Riflessioni mensili
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
17 novembre 2018 * S. Elisabetta Regina
itenfrdeptrues
Giovane GiuseppeRiflessione tenuta dal rettore alle famiglie riunite in ritiro il giorno 16 settembre 2018 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di Terre Roveresche.
San Giuseppe custode del Mistero
(Testo di riferimento: Mt 1, 18-25)
Per il documento: clicca qui
Premessa
Con l’odierno tema programmato per la meditazione mensile, possiamo proprio dire che giochiamo in casa. Chi più di noi che frequentiamo questo santuario di san Giuseppe, non ne può essere interessato?
Diciamo subito che, se è vero, come è vero, che l’attributo principale dato a Giuseppe è quello di “giusto”, non dobbiamo dimenticare che esso, a sua volta, contiene implicitamente tutti gli altri che vogliamo riconoscergli.
Uno di questi è proprio quello del tema di oggi, quello di essere il “custode del mistero”, e quindi anche la sua capacità di vivere bene la “sponsalità”.

Custode del mistero

Di quale mistero si tratta?

È espresso nella “Redemptoris Custos” di Giovanni Paolo II con queste parole: “Egli è colui al quale Dio affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi... Al mistero dell'Incarnazione, Giuseppe di Nazaret partecipò come nessun'altra persona umana, ad eccezione di Maria, la madre del Verbo incarnato”.

Pertanto il principale mistero è quello dell’incarnazione del Verbo di Dio, avvenuta attraverso la sua sposa Maria. Giuseppe, in forza della paternità e sponsalità, esercita la custodia verso di loro.

Questa custodia, comunque, non si limita alla famiglia di Nazaret, ma si allarga a quelle realtà che sono la conseguenza dell’incarnazione del Figlio di Dio. Pertanto, Giuseppe è anche il custode della Chiesa e di ogni famiglia, soprattutto se costruita sul sacramento del matrimonio, come dice Paolo agli efesini, parlando degli sposi: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!”.

Proprio attorno a questo argomento si sviluppa anche l’omelia tenuta da Papa Francesco il 19 marzo 2013, all’inizio del suo ministero.

Ecco le sue parole: “La missione che Dio affida a Giuseppe, è quella di essere custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolinea Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello»”.

Come esercita Giuseppe questa custodia?

“Con discrezione, con umiltà, nel silenzio – continua il Papa - ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende.

Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe – si domanda ancora - la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio”.

Uomo del discernimento

Questa costante attenzione richiede anche il suo costante impegno a discernere. È proprio un altro attributo che compete a san Giuseppe: quello, appunto, della capacità di “discernimento”. Anche questo è la conseguenza del fatto di essere “giusto”, perché cerca di capire qual è il disegno di Dio, sia nell’accogliere Maria come sposa e sia nell’educazione da dare al Figlio.

Ecco come prosegue la citata omelia del Papa: “Giuseppe è custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge.

In lui cari amici – continua il Papa - vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità e con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”.

Altri spunti e stimoli li trovate nella dispensa che avete in mano, per cui non mi dilungo di più. Invece, mi interessa fare delle considerazioni sul particolare ruolo che ha questo santuario di san Giuseppe, nei confronti di lui, di Maria, di Gesù e anche nei nostri confronti.

Giuseppe e il nostro santuario

Vi confesso subito che, trattando di questo argomento, - forse è solo un mio pensiero - temo di essere troppo ripetitivo e noioso, perché ne parlo quasi sempre con i pellegrini che giungono qui.

Pertanto chiedo venia a chi, per ipotesi, non ne può più; ma nel contempo penso che ad alcuni possa pure interessare.

Per comprendere nel migliore dei modi, si tratta di tener presente la figura e gli interventi del cofondatore don Stefano Lamera.

Egli era devotissimo di san Giuseppe, in diverse circostanze elevava a lui accorate preghiere, tra cui quella di poter avere una proprietà per ottenere il riconoscimento civile dell’Istituto Santa Famiglia, di cui era delegato. Ebbene, la sua preghiera è stata esaudita, ed il riconoscimento civile dell’Istituto è avvenuto in forza proprio di questa proprietà di Spicello.

Il primo accenno alla chiesa nella quale ci troviamo, si riscontra nella rivista del citato Istituto nel numero di maggio/giugno 1989. La immagina, per non averla ancora vista, di piccole dimensioni. Infatti, così scrive: “Quest’anno avevamo affidato gli esercizi spirituali a san Giuseppe. Per questo l’Istituto si è anche impegnato a rifinire una ‘chiesetta’ dedicata a lui, in diocesi di Fano, a fianco della quale si stanno ultimando i locali per incontri spirituali”.

Nel frattempo, arriva qui anche di persona. In uno dei primi incontri, in quello del 30 maggio 1993, apre il libro dei devoti, con queste parole: “San Giuseppe, Capo della Santa Famiglia, accogli con amore di Padre quanti vengono a te, in questo tuo santuario, e tutti esaudisci nelle loro necessità e tribolazioni”.

Il 25 maggio 1997, trovandosi ancora qui per l’ultima volta, ad una settimana dal decesso, porta in anteprima un volumetto dal titolo: “In cammino con Giuseppe e Maria”.

Tale pubblicazione è da considerarsi quale opera testamentaria, come del resto per l’addietro aveva chiesto al Signore che, prima di morire, potesse fare qualcosa per san Giuseppe. Lo ha fatto in due modi. Lo ha fatto, innanzitutto, intuendo che questo luogo avrebbe dato vita ad un grande santuario e, di conseguenza, proponendo al vescovo di elevare questa chiesa a tale dignità.

Lo ha fatto, poi, anche con la pubblicazione del citato volumetto su cui stende i suoi pensieri. Questi pensieri consistono nell’esprimere quanto ha da dire “di” san Giuseppe, e quanto ha da dire “a” san Giuseppe.

Del resto, è quello che aveva scritto nel 1963, in preparazione alla festa del 19 marzo: “San Giuseppe, tutto mi offro e mi dono e mi consacro a te.

Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per Gesù e per Maria! Ripetilo per me, anche se non merito nulla e soprattutto insegnami e fammi vivere i segreti dei tuoi rapporti con Gesù e Maria. E concedimi di scrivere di te!”.

Cosa ha da dire “di” san Giuseppe

Ci soffermiamo un poco sul primo argomento, su quello che ha da dire “di” san Giuseppe. Praticamente sottolinea quello che esprime il Papa nella “Redemptoris Custos”, cosa che sempre aveva insegnato, ancor prima che uscisse il documento pontificio. Ricordo bene che è stato l’argomento di uno dei primi ritiri spirituali qui svolti. Esso riguardava la ben vissuta sponsalità di Giuseppe e l’esercizio della sua vera paternità. Ecco cosa scrive in proposito: “Lungo i secoli, per ragioni comprensibili, la pietà e la devozione a Maria SS.ma e a san Giuseppe è corsa su due binari paralleli.

Inconsapevolmente, nei confronti di Maria e Giuseppe, si è radicato un modo di pensarli non solo ‘distintamente’ ma, direi, ‘separatamente’ quasi che il loro matrimonio fosse solo formale, di opportunità. In verità, nel piano eterno di Dio non fu e non è così.

Questa separazione, in parte, continua ancora oggi. In questo modo Maria e Giuseppe, nel pensiero e nella devozione dei fedeli, rischiano di non esistere come coppia”.

Poi prosegue dicendo che tutto questo non è una opinione, ma è confermato dai pochi versetti del vangelo, se lo leggiamo attentamente. Vi si legge che sono veri sposi, per cui ne segue la vera paternità di Giuseppe.

In altre parole, tale paternità è in forza del vincolo matrimoniale per cui il figlio di Maria è anche figlio di Giuseppe, cosa ben espressa da Maria stessa al momento del ritrovamento di Gesù al tempio: “Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”.

 Ricordo bene una sua forte espressione: “Non fate il divorzio tra Giuseppe e Maria, altrimenti come possiamo pregarli perché non avvenga tra gli sposi”.

Cosa ne segue per ogni famiglia

Quale conseguenza ne deriva per le famiglie?

È sempre don Lamera che scrive: “Come Dio ha affidato il Figlio suo a Maria e a Giuseppe, così noi, diventati per il battesimo veri figli di Dio, dobbiamo affidarci a Maria e a Giuseppe, che per disegno di Dio, hanno il dovere di occuparsi insieme di noi come hanno fatto per Gesù.          

In ogni famiglia papà e mamma sono comandati dalla stessa volontà di Dio ad occuparsi insieme dei figli”.

Pertanto, se Giuseppe e Maria insieme pensano a noi, anche noi li dobbiamo venerarli insieme. Con ciò ne segue che ogni famiglia non può non affidarsi nello stesso tempo ad ambedue.

Questo non solo vale per la famiglia naturale, ma anche per le famiglie religiose, per i gruppi di preghiera, per le comunità pastorali e per altre simili.

A tale scopo il libretto cita le testuali parole di una visione di Alberione, il quale così racconta: “Prima di iniziare la Famiglia Paolina, vidi come in un quadro il complesso nel suo inizio e sviluppo di persone e di opere.

Cosa entusiasmante! Ma notai pure ombre che gettarono nell’animo una certa tristezza, e dovetti molto lottare e pregare per vincere le tentazioni di abbandonare l’Opera.

Le ombre rappresentavano quelli che, dopo molte cure, si sarebbero voltati indietro dopo aver messo mano all’aratro.

Se tutti, sempre e ovunque, si appoggiassero a Maria e a Giuseppe non vi sarebbero defezioni; non avremmo la grande pena di pensare alla responsabilità, dinanzi a Dio, di ognuno di noi”.

 Confortati ed esortati da queste parole, impariamo a pregarli assieme e, anche facendolo separatamente, dobbiamo tener presente che pregando Maria, facciamo contento Giuseppe e che, pregando Giuseppe, facciamo contenta Maria; pregandoli ambedue facciamo contento Gesù: solo così possiamo dire di essere devoti della Santa Famiglia, salvando la nostra.

Del resto, è quello che richiama continuamente il nostro vescovo: “Questo è il santuario della famiglia, se vogliamo sanare, salvare, rafforzare l’amore di famiglia, dobbiamo venire qui”.

Tale concetto è stato anche uno dei passaggi profetici di don Lamera, pronunciato nella sua prima venuta, il 10 marzo 1990: “Vedrete che qui arriveranno le macchine, gli ammalati, le mamme addolorate per i mariti infedeli (e viceversa, anche!), le grandi conversioni e il mondo degli operai che cambierà”.                   

Iscriviti alla mailing del Santuario. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio.
captcha 

facebook

"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

Visite agli articoli
1180751

Abbiamo 356 visitatori e nessun utente online