Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
16 luglio 2018 * B. Vergine del Carmelo
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Pesca miracolosa
Testi liturgici: At 3,13-15; I Gv 2,1-5; Lc 24,35-48
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“Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”.
Queste parole non potrebbero forse essere rivolte anche a noi?
Non è sufficientemente che noi, nel credo che fra poco proclameremo, affermiamo: “Il terzo giorno risuscitò da morte”, se di fatto non comprendiamo concretamente cosa significhi la risurrezione per la nostra vita.

Dal brano evangelico risulta chiara una cosa. Per giungere alla vera fede nella risurrezione, non basta che Gesù sia visto e toccato, non basta neppure che sia ascoltato se questo lo si fa in maniera superficiale, non basta neppure che mangi davanti ai suoi discepoli; occorre, invece, che la mente di queste persone sia aperta all’intelligenza delle Scritture.

Senza le Scritture, senza la Parola di Dio non può esserci vera fede pasquale. Lo abbiamo ascoltato: “Gesù aprì loro la mente per comprendere le Scritture”.

Infatti, è molto più facile credere ai miracoli di Gesù che alle sue parole.

È molto più facile correre dietro ad apparizioni o a fenomeni sensazionali, piuttosto che riconoscere la continua presenza di Gesù in mezzo a noi, tale da condividere in ogni momento la fatica della nostra vita.

È molto più facile vivere una dimensione religiosa, attraverso la recita di preghiere, il compimento di pratiche religiose, piuttosto che fare un serio cammino di fede.

Molti fanno quel poco e non più: hanno paura di impegnarsi veramente.

Per loro la religione è costituita dal compimento di certe buone opere; la fede, invece, è tutt’altra cosa, è la capacità di vedere la presenza del Signore, ogni momento della vita.

La religione è credere che Gesù sia una specie di spirito, una specie di fantasma, come una immagine sbiadita posta ai margini della nostra vita; la fede, invece, è credere che Gesù è una persona, anzi che è il “Vivente”, cioè colui che possiede in sé la vita e che la dona a chi si dispone a riceverla.

Per dimostrare che la sua presenza è così concreta e reale, addirittura si fa nostro commensale. Questo per dire che vive con la nostra quotidianità, condividendo perfino le cose più normali e feriali, come appunto un pranzo. Abbiamo sentito la sua richiesta: “Avete qui qualcosa da mangiare?”.

La risposta concreta: “Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò con loro”.

Non perché avesse bisogno di mangiare, ma per dimostrare che la sua presenza era reale.

E’ importante prendere questa consapevolezza, se vogliamo trasformare le nostre giornate in un orizzonte nuovo, illuminarle con una luce diversa.

Questo, però, dipende dallo spazio che vogliamo dare a Gesù: se ci ostiniamo a lasciarlo ai margini, a non impegnarci sul serio in una vita profondamente cristiana, continueremo a vivere la nostra vita piuttosto trascinata e senza gioia, con rassegnazione.

In questo senso sono consolanti anche le parole di Giovanni, ascoltate nella seconda lettura.

Egli afferma una cosa: chi dice di conoscere Dio e poi non mette in pratica le sue parole inganna se stesso e gli altri.

Ecco le parole testuali: “Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti”.

Per la Bibbia, il verbo “conoscere” non è solo un fatto intellettuale.

Significa soprattutto entrare in un rapporto profondo non solo di conoscenza, ma di amore e di comunione; questo, però, avviene solo se si osservano i comandamenti.

E’ necessario entrare in questa dimensione se vogliamo vivere una vita gioiosa e serena.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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