Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
20 aprile 2018 * S. Agnese da Montepulciano
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Tommaso apostolo
Testi liturgici: At 4,32-35; I Gv 5,1-6; Gv 20,19-31
Per il documento: clicca qui
Credo bene rileggere e risentire le parole di Tommaso: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.  
Ho detto “credo bene”, perché lo potremmo pensare e dire anche noi, ad esempio, con queste espressioni: “Sarà … Però … Sarà che c’è l’aldilà, ma non è mai tornato nessuno! … Sarà che il Signore perdona sempre, ma io ne ho fatte troppe nella vita… Mi perdonerà? … Sarà che il Signore pensa a noi e ci aiuta … di me pare proprio che si sia dimenticato!”.
Quale rischio sta dietro queste espressioni?

Quello di risentire le parole di Gesù rivolte personalmente a ciascuno di noi: “Non essere incredulo, ma credente!”.

A questo punto, cosa dobbiamo fare?

Si tratta di “smontare” la nostra “presunta” fede per poi “rimontarla” con quella “vera”.

Cosa vuol dire?

Si tratta di non confondere la fede con la religiosità, si tratta di compiere le pratiche religiose senza equipararle alla fede.

Ci sono persone che dicono di essere molto religiose, però di fatto hanno una fede molto debole.

Infatti, non sempre chi prega molto e va in chiesa, automaticamente significa che ha grande fede.

Certo che dobbiamo pregare e andare in chiesa! Questo dovrebbe essere il “segno” che possediamo la fede ma, purtroppo, non sempre corrisponde a verità; inoltre, dovrebbe servire per mantenersi e crescere nella fede, ma non sempre questo avviene. 

Perché?

È dimostrato da un fatto. Molti pensano come la pratica religiosa sia una cosa da fare, come a dover accontentare Dio, per cui una volta compiute si sentono a posto: hanno dato a Dio quello che è di Dio. Poi vivono il resto della vita, quella di tutti i giorni, non in piena sintonia con lui, e quindi non nella vera fede.

Cosa è allora la fede?

La fede è una realtà, uno stile di vita da viversi ogni giorno, in ogni momento. Si tratta di fidarsi sempre di Dio, in ogni situazione della vita, sia che piaccia e sia che non piaccia.

Pertanto, si tratta di “smontare” tutte le nostre sicurezze e certezze, che spesso ci fanno rimproverare perfino il comportamento del Signore, perché non ci ascolta e non condivide le nostre aspettative.

Dobbiamo smontare le nostre sicurezze, il nostro orgoglio, il crederci migliori degli altri. Sì, perché lo dobbiamo riconoscere: anche nella nostra vita ci sono tante cose sbagliate e tante cose che devono cambiare.

Tornando a Tommaso, egli non è altro che l’espressione dell’incredulità che abita nel cuore di tanti cristiani di ieri e di oggi.

Cosa fa il Signore nei suoi confronti?

Gli manifesta un grande amore ed una grande compassione. Per raggiungere lo scopo, si fa toccare.

Anche noi abbiamo bisogno di toccare le ferite di Cristo.

Ma quali sono queste ferite?

Sono quelle della nostra vita. Sono le prove, i dolori, le difficoltà, le incomprensioni subite, le situazioni non gradite. Il Signore si serve di esse per richiamarci a lui.

Servono, o dovrebbero servire, per innalzare lo sguardo e il pensiero a lui, permettendogli che possa venirci incontro e aiutarci.

Se facciamo questo, ci accorgeremmo come il Signore ci vuole veramente bene e ci aiuta.

Allora, cosa temere per il futuro?

Con Tommaso, dovremmo sempre ripetere: “Mio Signore e mio Dio!”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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