Riflessioni mensili
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
16 luglio 2018 * B. Vergine del Carmelo
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Santa Famiglia.2Riflessione tenuta dal rettore alle famiglie riunite in ritiro il giorno 8 luglio 2018 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di Terre Roveresche.
Famiglia di Nazaret scuola di santità
(Testo di riferimento: Lc 66, 40-52)
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Introduzione
Trovate nella dispensa che avete in mano un ampio brano del discorso di Papa Francesco pronunciato nella udienza generale del 17 dicembre 2014.
In sostanza ci dice che Gesù, in quanto Figlio di Dio venuto nel mondo per la nostra salvezza, sarebbe dovuto nascere in una famiglia ricca ed altolocata, ed invece questo non è avvenuto, anzi è avvenuto nettamente il contrario.
Anche don Alberione sottolinea la stessa realtà – riferendosi alla Famiglia Paolina - con una espressione attraverso la quale ci indica come le grandi opere di Dio partono sempre dalla “povertà del presepe”, cioè dal poco o nulla, e come le opere di Dio incontrano sempre rifiuto e ostilità, pur tuttavia continuano e si sviluppano anche nella incomprensione di molti.

Questo diventa incoraggiante per ognuno di noi.

Non dobbiamo perciò meravigliarci se le nostre buone opere subiscono la stessa sorte.

A tal proposito diventa consolante l’espressione di Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”. Ed anche, sempre Paolo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze. Mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo. Quando sono debole è allora che sono forte”.

Gesù, come detto, nasce in una famiglia più che normale, povera e poco considerata; da fanciullo abita in una località quasi sconosciuta, come ci ricordano i Vangeli: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?».

 Ebbene, in questo luogo sconosciuto dove abita quella che chiamiamo la “Santa Famiglia di Nazaret”, proprio in questa periferia del grande Impero romano, inizia la storia più santa, quella della venuta e della permanenza di Gesù tra gli uomini.

 Gesù rimane in questa famiglia periferica per trent’anni, sottomesso a Maria e Giuseppe, senza fare nulla di straordinario, tanto da poterci far dire: “Perché ha sprecato tanto tempo?”.

“Le vie di Dio sono misteriose - conclude il papa -  ma, ciò che era importante, è che vi era la famiglia!

E questo non era uno spreco! Erano grandi santi: Maria, la donna più santa, immacolata; e Giuseppe, l’uomo più giusto… La famiglia!”.

Tutti noi dobbiamo proprio imparare da questa famiglia, ed ecco la riflessione di oggi.

Gaudete et exsultate
Cosa è, come si vive, come si raggiunge la santità?

Nella recente Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”, Papa Francesco afferma che la santità non è un privilegio riservato ad alcuni, ma è una meta per tutti, quella che del resto il Vaticano II aveva chiamato: “Vocazione universale alla santità”.

Il Papa propone la santità come l’avventura cristiana di chi non si accontenta di vivere, come si sul dire, all’acqua di rose. Dio, infatti, non vuole un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente, ma ci chiede di accettare con entusiasmo il suo dono.

Riporto le parole testuali del Papa: “Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità.

La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui.

Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa».

Si capisce, allora, che la santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano. Tutto questo ci fa comprendere che, per essere santi, non bisogna per forza essere vescovi, preti o religiosi: no, tutti siamo chiamati a diventare santi!

Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così!

Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità!

La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova.

Tu sei consacrato, sei consacrata? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione e il tuo ministero.

Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.

Sei un battezzato non sposato? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro e offrendo del tempo al servizio dei fratelli.

“Ma, padre, io lavoro in una fabbrica; io lavoro come ragioniere, sempre con i numeri, ma lì non si può essere santo…” – “Sì, si può! Lì dove tu lavori tu puoi diventare santo”.

Sei genitore o nonno? Sii santo insegnando con passione ai figli o ai nipoti a conoscere e a seguire Gesù. E ci vuole tanta pazienza per questo, per essere un buon genitore, un buon nonno, una buona madre, una buona nonna, ci vuole tanta pazienza, e in questa pazienza viene la santità: esercitando la pazienza.

Sei catechista, educatore o volontario? Sii santo diventando segno visibile dell’amore di Dio e della sua presenza accanto a noi.

Ecco: ogni stato di vita porta alla santità, sempre! A casa tua, sulla strada, al lavoro, in Chiesa, in quel momento e nel tuo stato di vita è stata aperta la strada verso la santità.

Non scoraggiatevi di andare su questa strada. E’ proprio Dio che ci dà la grazia. Solo questo chiede il Signore: che noi siamo in comunione con Lui e al servizio dei fratelli”.

Il rischio che stiamo vivendo
Non è facile comprendere ed essere convinti al cento per cento di tutto questo per essere santi.

Ai nostri tempi, infatti, stiamo vivendo un’epoca di grande smarrimento. Come dicevamo pocanzi, tutte le verità evangeliche diventano mediocri, annacquate, inconsistenti.

Prendiamo, ad esempio, una di queste verità, quella che riguarda l’esistenza del diavolo perché, chi non riconosce questo, oscura la strada verso la santità.

Ecco, in proposito, le parole del Papa: “Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale. Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva.

È vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere alcune realtà e che ai tempi di Gesù si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realtà, affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio non esiste o non agisce.

La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che terminano con la vittoria di Dio sul demonio. Di fatto, quando Gesù ci ha lasciato il “Padre Nostro”, ha voluto che lo terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno.

L’espressione utilizzata non si riferisce al male in astratto, la sua traduzione più precisa è «il Maligno». Indica un essere personale che ci tormenta.

Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini.

Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti.

Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare».

Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non lo vuole riconoscere si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità.

Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’Adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario”.

È necessario esercitare il discernimento
Nel brano evangelico letto, abbiamo ascoltato la risposta che Gesù dà ai genitori: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

Abbiamo anche notato la loro reazione, quella di non aver compreso, ma nel contempo anche di meditare tutto nel proprio cuore.

Ebbene, questo ci sprona a saper fare discernimento nella vita per le tante perplessità che potremmo avere nel cammino di fede e che, a sua volta, ci fa chiedere: “Cosa vuole veramente il Signore da me?”.

Anche su questa domanda l’esortazione “Gaudete ed exsultate”, ci dà la risposta.

Ecco le parole testuali del Papa: “Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo, o se deriva dallo spirito del mondo, o dallo spirito del diavolo?

L’unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere.

Se lo chiediamo con fiducia allo Spirito Santo, e allo stesso tempo ci sforziamo di coltivarlo con la preghiera, la riflessione, la lettura e il buon consiglio, sicuramente potremo crescere in questa capacità spirituale.

Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria. Infatti la vita attuale offre enormi possibilità di azione e di distrazione e il mondo le presenta come se fossero tutte valide e buone.

Tutti, ma specialmente i giovani, sono esposti a uno “zapping” costante. È possibile navigare su due o tre schermi simultaneamente e interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali.

Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in “burattini” alla mercé delle tendenze del momento.

Questo risulta particolarmente importante quando compare una novità nella propria vita, e dunque bisogna discernere se sia il vino nuovo che viene da Dio o una novità ingannatrice dello spirito del mondo, o dello spirito del diavolo.

In altre occasioni succede il contrario, perché le forze del male ci inducono a non cambiare, a lasciare le cose come stanno, a scegliere l’immobilismo e la rigidità, e allora impediamo che agisca il soffio dello Spirito.

Siamo liberi, con la libertà di Gesù, ma Egli ci chiama a esaminare quello che c’è dentro di noi – desideri, angustie, timori, attese – e quello che accade fuori di noi – i “segni dei tempi” – per riconoscere le vie della libertà piena: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono».

Il discernimento è necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere problemi gravi, oppure quando si deve prendere una decisione cruciale.

È uno strumento di lotta per seguire meglio il Signore. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere.

Si tratta di non avere limiti per la grandezza, per il meglio e il più bello, ma nello stesso tempo di concentrarsi sul piccolo, sull’impegno di oggi.

Pertanto chiedo a tutti i cristiani – continua a suggerire il Papa – di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza.

Al tempo stesso, il discernimento ci conduce a riconoscere i mezzi concreti che il Signore predispone nel suo misterioso piano di amore, perché non ci fermiamo solo alle buone intenzioni.

È vero che il discernimento spirituale non esclude gli apporti delle sapienze umane, esistenziali, psicologiche, sociologiche o morali. Però le trascende. Ricordiamo sempre che il discernimento è una grazia.

Anche se il Signore ci parla in modi assai diversi durante il nostro lavoro, attraverso gli altri e in ogni momento, non è possibile prescindere dal silenzio della preghiera prolungata per percepire meglio quel linguaggio, per interpretare il significato reale delle ispirazioni che pensiamo di aver ricevuto, per calmare le ansie e ricomporre l’insieme della propria esistenza alla luce di Dio”.

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