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"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
21 aprile 2019 * S. Anselmo vescovo
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Pasqua di Risurrezione

Testi liturgici: At 10,37-43; Col 3, 1.4; Gv 20,1-9
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Avete notato il cambiamento radicale del comportamento di Pietro? È avvenuto in meno di due mesi!

Quale è stato il suo percorso?

Lo conosciamo. Nel momento della passione, dice di non conoscere Gesù. Quando vede il sepolcro vuoto, rimane perplesso e senza immediata reazione. Poi, divenuto timoroso, sta chiuso dentro casa per paura di rappresaglie e questo per cinquanta giorni.

Alla fine dei cinquanta giorni arriverà lo Spirito Santo. Da quel momento è trasformato, è un uomo nuovo.

Lo abbiamo ben ascoltato pocanzi, attraverso le parole pronunciate nella sua prima omelia. Ora è in grado di annunciare senza alcuna paura la verità su Gesù, costi quel che costi.

Applichiamo a noi. Essere cristiani non significa solo osservare certi modelli di comportamento, quali, ad esempio, nel dire preghiere, nell’andare a Messa, nel non far male a nessuno; ma significa, innanzitutto, essere testimoni della risurrezione di Gesù.

Essere cristiani, invece, significa essere testimoni della risurrezione di Gesù.

Ma cosa vuol dire essere testimoni in tale contesto?

Significa comunicare con parole, ma soprattutto con la vita, che non dobbiamo aver paura di nulla, perché il Signore Gesù è vivo, è in mezzo a noi, cammina assieme a noi, è sempre pronto ad ascoltarci, sempre pronto ad aiutarci se la richiesta è per il vero nostro bene. Egli non punta mai il dito, anche se siamo peccatori. Essendo pieno di misericordia, ci attende con infinita pazienza.

Del resto, è quello che dirà nel momento dell’ascensione: “Non temete! Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine dei tempi”.

Riesce sempre ad aiutarci?

Dipende da noi. Se vogliamo essere aiutati, è necessario chinarsi, abbassarsi, umiliarsi; è necessario, in altre parole, contare solo e sempre su di lui e non sulle nostre capacità.

Questa lezione ci è data proprio dal vangelo ascoltato. In esso è detto che Giovanni, giungendo per primo al sepolcro: “Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò”. 

Notiamo bene il “si chinò”.

Il mondo propone di imporsi a tutti i costi, di competere, di farsi valere.

Il cristiano, invece, si china. In altre parole cerca di vivere nel servizio reso l’un l’altro, cerca di non essere arrogante ma disponibile e rispettoso, proprio come Giovanni che, pur avendo intuito quanto era successo, non entrò (come a dire: io ho capito prima di te, caro Pietro; io sono più bravo di te), ma ha rispettato sia l’anzianità di Pietro, sia il suo essere a capo degli apostoli.

Questo, agli occhi del monto, è debolezza, per il cristiano, invece, sta proprio qui la sua forza, perché sa che con Dio tutto è possibile.

C’è anche un’altra sfaccettatura.

Se il cristiano non è gioioso, è segno che non è vero cristiano perché dimostra di non credere nella risurrezione.

Se il cristiano coltiva dubbi sulla propria salvezza e teme di non essere perdonato, è segno che non crede nella risurrezione.

Se il cristiano pensa solo alle cose di questo mondo e – come ci ha detto Paolo – non cerca le cose di lassù, è segno che non crede concretamente nella risurrezione.

Credere alla risurrezione, pertanto, non è solo un atto della mente, non è una conferma pronunciata solo con la bocca, come faremo tra poco dicendo il credo, ma è uno stile quotidiano di vita.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello







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