Catechesi e Riflessioni
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
16 luglio 2018 * B. Vergine del Carmelo
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La carita tutto spera
Riflessione tenuta dal rettore alle famiglie riunite in ritiro il giorno 3 dicembre 2017 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di Terre Roveresche.

L'amore tutto spera, tutto sopporta
(Testo di riferimento: Lc 5, 17-26)
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Premessa
San Paolo, nell’inno alla carità, afferma che essa tutto “spera”, e poi aggiunge che tutto “sopporta”.
Noi accogliamo questa espressione, ma ci domandiamo: Cosa vuol dire? Cosa è la speranza e qual è il suo oggetto? Da dove proviene la capacità di sopportare tutto?
È quello che stamane vogliamo comprendere in questa nostra riflessione.

Iniziamo con l’ammettere subito un dato di fatto.
Nei momenti difficili e critici, che tutti dobbiamo affrontare e, che nel corso della vita, si presentano in variegate dimensioni, corriamo il rischio di esporci ad una facile tentazione: quella del comodo disimpegno; quella del ritirarci nel privato; quella della rassegnazione; quella di non tentare più nulla. Sia pure, ma se ci comportiamo così significa che ci manca la speranza. Diverso invece è il comportamento di coloro che, pur riconoscendo ed accettando la situazione in cui si trovano, non si rassegnano e non si scoraggiano, ma continuano a far del loro meglio, proprio perché la situazione stessa possa cambiare. Solo comportandosi così essi vivono nella speranza.Da dove proviene, invece, la facile e sia pur sofferta rassegnazione?Normalmente ci si rassegna quando constatiamo la sproporzione che esiste fra la povertà dei nostri mezzi che abbiamo a disposizione, e la complessità dei problemi che dovremmo risolvere, cosa questa che ci sembra irraggiungibile.Uno di questi problemi, spesso, è proprio quello dei rapporti in famiglia, ed in particolare quello tra coniugi.

La speranza va coltivata
A questo punto ci domandiamo: Come si raggiunge e come va coltivata la speranza?Sappiamo bene che la speranza è una delle tre virtù teologali. Al primo posto c’è la fede, al secondo viene la speranza. È necessario che ambedue le virtù si integrino a vicenda: ognuna è sostenuta dall’altra e solo così ci aiutano a vivere anche la terza virtù, che è quella della carità.Con la sola fede, si potrebbe rimanere nella tristezza; diventa necessario aggiungervi la speranza, perché è con essa che si vive nella serenità, nella pace, e nella gioia interiore. Senza gioia si può anche vivere e praticare la carità, ma essa non diventa contagiosa, non fruttifica a vantaggio di altri. Dobbiamo però necessariamente anche notare che la gioia non è da confondersi con l’entusiasmo; l’entusiasmo rimane solo in superficie, non è durevole.Quante persone partono con entusiasmo!Poi, ad un certo punto, smettono tutto perché l’entusiasmo, soprattutto se incontra ostilità, svanisce. Diversamente sarebbe avvenuto se si fossero pienamente appoggiate alla fede e alla speranza.Con la fede noi vediamo quello che è al presente e perciò, mossi dalla medesima, diciamo: “So che Dio non mi abbandona, so che Dio rimane sempre con me, so che Dio mi dà la forza per superare la situazione”, però continuiamo a rimanere tristi. Con la speranza, invece, già vediamo come proiettato davanti a noi quello che sarà, anche se al momento la realtà intravista non è ancora costatabile. Pertanto, solo se viviamo di speranza riusciremo a risolvere tutto, sia pure con sofferenza, sia pure non vedendo i frutti immediati, però è certo che riusciamo a vivere con la serenità interiore.  Per analogia: gli agricoltori, recentemente hanno seminato il frumento con denaro e fatica; al momento non vedono alcun risultato, anzi devono costatare la perdita del frutto stesso, in quanto sotterrato; però lo hanno fatto con gioia, perché mossi dalla speranza di una buona annata e di un buon raccolto, cosa che compenserà la fatica e farà ricuperare le spese sostenute. Allora, possiamo concludere con questa espressione: “La fede fa amare ciò che è al presente, la speranza dà la gioia per quello che sarà in futuro”. Come nel caso dell’analogia: l’agricoltore ama il seme che ha in mano perché sa che è buono e fecondo, nel contempo è gioioso nell’attendere con pazienza la sua moltiplica con la mietitura.La speranza ed ogni attesa danno sempre giovinezza alla vita, a prescindere dall’età. Il segno dell’invecchiamento spirituale, che può avvenire anche in giovane età, è la scontentezza, il disfattismo, il brontolio, il rimpianto dei tempi passati, la rassegnazione e l’inattività, senza nessun impegno per preparare tempi nuovi.Dobbiamo imparare ogni giorno a guardare il mondo con occhi nuovi.Dobbiamo sempre saper scoprire nei fratelli e nelle sorelle un profilo nuovo di Gesù. Dobbiamo saper scorgere in ogni momento le esigenze nuove del progetto di Dio su di noi e, attraverso di noi, i progetti che egli ha sugli altri, cosa da non confondere con i “sogni” superficiali ed evanescenti. Tutt’altra cosa, invece, sono i “sogni” che provengono dalle intuizioni sul progetto di Dio, nella maniera come abbiamo riflettuto nel recente triduo in preparazione alla festa del Beato Alberione. Egli è stato un grande “sognatore”, ha creduto, ha sperato, ha realizzato il disegno di Dio, pur riconoscendo di non essere riuscito a fare tutto.Sul tema della speranza il Papa, nell’omelia del 29 ottobre 2013 a Santa Marta, si è espresso con queste parole: “La speranza non è un ottimismo, non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, questo è ottimismo, ma non è speranza. La speranza non è neppure l’atteggiamento positivo davanti alle cose. Quante persone che incontriamo, sono luminose e positive! Questo è buono, ma non è la speranza. Non è facile – continua il Papa - capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù. Nella nostra vita essa è nascosta. La fede si vede, si sente, e si sa cosa è. La carità si vive, si fa, e si sa cosa è. La speranza si vive, ma non si vede”.
Ed il Catechismo della Chiesa cattolica cosa dice in proposito?Al n.1818 così si esprime: “La virtù della speranza risponde all'aspirazione di felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell'attesa della beatitudine eterna. La speranza preserva dall'egoismo e conduce alla gioia della carità”.

La speranza da vivere nella vita coniugale
Molto bene il Papa, al n. 116 e seguenti di “Amoris laetitia”, applica la speranza nell’ambito del matrimonio, per aiutare a risolvere certe situazioni di difficoltà.Tra l’altro, dice che la speranza alberga nel cuore di chi sa che l’altro può cambiare, anche se questo non significa che tutto cambierà subito a nostro piacimento ed in questa vita.Implica di accettare certe cose, pur desiderando che non accadano; ma nel contempo si tratta di essere certi che Dio scrive diritto anche sulle righe storte di quella persona, traendo qualche bene anche dal male che essa fa e che non riesce a superare in questa terra.Si tratta, allora, non di guardare superficialmente, ma di “contemplare” tale persona con sguardo soprannaturale, cioè con la certezza che, pur con tutte le sue debolezze, è chiamata alla salvezza eterna, alla pienezza del Cielo.Pertanto si tratta di accettare e sopportare con spirito positivo, tutte le contrarietà, rimanendo saldi anche in mezzo ad un ambiente ostile.Nella vita familiare c’è bisogno di coltivare questa forza dell’amore, che permette di lottare contro il male che la minaccia. L’amore non si lascia dominare dal rancore, dal disprezzo verso le persone, dal desiderio di ferire o di far pagare qualcosa. L’ideale cristiano, in modo particolare nella famiglia, è sempre amore e rimane amore, malgrado tutto. “A volte ammiro – continua testualmente il Papa - l’atteggiamento di persone che hanno dovuto separarsi dal coniuge per proteggersi dalla violenza fisica, e tuttavia, a causa della carità coniugale che sa andare oltre i sentimenti, sono stati capaci di agire per il suo bene, benché attraverso altri, in momenti di malattia, di sofferenza o di difficoltà. Anche questo è amore malgrado tutto”.

Riflessione sul brano evangelico proposto
Quel tal giovane del Vangelo, alla risposta di Gesù, si trova spiazzato, è messo con le spalle al muro.È costretto a tornare a mani vuote verso casa sua, che è ricca di troppi beni.Gesù gli aveva indicato la Via che porta alla Verità e alla Vita, ma il cuore del giovane è rimasto frenato.Da notare bene che la risposta di Gesù non implicava solamente di lasciare ciò che aveva per darlo ai poveri, ma di seguire lui, non contando più su se stesso, sulle proprie capacità e doti, e tanto meno sulle abbondanti ricchezze di cui era in possesso.Purtroppo, difficilmente coloro che sono ricchi di “se stessi”, e che per di più contano sulle cose, riescono a seguire Gesù, a raggiungere la pienezza di una vita basata su un conto che, in apparenza, sembra in perdita. Il Vangelo lo sottolinea bene: “Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò “afflitto”, poiché aveva molti beni”.L’episodio conferma quanto poc’anzi abbiamo detto, che cioè l’andarsene lontani da Gesù, il non creder a lui, il non sperare nella realizzazione delle sue promesse, implica la tristezza spirituale. Il giovane, infatti, non si è fidato delle sue parole, di conseguenza non gli si è aperta una meta di speranza, è rimasto povero più che mai, nonostante avesse le sue molte ricchezze.Qual è la conseguenza, che potremmo esperimentare tutti noi, se non siamo ricchi di Dio, se non siamo ricchi interiormente, se contiamo solo su noi stessi e sulle cose? La eterna nostra insoddisfazione!La povertà interiore, nonostante i molti e spesso eccessivi e superflui beni esteriori, porta a cercarne ancora, sperando di poter riempire il vuoto che rimane dentro. In tal modo, purtroppo, ci ritroveremo sempre più poveri, tristi e scontenti, cercando ulteriormente di arricchirci ancora, ma peggiorando ancora la situazione.Invece, per arricchirci interiormente, abbiamo bisogno a nostra volta di aiutare gli altri ad arricchirsi spiritualmente, soprattutto perché maturino e crescano nella grazia di Dio.Questo vale anche e soprattutto nella vita di coppia e di famiglia.I coniugi, reciprocamente e nei confronti dei figli, devono saper conservare uno sguardo misericordioso, capace di scorgere nell'altro, al di là dei suoi difetti, l'immagine di Dio e la possibilità concreta di fare il bene. Non si tratta di voler ignorare le fragilità o sminuire gli errori, ma di avere l'intima certezza, ribaditaci oggi dal Vangelo, che quanto non è possibile agli uomini, diventa possibile a Dio.Tutto questo, ovviamente, richiede tempo e pazienza, illuminati dalla fede e fortificati dalla speranza. È la così detta “legge della gradualità” descritta ai numeri 291-295 di “Amoris laetitia”, che trovate nella dispensa che avete in mano.
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