Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
22 giugno 2018 * S. Paolino vescovo
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Trasfigurazione
Testi liturgici: Gen 22,1-2.10-13.15-18; Rm 8,31-34; Mc 9, 2-10

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Perché solo tre sono stati gli apostoli chiamati da Gesù a salire sul monte della trasfigurazione? Con questo, non sembra che Gesù faccia delle preferenze?
In realtà, tutta la storia della salvezza è segnata da scelte particolari.
Ecco alcuni esempi: Per essere salvi dal diluvio è scelto Noè; per dare origine ad una nuova discendenza è scelto Abramo; Giacobbe è scelto al posto di Esaù; da Giacobbe nasce il popolo di Israele, eletto tra le nazioni del mondo, non perché fosse il più grande ed il più degno di altri popoli; e così via, sino alla scelta solo di alcuni degli apostoli, fra tanti discepoli che seguivano Gesù.

Ma neppure gli apostoli sono stati posti sullo stesso piano: Pietro occupa un posto speciale, altrettanto Giovanni, denominato: “Il discepolo amato”, e per alcuni episodi, i tre di oggi.

Perché proprio loro e non qualche altro? Forse perché più bravi?

Non di certo per questo. Sappiamo come non abbiano dato prova di una fede maggiore e di maggiore coerenza. Infatti, Giacomo e Giovanni avrebbero preteso un posto speciale nel regno di Gesù; tutti si sono scandalizzati di fronte a certe affermazioni di Gesù; si sono anche spaventati davanti alla manifestazione del Padre; Pietro lo ha rinnegato durante la Passione, e così via.

Cosa ci insegna? Una cosa molto importante: Che tutti, comunque sia, siamo dei privilegiati davanti a Dio; che tutti siamo amati in maniera indescrivibile, così come siamo, anche se peccatori, come se fossimo gli unici al mondo.

Perché Gesù ha scelto quei tre?

Li ha scelti perché facessero esperienza di quello che sarebbe avvenuto dopo la sua risurrezione. Una esperienza indescrivibile ma bellissima, da fare esclamare: “E’ bello per noi essere qui; facciamo tre capanne…”, intendendo rimanerci per sempre.

Gesù però, per risorgere, doveva prima patire e morire.

Siccome i discepoli non erano capaci di ammettere tale fatto, ecco che l’episodio della Trasfigurazione sarebbe dovuto servire per questo.

Invece, non pare che sia servito più di tanto. Sappiamo come è andata a finire il tutto: ci sarà chi lo tradisce, chi lo rinnega e chi lo abbandona.

Episodio analogo di sofferenza è la prova subita da Abramo. Egli deve credere anche a quello che in apparenza sembrava una contraddizione.

Infatti il Signore, dopo aver promesso ad Abramo una lunga discendenza, ora intende rinnegarla, chiedendo la morte del figlio stesso.

Da notare che tale prova non è solo per Abramo, ma anche per il figlio il quale, a sua volta, deve collaborare.

Ambedue tuttavia, pur non prevedendo il lieto fine, credono che in qualche modo Dio provvederà, perché non può venir meno alla promessa.

Di fatto, poi, assistiamo al lieto fine: il figlio è salvato, la promessa è mantenuta. Non è stata altro che una grossa prova di fede. Tanto è vero che a tutt’oggi si usa l’espressione che proclama Abramo: “Nostro padre nella fede”.

Tutto questo, cosa dice a noi?

Se anche noi riuscissimo a vivere le prove della vita con questo sguardo di fede, probabilmente avremmo nel cuore tanta pace in più.

Pertanto, ci insegna che anche nelle contraddizioni più grandi della vita, dobbiamo mantenere la fiducia in Dio, il quale, per mostrarci il suo amore, ha promesso e garantito di essere sempre al nostro fianco.

Che Dio sia sempre dalla nostra parte, è anche la scoperta di Paolo, proclamata oggi: “Se Dio è per noi, chi sarò contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme con lui?”.

Allora, sempre avanti con piena fiducia.

Sac. Cesare Ferri, rettore del Santuario di San Giuseppe in Spicello

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