promesso di concedere la sapienza a chi gliela domanda... ma noi che ci fidiamo di tutto e di tutti meno che di Dio, siamo stupidi e matti.”

Come si vede il Segreto di Riuscita ha, come oggetto immediato, lo ‘studio’ visto in funzione dalla missione affidata dal Signore all’Opera da poco nata; quella cioè di esercitare con efficacia l’apostolato stampa e con esso ottenere il fine ultimo per cui si e stati chiamati, cioè: “La gloria di Dio e la salvezza delle anime”.

E, dal momento che la salvezza delle anime non è un frutto della scienza umana e dell’abilità dell’uomo, bensì della grazia divina, don Alberione comprende che il problema vitale è quello di essere santi e di formare santi apostoli della stampa.

Pertanto, se era logico che il Patto intercorso valesse fatto per lo ‘studio’, si fosse allargato ad abbracciare pure l’impegno per la santità, come risulta dalla formula: “Noi dobbiamo corrispondere alla tua altissima volontà, arrivare al grado di perfezione cui ci hai chiamati”.  

A questo punto, visto che il patto riguarda anche noi, qualcuno potrebbe dire, alquanto soddisfatto, che siamo a cavallo, che siamo molto fortunati e che nella nostra vita andrà tutto e sempre per il bene e per il meglio.

Certamente! Attenzione, però, a non ridurlo ad un qualcosa di magico!

Non è un qualcosa che cambia la realtà della nostra vita secondo il nostro desiderio, come potrebbe avvenire dopo aver pronunciato un incantesimo. Il Patto non è neppure in funzione di semplificare la vita, non è un modo per ottenere rapidamente le grazie desiderate. È piuttosto l’espressione di una profonda relazione con Dio e nel contempo un invito a svilupparla, cosa che scaturisce da un cuore preoccupato per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Il Patto parte dalla consapevolezza della propria fragilità e insufficienza, ma allo stesso tempo sostenuti da una profonda fede e fiducia nell’onnipotenza di Dio.

In altre parole si tratta della decisione di coinvolgere tutte le nostre forze ed i mezzi disponibili, come pure tutte le grazie ricevute da Dio, per compiere l’apostolato che ci è stato affidato. Quindi non si tratta del nostro conforto o della nostra soddisfazione per i successi ottenuti, ma si tratta sempre di moltiplicare la gloria di Dio e il bene delle persone che egli ama e alle quali ci manda.

Infatti, non si tratta tanto di limitarci a recitare la formula, quanto di crederci.

La storia della salvezza è cosparsa di patti

Tutta la storia di salvezza è cosparsa di simili patti tra il Signore e il suo popolo. Ogni patto, per la realizzazione nel concreto, richiedeva sempre, un grande atto di fede; ed in più, a modo di conferma di tale fede, anche un gesto esteriore.

Riporto solo due esempi.

Il primo. Il Signore, rivolto a Noè dopo il diluvio, tra l’altro dice: “Il stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti … questo è il segno dell’alleanza … il mio arco che pongo fra le nubi”. Con tale alleanza, espressa con il segno dell’arcobaleno, il Signore garantisce che non vi sarà più nessun diluvio sulla terra.

Il gesto esteriore che il popolo a sua volta avrebbe dovuto compiere, è espresso così: “Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe.

Soltanto – ecco il gesto esteriore - non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue”.

Il secondo. Il Signore, rivolto ad Abramo, tra l’altro dice: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diverrai una beatitudine”. Ed ancora: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle: tale sarà la tua discendenza”.

Se l’astensione dal sangue era il segno che garantiva l’alleanza con Noè e i suoi discendenti, ora è la circoncisione ad essere il segno dell’alleanza con Abramo e con i suoi discendenti.

Ed ecco le parole: “Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza. Da parte tua devi osservare questa mia alleanza … sia circonciso fra di voi ogni maschio”.

Successivamente c’è il patto unico, che contiene tutti gli altri e li supera tutti, un patto irrepetibile. Si tratta del patto definito “della nuova ed eterna alleanza”, che Dio ha concluso con l’umanità intera in forza del sacrificio di suo Figlio. Gesù stesso ha comandato di renderlo attuale di generazione in generazione, attraverso la celebrazione eucaristica.

Il segno che garantisce la fede a tale patto della nuova ed eterna alleanza, è la nostra partecipazione all’Eucaristia.

Il patto con don Alberione

Da allora qualsiasi altro patto tra il Signore ed i suoi fedeli si aggancia e si fonda sempre su quello fatto con Cristo. Tra questi vi è anche quello concluso con don Alberione il quale, certamente, non è esclusivo. Il Signore, infatti, garantisce la sua privilegiata e garantita presenza con tutte le varie persone e realtà ecclesiali. Anche se analoghe, per nessuno sono ripetitive, perché il Signore fa sempre cose nuove.

Dove sta la novità nel patto con Alberione?

Egli non ha mai rivelato quanto intercorso con il Signore, ma sta di fatto che ha sempre presentato questo patto come la cosa più importante da credersi e da vivere nella Famiglia Paolina, tanto da invitare coloro che ne avessero messo in dubbio il valore, ad uscire da tale Famiglia, perché non sarebbero riusciti nella vocazione e missione.

In cosa consiste tale patto?

Da premettere che è stata una necessità. Don Alberione lo esprime ribadendo spesso: “Le necessità sono urgenti e gravi; tutte le risorse e speranze umane sono chiuse. Non rimane che pregare, cacciare via il peccato, cacciare ogni mancanza contro la povertà”.

Costretti da tale necessità, don Alberione e i suoi giovani entrano di proposito nell’alleanza con Dio, come documenta don Giaccardo con queste parole, anche pocanzi citate: “Il caro padre recitò la formula del patto che, chi volle, la ripeté col cuore”.

Quale la sostanza di questo patto, e quale il segno della nostra risposta?

La sostanza sta nella garanzia che il Signore non ci avrebbe abbandonato mai, anzi che avrebbe moltiplicato l’efficienza di quanto avremmo fatto di bene.

Il segno della nostra risposta innanzitutto sta nell’associare sempre e ovunque l’umiltà e la fede, convinti che da soli non possiamo nulla, ma con Dio tutto è possibile; in secondo luogo sta nell’associare il nostro impegno nel fare tutto e sempre per la gloria di Dio e per la salvezza degli altri.

Solo così ne esperimentiamo l’efficacia, altrimenti la formula non acquista il pieno valore e rimane solo un gesto quasi magico.

Don Alberione ha voluto rendere visibile questo patto attraverso la famosa cambiale, di cui parleremo nei prossimi incontri.

Le parole di don Alberione stesso

Don Alberione stesso frequentemente ne parlava.

Ecco ad esempio quanto estratto da una meditazione in un corso di esercizi spirituali da lui predicati alle Figlie di San Paolo il 26 aprile 1963, riportate nella scheda di gennaio: “Consideriamo il “Segreto di riuscita” alla luce che ci ha guidati nell’iniziare la Congregazione e che ci ha guidati in seguito.

Esso poggia su tre punti: Il fine per cui Dio ci ha chiamati, la nostra incapacità, la fiducia in Dio.

Ci rivolgiamo al Maestro Divino chiedendo di contrarre con Lui un Patto e glielo presentiamo per le mani di Maria e di san Paolo. È un contratto con Dio, con il Maestro divino.

Bisogna ricordare i primissimi momenti dell’Istituto e anche quello che ha preceduto l’Istituto. Chiamati dal Signore a compiere grandi cose, ma chi volete scegliere? Chi di noi è capace?

La preghiera si deve recitare ogni giorno almeno nella Visita e poi quando si deve iniziare qualche opera o casa, o prendere qualche nuova attività. Ma... qui non possiamo, lì non sappiamo... Ma con Gesù ci sono difficoltà? Ricordiamo a Gesù il Patto, allora! Non cominciare a dubitare di Dio, ma dubitare di noi, sì, quella è umiltà! Ma che ci sia anche la fede.

Fare solo il proposito dell’umiltà o della fede è uno sbaglio: bisogna che facciamo due propositi assieme: “Da me nulla posso, ma con Dio posso tutto”. Egli ha preveduto che io mi facessi santa, e quel che avrei dovuto fare nella mia vita.

C’è la grazia preparata, perché il Signore quando ti ha dato la vocazione e quando ti manda per obbedienza in un ufficio, ecc. ti dà la grazia! Dio dà un comando, ha sopra di noi dei voleri, ma dà la possibilità. Fede! Umiltà profonda fermissima. Abramo sperò contro ogni speranza e così aumentò i suoi meriti straordinariamente. E allora il risultato è stato pieno.

Cercare un po’ di scoprire se c’è dell’orgoglio o fiducia in noi e nello stesso tempo se siamo sicuri e andiamo avanti con serenità e letizia. Essere sicuri che il Signore è con noi e vuole eleggere gli strumenti più incapaci per dimostrare che è Lui che fa. Quindi temere solo di noi, mai di Dio!”.

Ometto di leggere un’altra parte del discorso, visto che lo trovate nella scheda di febbraio che avete in mano, anch’esso estratto dalla meditazione nel corso di esercizi spirituali da lui predicati alle Figlie di San Paolo il 26 aprile 1963:

“Gesù, quando ha iniziato il suo ministero pubblico, è andato sulle rive del lago di Genezaret e là chi ha chiamato? Dei pescatori: Pietro, Giacomo, Giovanni, Andrea e poi Matteo, il quale era pubblicano e non godeva grande stima. Era solo uomo che cercava denaro: quando esigeva le imposte, era giusto, ma non sempre in regola.

E chi ha scelto il Signore per la nostra Congregazione? Gente ignorante. In genere figli di contadini, gente che davanti a un’impresa quale doveva essere la Società San Paolo poteva solo dire: “Signore, non posso”. Come quando il Signore invitava Geremia a predicare ed egli rispondeva di non saper parlare (cf Ger 1,6).

Non sapevano parlare neanche gli Apostoli e non sapevano certo le lingue che era necessario sapessero; ma le lingue sono una cosa da poco a confronto di quello che si deve dare.

Chiedere la fede! Chiedere quello che riguarda la salvezza degli uomini. Avevamo bisogno di mezzi e non avevamo né scienza, né denaro, né influenze sociali, né appoggi umani. Pressappoco come quando Gesù, che camminava sulle onde, disse a Pietro: «Vieni». E Pietro si incamminò, scese dalla barca e posò i suoi piedi sull’acqua che lo sostenne, ma poi gli venne un po’ di dubbio: «come potrò camminare io sull’acqua?». E incominciò ad affondare. Allora gridò al Signore che lo sostenesse. E Gesù gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». E lo prese per mano. Gesù guidava, Pietro si appoggiava a Lui camminando sulle acque. E poi salirono sulla barca (cf Mt 14,26-32). Così noi.

San Paolo dice: «Dio ha scelto gli ignoranti del mondo per confondere i sapienti» (1Cor 1,27). È Dio che vuole. Elesse gli strumenti più incapaci, affinché si veda che l’opera è di Dio e non degli uomini. Tengo sempre scritto sul tavolo questo insegnamento di san Paolo.

Allora notiamo bene! Egli ha dei disegni sopra di noi: noi dobbiamo corrispondere a tutta la vostra altissima volontà. Il Signore può servirsi di quello che c’è e, se non ci fosse, crea quello che fa bisogno”.

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