Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
22 maggio 2018 * S. Rita da Cascia
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Vite e tralciTesti liturgici: At 9,26-31; I Gv 3,18-24; Gv 15,1-8
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"Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore…”.
E più avanti: “Io sono la vite e voi i tralci”.
Si tratta di una immagine molto particolare, molto comprensibile dagli ascoltatori tale da rivelare loro alcune caratteristiche.
Quali?

Più volte, nel Vecchio Testamento, si parla di vigna e di vignaioli.

Nel Nuovo Testamento, invece, l’immagine ha un altro significato, molto più elevato. La vigna non è più il popolo di Dio, che si lascia coltivare da Lui, ma è Gesù stesso.

Gesù è la vigna, composta di viti. Ad esse sono uniti i tralci. L’agricoltore di tale vigna è il Padre celeste.

Ebbene, cosa richiama tale immagine e cosa dice a noi, oggi?

Ci indica e ci insegna una grande verità: quella della relazione, cioè quella di avere un legame con qualcuno o con qualcosa. Il tralcio, infatti, per poter produrre grappoli di uva, ha bisogno di essere strettamente legato alla vite, altrimenti si secca e non produce più nulla.

La stessa cosa vale per noi: per avere la salvezza e combinare qualcosa di buono nella vita di ogni giorno, abbiamo bisogno di essere uniti e legati a Gesù. Senza di lui siamo dei falliti, su ogni fronte.

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. Il tralcio, per portare frutto più abbondante e più buono, ha bisogno della potatura.

Il fatto mette in evidenza come la potatura sia la condizione indispensabile per la fecondità. La potatura serve perché la vite non metta tutta la sua energia nel produrre foglie, ma per orientarla a produrre frutto.

Certo che ogni potatura è un’azione dolorosa! Tanto che si è soliti dire che a causa di essa la vite piange, nel senso che vi si vede uscire la linfa, in forma di vere e proprie gocce che, dal tralcio tagliato, cadono a terra.

Cosa insegna questo, a noi, oggi?

Ci insegna che non dobbiamo meravigliarci se nella vita subiamo tante forme di potatura: la fatica, le malattie, le umiliazioni, gli insuccessi, le incomprensioni, le delusioni, e così via. Tutte cose che non sono mandate direttamente da Dio, ma che bisogna saper ben utilizzare. Servono, o dovrebbero servire, per farci riflettere e per meglio orientarci verso Dio stesso, aggrappandoci a Lui e così riuscire a portare maggiore frutto di bene.

Ma di quale frutto si tratta?

Non è un qualcosa che raccogliamo e di cui possiamo godere come fosse nostra bravura, per cui potrebbe venire la tentazione di staccarci da lui, contando appunto sulle nostre capacità.

Non è un merito nostro, ma è un dono che ci fa il Signore. Come del resto il grappolo di uva non è per la bravura del tralcio ma per il fatto che esso rimane unito alla vite.

Pertanto, tutto quello che facciamo di bene e godiamo del bene, non è un nostro prodotto, ma è un dono e lo è in una misura inaspettata.

Il Vangelo lo sottolinea con queste parole: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.

L’espressione ci dice pure in che senso portiamo frutto. Esso non è una cosa, un prodotto, un numero, ma è semplicemente quello di essere discepoli di Gesù: è tutta qui la ricchezza nostra.

Essere discepoli, ci ha detto la seconda lettura, sta semplicemente nel fatto di darsi da fare per amare con i fatti e non solo con la lingua. Ecco le precise parole ascoltate all’inizio della lettura: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”.   

È quanto richiede il discepolato: tutto il resto è consequenziale. A seguire Gesù, infatti, nulla ci può mancare: abbiamo tutto.

 Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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