Riflessioni mensili
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 dicembre 2018 * S. Fausta martire
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Abramo e Sara
Riflessione tenuta dal rettore alle famiglie riunite in ritiro il giorno 11 febbraio 2018 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di Terre Roveresche.

Abramo e Sara - Paternità e maternità vengono da Dio
(Testo di riferimento: Gn 18, 1-15)
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Premessa
Il brano biblico ascoltato, in un primo aspetto, ci insegna una cosa molto importante: dobbiamo imparare a saper sempre meglio accogliere l’altro, qualsiasi altro.
Ogni vera e sincera accoglienza, infatti, non è altro che il canale attraverso cui passa ogni dono che Dio ha preparato per noi.

Riflessioni sul brano ascoltato

Nel caso concreto, quale dono più grande per Abramo e Sara il sentirsi dire, anche se umanamente sarebbe stato impossibile per loro: “Fra un anno tua moglie avrà un figlio!”?
Cerchiamo di cogliere la dinamica dell’episodio.

Abramo si accorge di aver ricevuto una visita straordinaria: quei tre personaggi rappresentano il Signore uno e trino, il suo Dio che si presenta visibilmente a casa sua, che viene a visitarlo e che certamente non viene a mani vuote. Questo, però, a lui interessa relativamente. Gli interessa, invece, poterlo accogliere come si merita.

Ecco, pertanto, che mobilita la sua casa: prende l'acqua e il pane per rifocillare i tre uomini, invita sua moglie Sara a preparare delle focacce; lui stesso va a prendere il vitello da offrire, quello più “tenero e gustoso”; lo fa preparare insieme a una bevanda di latte.

Con questo, il testo ci insegna pure come avviene la dinamica di ogni nostro incontro con Dio. È sempre il Signore che prende l'iniziativa per venirci a visitare. Lo può fare in ogni momento, anche in quello apparentemente insignificante; lo fa nella normalità delle nostre giornate, anche se sembrano sempre uguali. Eppure, certe volte diventano il momento più opportuno nel quale potremmo incontrare veramente il Signore.

A noi è richiesto che la porta sia aperta, che sia sollecita la nostra accoglienza, che sia pronto e generoso il nostro cuore. Questo è un atteggiamento molto importante, senza del quale la salvezza – che è il dono massimo di Dio - non può realizzarsi.

Infatti, dipende dall’uso che facciamo del suo più grande dono, quello della libertà. Il Signore mai impone, ma sempre la rispetta i nostri tempi, attendendo pazientemente la nostra risposta.

Abramo intuisce che dopo quell'incontro la sua vita cambierà: ha già fatto esperienza di Dio, quando lo ha incontrato nella sua vocazione iniziale. Sa che Dio è stato ed è tuttora suo amico, sa che non dimentica quanto gli ha promesso.

Aveva ricevuto la promessa di una discendenza più numerosa delle stelle del cielo e della sabbia del mare.

Vi aveva creduto, eppure ancora non vedeva nulla, anzi, a norma di logica umana, avrebbe dovuto concludere che ormai non sarebbe stato più possibile.

Ancora una volta, comunque, volge lo sguardo a: “Colui che può liberarlo dalla morte”, e attende fiducioso la realizzazione della “Promessa”, che puntualmente si compie nelle parole dei tre uomini e che Abramo non mette assolutamente in dubbio.

Il significato del sorriso di Sara

C’è poi un altro particolare su cui soffermarsi: quello del “sorriso” di Sara.

Un sorriso che inizialmente è piuttosto “ironico”, ma che poi si trasforma in un gioioso sorriso di fede. È il filo conduttore di questo racconto biblico!

Dapprima, come detto, è il sorriso incredulo di Sara, che ascolta la conversazione dei tre uomini dall’interno della tenda, attenta ad una “Parola” che potrebbe cambiarle la vita, pur nella condizione di scoramento in cui si trova.

Infatti, è una donna provata e segnata dal dolore, che con fatica riesce a credere al cambiamento di una situazione tale, che umanamente non avrebbe speranza.

Ma Dio conosce la sua sofferenza, e le viene incontro per trasformarla in gioia.

Ora ci domandiamo: Perché Sara ha riso? È servito a qualcosa?

Certamente. Quel sorriso “incredulo” viene assunto e redento da Dio; poi viene restituito a Sara in una forma nuova. Avrà la gioia grande della maternità, concependo e partorendo ad Abramo un figlio, pur nella propria vecchiaia e in quella di Abramo. Il testo ben lo sottolinea col dire che: “Abramo aveva cento anni”.

Abramo chiamerà quel figlio con il nome di Isacco, che vuol proprio dire: “Ha riso”.

In quel momento Isacco incarna, come appunto dice il suo nome, il sorriso di Dio per il mondo e per la storia.

Dio ci sorride sempre, questo lo esprime ogni volta che nasce un nuovo bimbo.

Ed ecco la conclusione per noi.

Ogni bimbo che nasce, è sempre un dono gratuito di Dio, ed è un bimbo che porta inscritto in sé una missione concessagli da Dio a vantaggio del mondo intero.

In maniera ancora più alta, ognuno ha potuto esperimentare tale sorriso di Dio quando è venuto a visitarci di persona, nascendo dalla Vergine Maria. La culla di Betlemme, infatti, ha reso visibile il sorriso di Dio per tutta l’umanità.

Sempre, ma ancor più da quel momento, anche ogni bambino che viene al mondo – lo ripeto ancora - è un grande dono di Dio, è la manifestazione del suo amore gioioso ed infinito per tutta l’umanità. Tale persona, accolta come si merita nella sua vocazione e missione, diverrà una pietra miliare nella storia della salvezza.

Rifiutandolo, verrebbe a mancare qualcosa in tale disegno di salvezza.

Concludendo, pertanto, dobbiamo dire che andiamo fuori strada quando, pur di avere un figlio, vogliamo forzare la mano di Dio, pretendendolo ed utilizzando metodi che vanno fuori del disegno stesso di Dio.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Vi è grande responsabilità anche quando, pur potendolo, non si cerca un figlio o, peggio ancora, lo si elimina: ancora una volta viene a mancare un pietra miliare nel disegno universale di salvezza, progettato da Dio.

Note di formazione paolina

Il carisma spirituale della Famiglia Paolina consiste nella centralità di Gesù Maestro, Via Verità e Vita, vissuto e comunicato con la passione di san Paolo.

Don Alberione ha sempre inculcato che la nostra spiritualità deve incentrarsi in Gesù Maestro: “Si è tanto più paolini, quanto maggiormente si vive di questo spirito e in questo spirito”.

Ed ancora: “Questa devozione non deve restringersi alla pietà, ma anzi deve partire dalla pietà ed estendersi a tutta la vita apostolica, perché il frutto del nostro apostolato è proporzionato a questo: presentare Gesù Cristo Via-Verità-Vita”.

Facciamo una riflessione secondo l’insegnamento del Beato Alberione.

Gesù dice: “Non vogliate chiamarvi maestri, perché uno solo è il vostro Maestro”.

Noi siamo semplicemente insegnanti. Possiamo un poco anche essere maestri, però a condizione che ci impegniamo ad essere veri discepoli e testimoni.

C’è differenza tra insegnante e maestro.

L’insegnante è colui che istruisce la mente, comunicando quanto ha studiato.

Gesù, invece, non è insegnante, ma è Maestro ed è l’unico, in quanto è il solo ad essere “Via-Verità-Vita”.

E’ la “Via” in persona: non solo indica la strada, ma realizza la nostra salvezza mettendoci sopra di sé e facendosi passare attraverso Lui.

E’ la “Verità” in persona: non l’ha appresa dal di fuori e da qualcuno, pertanto Lui è la fonte di ogni Verità. La Verità, più che essere nozione, è una persona.

E’ la “Vita” in persona: non solo perché aiuta nel cammino, ma perché è “grazia” continua su questa terra e “beatitudine” per l’eternità.

Gesù è la “Verità” che dobbiamo conoscere e credere.

Egli è il “Verbo”, la “Sapienza”, la “Verità” incarnata del Padre. Anche noi a volte usiamo espressioni analoghe: “Quel tale è la bontà in persona, è l’onestà in persona…”.

Che differenza tra l’insegnante di scienze e il “Maestro/Verità”?

L’uno insegna con tutti i metodi, similitudini, spiegazioni. Ma se il discepolo è poco intelligente, non può farci nulla.

Invece Gesù è diverso. Non solo insegna la verità, ma ha la capacità di accendere l’intelligenza per farla capire nel profondo: “Io sono la Luce”. Solo Lui può fare questo, perché è Maestro unico. Lo fa perché ci manda il dono dello Spirito.

Una similitudine. Se si ascolta una bella lezione alla TV e ad un certo punto non si comprende qualcosa, non è possibile chiedere ad essa di spiegare meglio. Lo strumento non ne è in grado, perché ci vorrebbe la presenza viva della persona che parla.

Questo si applica a tutti noi. Pur facendo catechesi e trasmettendo le verità di Dio, non siamo in grado di far comprendere nel profondo la “Verità”, e neppure di far aumentare la fede di chi ci ascolta.

Invece, quando è proclamata la “Parola di Dio”, essendo presente “Gesù/Verità” in persona, la cosa è diversa. La Parola di Dio è sempre creativa.

Gesù è la “Via” che dobbiamo percorrere per andare a Dio.

Questo è da intendersi in due sensi: in quanto è mediatore tra Dio e gli uomini; in quanto è modello da imitare e maestro da seguire.

L’umanità aveva perduto la strada del cielo. Gesù si fa “Via” e dice: “Venite dietro di me…Salite su di me…Vi ho dato l’esempio… Imparate da me…”.

Ci precede con l’esempio.

Che differenza tra l’insegnante/educatore e il “Maestro/Via?”.

A parte che il primo potrebbe non essere coerente tra l’insegnamento e la pratica, di fatto, verso chi è pigro e debole nello studio, non può fare più di tanto.

Invece Gesù è diverso. Aiuta dal di dentro, non solo a comprendere quello che insegna, ma anche ad amarlo; non solo insegna, ma dà la grazia per riuscire a mettere in pratica quanto insegnato e richiesto.

Altra similitudine. Se un amico ci consegna una cartina stradale e ci spiega i pericoli, le asperità, le deviazioni della medesima, non con questo siamo già sulla strada e tantomeno sicuri di raggiungere la meta, pur avendo la cartina. Infatti, potrebbe mancare la segnaletica, potrebbe essere una strada interrotta, potrebbe esserci una deviazione, potrebbe guastarsi l’autovettura.

Altro, invece, sarebbe se l’amico ci dicesse: “Vieni dietro a me - o meglio - sali sulla mia auto ti ci conduco…”.

Così Gesù non solo indica la strada, ma essendo Lui la strada, dice: “Segui me - o meglio - sali con me…”. Analogamente alle scale mobili.

Gesù è la “Vita” che dobbiamo possedere e vivere per essere ora ed in eterno felici.

Come già detto, è l’unico che comunica luce e grazia, che muove e consola i cuori. Dice ancora don Alberione: “Gesù è Maestro completo: insegna, precede con l’esempio, comunica la grazia per credere e praticare”.

E ancora: “Gesù Cristo è Maestro unico, divino, perfettissimo, perché insegna come Verità; è mediatore e ci precede con l’esempio come Via; ci offre la grazia a seguirlo come Vita che trasmette beatitudine. Da ciò si desume che non vi può essere spiritualità più completa”.

Ancora una similitudine. Ognuno, con tutto l’amore, l’affetto, lo spirito di sacrificio, può arrecare gioia e consolazione, incoraggiamento ed entusiasmo ad altri. Eppure certi problemi, con tutto il suo amore, non riesce a risolverli, non può guarire e non può far evitare la morte.

Gesù invece è la “Vita” in persona: è grazia, è gioia, è risurrezione, è beatitudine eterna. Lui solo può soddisfare ogni esigenza.



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