Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
15 dicembre 2017 * S. Ireneo martire
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Cristo ReTesti liturgici: Ez 34,11-12.15-17; Sl 23; 1 Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46
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 “Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre”, così nel vangelo, dove si parla di Cristo Re che siede in trono per giudicare.Anche il profeta Ezechiele, a nome e per conto del Signore, fa un discorso analogo: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna, come fa un pastore che passa in rassegna il suo gregge”.

Dove sta il motivo che collega i due testi?Si tratta di collegare la funzione svolta dal re Davide che si prende cura del popolo di Israele, a quella di Gesù Cristo, ugualmente re, che si prende cura di tutti noi.Vi è differenza fra i due personaggi, e se vi è dove sta tale differenza?Il popolo di Israele si rende conto e, di conseguenza, riconosce di avere con Davide ben più di un semplice legame di convenienza. Lo riconosce quale propria carne e proprie ossa: è un modo di dire, per significare che esso si sente intimamente legato a lui, e proprio per tale motivo lo proclama come proprio re.Se questo è valido per un uomo come Davide, tanto più vale per noi nei confronti di Gesù Cristo.Infatti, se per gli israeliti il modo di dire “sei nostra carne e nostre ossa” aveva un valore molto relativo, per noi invece, è l’assoluta verità, perché possiamo ben dire che siamo carne e ossa di Gesù. Del resto, dopo la sua parola che abbiamo ascoltato, e per la comunione al suo corpo che ci accingiamo a celebrare, non ci fa essere un tutt’uno con lui?Del resto, lui stesso lo ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui”.Se poi andiamo a riflettere, ci accorgiamo che Gesù, nei nostri confronti, compie le azioni ben descritte da Ezechiele. Quando ci allontaniamo da lui, egli non ci abbandona ma ci cerca con tanta pazienza: “Radunerò le mie pecore da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine”.Egli ha sempre ogni cura per la nostra vita: “Le condurrò al pascolo e le farò riposare”.Se dovessimo allontanarci di nuovo, egli non desiste mai: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte”.Ed è proprio per questo che lo proclamiamo nostro re e Signore!Con tale titolo egli sta esercitando il suo servizio di amore per ciascuno di noi, e ci insegna che vicendevolmente dobbiamo fare altrettanto.Poi, quando ci presenteremo a lui alla fine di questa vita terrena, eserciterà il suo giudizio definitivo, come concludeva il brano di Ezechiele: “Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capre”.È il giudizio, come narrato dal vangelo.Su quale oggetto si basa tale giudizio?Dal riconoscere se abbiamo esercitato il nostro tipo di regalità, se cioè nella vita abbiamo veramente amato, se abbiamo esercitato un sevizio sincero nel confronto degli altri.A questo punto è doveroso notare che ci sono due logiche diverse: quella del mondo e quella del Signore.In quella umana, quasi sempre e purtroppo, il ruolo della regalità è visto come un esercizio di potere sugli altri, tale che, alla fine dei conti, lo si compie se c’è un tornaconto; in quella di Dio, invece, è tutto l’inverso: il ruolo è quello di mettersi a servizio degli altri, anche a costo di grossi personali sacrifici.L’esempio massimo lo abbiamo in Gesù il quale, proprio per il nostro bene, si è lasciato crocifiggere; e per cui il segno massimo della sua regalità è espresso proprio sulla croce.Agli occhi umani è uno sconfitto, in quelli di Dio è un vittorioso. La vittoria che gli fa acquistare il titolo di “Re dell’universo”.Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello
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