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Testi liturgici: Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc14,1-15,47

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Abbiamo ascoltato il brano che ci ha raccontato la Passione di Gesù.

Che significato diamo al termine “Passione”?

Subito ci viene in mente la sofferenza e il dolore. Ed è anche giusto e vero. Però, ancor prima della sofferenza, ci ricorda la passione dell’amore, un amore appassionato che brucia come un fuoco nel cuore di Gesù.

Questo tipo di passione rivela il vero volto di Dio: talmente appassionato e innamorato dell’uomo da dare la sua vita solo per amore, senza badare a spese.

Oggi il racconto della Passione si è aperto con quello della unzione di Betania, fatta con un profumo preziosissimo, per opera di una donna.

La reazione dei ben pensanti è stata di indignazione: “Perché tutto questo spreco?”.

Anche noi, di fronte alla sovrabbondanza di amore che Gesù ha manifestato fino alla morte, potremmo pensare: “Perché questo spreco, non poteva scegliere una strada più breve e facile per salvarci?”.

Questa scelta non è accidentale, ma è una scelta lucida e consapevole da parte di Gesù, quella di rimanere fedele alla propria missione sino alle estreme conseguenze.

La passione e la morte di Gesù non sono cose staccate dalla sua storia, sono invece l’esito e il segno di tutta la sua vita spesa per gli altri.

Un uomo vissuto come Gesù, non poteva morire diversamente.

Ma poi c’è anche il rovescio della medaglia, c’è la risurrezione.

Ebbene, un uomo vissuto come Gesù non poteva restare prigioniero della morte perché, come dice ancora la scrittura: “L’amore è più forte della morte!”.

Chiediamo al Signore di non essere indifferenti di fronte a questo amore appassionato.

(Per il giovedì santo)

Abbiamo ascoltato dalla prima lettura: “Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno”.

Segue il racconto del rito dell’agnello e dell’aspersione con il sangue dell’agnello stesso.

Poi conclude: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete con rito perenne”.

Quello che colpisce, in questa lettura, è proprio la volontà di fare di tale rito, denominato “pasqua”, un evento perenne, da trasmettere di padre in figlio. È la pasqua ebraica, celebrata solennemente ogni anno.

Il motivo di tale richiesta di Dio è che questa pasqua rappresenta per la storia del popolo di Israele una svolta epocale: il rito ricorda che il popolo non è più schiavo, ma libero e con una nuova dignità.

È un fatto storico che anticipa e prepara, che successivamente è sostituito da un altro evento storico, da un’altra pasqua: quella cristiana.

Questa nuova pasqua ha un significato analogo, ma, nel contempo, molto più alto: ci ricorda che prima eravamo schiavi del peccato, ma grazie al sangue di Cristo, il vero agnello, siamo stati liberati e abbiamo ricevuto una nuova dignità.

Pertanto oggi, celebrando l’anniversario della istituzione di questa pasqua, è un giorno da vivere con particolare gratitudine. L’Eucaristia, infatti, è il segno eterno di un amore che libera e salva ancora, sino alla fine dei tempi.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare un’altra cosa importante. Nell’Eucaristia vi è un forte riferimento alla dimensione escatologica della vita cristiana. Sono le parole di Paolo: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”.

Ed è anche l’acclamazione dopo la consacrazione: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”.

Cosa implica questo?

Ci aiuta a vivere bene, ogni giorno della nostra esistenza. Celebrando l’Eucaristia, siamo aiutati a capire che anche nella ferialità e nella quotidianità, il Signore è con noi e ci ricorda, inoltre, che un giorno verrà a dare compimento a tutte le nostre attese.

Il vangelo, poi, scende al concreto.

Ci dà la chiave del successo personale e della vera gioia. Ci dice che la realizzazione di tutte le aspirazioni umane si trova in un solo verbo: servire.

Questo significa che quando siamo disponibili a dare qualcosa di noi – tempo, ascolto, accoglienza, vicinanza, sostegno – senza attendere nulla in cambio, miracolosamente la vita si trasforma.

Come l’esistenza di Gesù, anche la nostra diviene una vita eucaristica, cioè un dono, una lode e un ringraziamento.

Sac. Cesare Ferri Rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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