Riflessioni mensili
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 dicembre 2018 * S. Fausta martire
itenfrdeptrues

San Paolo oggi
Riflessione tenuta dal rettore alle famiglie riunite in ritiro il giorno 9 dicembre 2018 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di Terre Roveresche.
Paternità di Paolo
Testo base: (ITs 2, 1-13)
Per il documento: clicca qui
Premessa
La dispensa che avete in mano, in prima pagina, riporta alcune espressioni di Papa Francesco scritte su “Amoris laetitia”.
Di queste ne estraggo una: “I figli sono chiamati ad accogliere e praticare il comandamento: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove il verbo “onorare” indica l’adempimento degli impegni familiari e sociali nella loro pienezza, senza trascurarli con pretese scusanti religiose (cfr. Mc 7,11-13). Infatti, «chi onora il padre espia i peccati, chi onora sua madre è come chi accumula tesori» (Sir 3,3-4).

Ovviamente, perché questo avvenga e siano maggiormente onorati, è necessario che essi vivano bene il loro ruolo.

Diciamo subito che vi sono due tipi di paternità e maternità: una biologica, l’altra spirituale.

Noi in quanto appartenenti alla Famiglia Paolina, spiritualmente siamo figli di san Paolo. Siccome egli ha vissuto più che bene la sua paternità, abbiamo proprio bisogno di riflettere e imitare il suo stile di vita sull’argomento, per due motivi: per conoscere e farci raggiungere da tale esercizio di paternità e, nel contempo, per poterla esercitare nella vita di famiglia, nell’apostolato e nel rapporto con gli altri.

Don Alberione per primo ci tiene tantissimo a sottolineare come san Paolo sia veramente “Padre”, soprattutto per noi paolini. Ecco le sue espressioni: “Tutti devono considerare solo come padre, maestro, esemplare, fondatore, san Paolo Apostolo. Lo è, infatti.

Per lui la Famiglia Paolina è nata, da lui fu alimentata e cresciuta, da lui ha preso lo spirito. Egli si è fatta questa famiglia con un intervento così fisico e spirituale che neppure ora, a rifletterci, si può intendere bene e tanto meno spiegare.

Tutto mosse, tutto illuminò, tutto nutrì. Egli fu la guida, l’economo, la difesa, il sostegno, ovunque la famiglia paolina si è stabilita” (Abundantes divitiae gratiae suae).

L’esercizio della paternità in Paolo

Paolo riflette molto bene la paternità e maternità di Dio. Essendo di cuore sensibilissimo, lo mostra nei sentimenti, negli atteggiamenti e nelle parole, sempre pieni di affetto e tenerezza.

Ovviamente, come ogni vero padre, vuol soprattutto educare, ma nel contempo non vuol far pesare l’autorità.

Sul tema della sua paternità, e del come l’ha esercitata, abbiamo diverse espressioni nelle sue lettere.

Nella seconda ai tessalonicesi dice: “Sapete come dovete imitarci. Noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo, notte e giorno per non essere di peso ad alcuno” (II Ts 3, 7-8).

In seconda Corinzi confida le proprie pene: “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l’affetto immenso che ho per voi” (II Cor 2, 4).

Nella stessa lettera, chiede loro che gli sia ricambiato tale affetto: “Fateci posto nel vostro cuore! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato. Non dico questo per condannare qualcuno; infatti, vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore” (II Cor 7, 2-3).

Ed ancora in essa manifesta più espressamente tale sua paternità: “Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti, non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno?” (II Cor 12, 14-15).

Ed ancora: “Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore” (II Cor 6, 12-13).

In Galati ricorda con gratitudine la cordiale e delicata accoglienza fatta come e più che a un padre: “Mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù. Se fosse stato possibile vi sareste cavati gli occhi per darmeli” (Gal 4, 14-15).

Ma è soprattutto nella prima ai corinzi che si considera veramente padre: “Non per farvi vergognare scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli carissimi. Potreste avere, infatti, anche diecimila pedagoghi in Cristo ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo” (I Cor 4, 14-15).

E poi ai tessalonicesi, come ascoltato nel testo oggi indicato: “Sapete che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi (I Ts 2, 11).

E a Filemone, per lo stesso motivo, raccomanda Onesimo: “Ti prego per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo. Te l’ho rimando, lui, il mio cuore” (Fil 10, 12).

A volte, oltre che padre, si definisce anche col termine di madre, aggiungendo il termine specifico per la madre, quello di “partorire”. Questo lo dice in Galati: “Figli miei, che io partorisco di nuovo, finché Cristo sia formato in voi”.

Ed ancor meglio nel brano oggi letto: “Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che cura e nutre le proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari” (I Ts 2, 7-8).

Le conseguenze per noi

Dopo tutto quanto abbiamo detto sinora, la conclusione dovrebbe essere ovvia. Siamo chiamati ad accostarci a san Paolo ed imitarlo.

Però, se andiamo doverosamente a lui, bisogna andarci non con una devozione qualsiasi e generica, come andremmo da un altro santo, ma con amore di figli.

Solo con questo atteggiamento, ci renderemo pienamente conto come sia molto utile aver fiducia nella sua potente intercessione. Per noi ottiene miracoli, come lo ha ottenuto per don Alberione nel 1923, guarendolo da una malattia polmonare che lo avrebbe condotto sicuramente alla morte.

Dirà in proposito Alberione: “E’ stato san Paolo a guarirmi”.

Leggendo le Scritture, ci renderemo conto che tra gli apostoli, ad eccezione di Pietro il quale a Lidda sana un paralitico di nome Enea, Paolo è l’unico che ha ottenuto miracoli, e non pochi.

Eccone uno che leggiamo in Atti: “C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. Egli ascoltava il discorso di Paolo e questi, fissandolo con lo sguardo e notando che aveva fede di essere risanato, disse a gran voce: Alzati diritto in piedi! Egli fece un balzo e si mise a camminare” (At 14, 8-10).

Il testo prosegue con queste altre parole: “La gente, al veder ciò che Paolo aveva fatto, esclamò: gli dei sono scesi tra di noi in figura umana!”.

Tale episodio è stata una buona occasione per Paolo, per cui ne approfitta per sottolineare che, se si è verificato il prodigio, questo è avvenuto non per personale merito, ma per l’intervento di Dio.

Sempre in Atti, ne leggiamo pure un altro: “Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione sino a mezzanotte.

Un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto.

Paolo allora scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: Non vi turbate, è ancora in vita! Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto sino all’alba, partì. Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati” (At 20, 7-12).

Gli Atti riepilogano la sua intercessione con queste parole: “Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano” (At 19, 11-12).

C’è poi una testimonianza di carattere generale: “Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferirono quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro” (At 15, 12).

Inoltre, è espressamente detto come comandasse pure sugli spiriti cattivi.

A tal proposito, leggiamo in Atti: “Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l’indovina. Essa seguiva Paolo e noi, gridando: Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunziano la via della salvezza.

Questo fece per diversi giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse allo spirito: In nome di Gesù Cristo, ti ordino di partire da lei. E lo spirito partì all’istante” (At 16, 16-18).

Pertanto, Paolo è da invocare anche perché allontani da noi l’opera di questi spiriti maligni. Compie prodigi anche d’altro tipo, come, ad esempio, quello di rendere cieco il mago Elimas.

Così raccontano gli Atti: “Attraversata tutta l’isola (di Cipro) sino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Jesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, persona di senno, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio.

Ma Elimas, il mago – ciò, infatti, significa il suo nome – faceva loro opposizione cercando di distogliere il proconsole dalla fede. Allora Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: O uomo pieno d’ogni frode e d’ogni malizia, figlio del diavolo, nemico d’ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore?

Ecco, la mano del Signore è sopra di te, sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole. Di colpo piombò su di lui oscurità e tenebra, e brancolando cercava chi lo guidasse per mano. Quando vide l’accaduto, il proconsole credette, colpito dalla dottrina del Signore” (At 13, 6-12).

Per cui, da parte nostra, non rimane che avere una grande fiducia nella sua intercessione. Si tratta di affidare a Paolo i problemi, le ansie, i dolori, che ci disturbano, ci attanagliano, ci preoccupano, oltre alle lotte spirituali da sostenere. In altre parole, abbiamo bisogno di instaurare con lui un rapporto da veri figli, pieni di amore e di fiducia, non solo limitata alla semplice devozione, come dicevamo pocanzi.

Conclusione

Nel contempo ed in linea con la riflessione odierna, tutti sul modello di Paolo dobbiamo essere padri e madri – nel senso biologico e spirituale - trasmettendo con larghezza e generosità una vita naturale e soprannaturale che non è nostra.

L’abbiamo ricevuta in dono, ne facciamo dono ad altri, in modo da essere autenticamente generativi su tutti i fronti, come san Paolo.

Quando parla di Onesimo dice testualmente: “Mio figlio generato in catene”, adopera proprio il verbo della generazione del corpo.

Questo dimostra come in lui, mai sposato e senza figli naturali, si è realizzata ancora una volta la promessa di Dio, quella di avere una discendenza che non si può contare, come la sabbia del mare e come le stelle del cielo.

Il concetto è espresso nel canto “Guarda le stelle del cielo”, applicato ad Alberione ed ancor più valido per Paolo.

Iscriviti alla mailing del Santuario. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio.
captcha 

facebook

"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

Visite agli articoli
1205566

Abbiamo 67 visitatori e nessun utente online