Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
14 novembre 2018 * S. Veneranda vergine
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06 LebbrosoTesti liturgici: Lv 13,1-2.45-46; I Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45
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Gesù, incontrando il lebbroso, è mosso da grande compassione.

Ha compassione perché la sua malattia comportava l’allontanamento dalla vita sociale ed anche l’esclusione da quella religiosa.

Il lebbroso non era soltanto il portatore di una malattia contagiosa, ma era pure un maledetto da Dio, definito un “impuro”, indegno di presentarsi nelle assemblee liturgiche.

Entrare in contatto con lui significava contrarne impurità ed essere, a propria volta, annoverati tra gli esclusi.

È quello che ci ha presentato la prima lettura, era legge vigente: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato sino al labbro superiore, andrà gridando: <Impuro! Impuro!>, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”.

Da notare che questo lebbroso, di cui l’episodio, rompe la consuetudine, non grida: “Impuro”, ma: “Se vuoi, puoi purificarmi!”.

Gesù non rimane indifferente di fronte a questa sua condizione e si adopera per poter fare qualcosa.

Avviene una guarigione fisica e, nel contempo, anche una purificazione.

A Gesù interessa che il lebbroso possa rientrare nella sua vita sociale ed anche in quella religiosa. Per far questo lo tocca, rompendo un tabù, e lo ricongiunge agli altri.

Di fatto, secondo la legge, abbiamo due trasgressioni: da una parte l’ammalato che non grida “Impuro!”, ma che anzi si avvicina a Gesù; dall’altra Gesù che lo tocca.

A questo punto, viene spontaneo domandarsi perché Gesù gli dice: “Guarda di non dire niente a nessuno!”.

La risposta dovrebbe essere ovvia. Gesù non è un taumaturgo, una sorta di guaritore universale.

Purtroppo si stava creando tale fama, un brutta fama, tale che lo rendeva un grande ricercato. È per questo motivo che: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti”.

Un fatto analogo, riferito a San Francesco d’Assisi, è raccontato da Tommaso da Celano: “Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma, ecco, un giorno né incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande fastidio e ribrezzo; ma per non venir meno alla fedeltà promessa, come trasgredendo un ordine ricevuto, balzò da cavallo e corse a baciarlo. E il lebbroso, che gli aveva steso la mano, come per ricevere qualcosa, ne ebbe contemporaneamente denaro e un bacio”.

Anche Gesù non si limita a dare quanto chiede: il tocco esprime vicinanza e compassione. Toccare è compromettersi, il tatto comunica ben più della vista e della parola, perché la vicinanza si fa tangibile.

È una delle esperienze più compromettenti. Dei problemi della vita è più facile parlare che impegnarsi in prima persona.

Veniamo a noi. Come consideriamo Gesù: solo come guaritore di mali fisici o anche per qualcosa di più?

Anche noi siamo colpiti da una lebbra ed è quella spirituale: è la lebbra del peccato. Abbiamo bisogno di essere perdonati e purificati da esso. Ciò è possibile, a condizione che ci rivolgiamo alla misericordia del Signore.

Ce ne pentiamo? Andiamo dal sacerdote per essere perdonati e purificati? Ogni quanto tempo ci confessiamo?

Il Signore, da parte sua, non segrega mai nessuno, perdona sempre. Siamo noi, forse e senza forse, che ci segreghiamo, sia da Dio che dagli altri.

Infatti, quante persone vivono come se Dio non ci fosse!

Quante situazioni in cui gli altri sono emarginati!

Quante categorie di persone vengono tagliate fuori dal consesso sociale o del tutto ignorate!

Non si tratta solo di stranieri o di extracomunitari, ma anche di anziani, di ammalati, di bisognosi, di poveri!

Si tratta di imitare Gesù del quale, davanti al lebbroso, è detto: “Ne ebbe compassione!”.

L’aver compassione, cioè il “compatire”, non è altro che “patire-con”, cioè immedesimarsi nelle sofferenze dell’altro, condividerle, farle in qualche modo proprie, permettere all’altro di uscire dalla solitudine in cui si trova.

Solo chi è capace di provare vera compassione per la sofferenza, in questo senso, riesce a compiere gesti coraggiosi ed efficaci di carità, superando anche quelle regole e convenzioni, malamente create dalla tradizione e dalla convenienza sociale.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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