Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
22 maggio 2018 * S. Rita da Cascia
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Ascensione
Testi liturgici At 1, 1-11; Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20
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Ci poniamo alcune domande. Noi siamo tra quelli che credono veramente?
Se fosse vero dovremmo vederne i segni.
Ci sono? Riusciamo ad individuarli?
Il Vangelo li ha enumerati: “Questi saranno i segni di coloro che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

Noi nella vita siamo “accompagnati” da tali segni o da altri analoghi?

Se non ci sono, vuol dire che la nostra fede è piuttosto debole!

Notare bene: Ho detto “accompagnati”. Questo per dire che non sono un dono datoci in anticipo, ma avviene di mano in mano, nella misura della fede stessa e del retto comportamento, come fra poco dirò.

Ed ecco la conclusione del brano evangelico: “Essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”.

Perché partirono e predicarono?

Perché hanno obbedito al comando del Signore, il quale aveva detto: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”.

Applichiamo a noi.

Se vogliamo vedere i segni, innanzitutto è necessario ascoltare la Parola: “Confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”.

Poi è necessario mettere in pratica la volontà del Signore. Se, invece, vogliamo fare di testa nostra, se preghiamo il Signore solo perché ci aiuti a realizzare la nostra volontà, ma che non è in sintonia con la sua, i segni non li vedremo mai, le grazie e i miracoli non ci saranno.

Dopo questo tipo di partenza, c’è pure un’altra azione da mettere in atto: “Predicarono dappertutto”.

Anche la predicazione è un’obbedienza.

Ma, attenzione! La predicazione non è tanto quella orale, fatta di prediche su prediche, ma è quella fatta con la vita.

Si tratta di essere sempre coerenti alla volontà di Dio e capaci di manifestare la fede “dappertutto”: sia dove è facile, sia dove è difficile; sia in famiglia, sia nell’ambiente di lavoro; sia quando siamo in comunità per la preghiera, sia quando ci troviamo al bar o a fare passeggiata con gli amici; ovunque e sempre.

Non possiamo rinunziarvi, anche se incontriamo ironie e indifferenza.

Comunque, non tutti i segni si possono realizzare in noi, perché se anche il vivere il Vangelo è uguale per tutti, ognuno ha un personale stile per metterlo in pratica.

A questo punto, volendo scendere al concreto, prendiamo uno di questi doni, quello del “parlare lingue nuove”. Da non confondere con l’espressione “parlare in lingue” come è manifestato in alcuni gruppi

Intenderlo come è vissuto in tali gruppi, a parte che si manifesta in un ambito piuttosto ristretto e senza dire che a volte anche in maniera piuttosto fuorviante, non è da riferirsi al segno inteso da Gesù.

Cosa vuol dire parlare lingue nuove?

Si tratta, innanzitutto, di capire che la perfezione cristiana si manifesta soprattutto nella carità vicendevole.

Proprio in questo senso si tratta di imparare una lingua nuova, cioè quella dell’altro.

Si tratta di accettare la fatica di capire cosa l’altro vive, quali messaggi ci comunica quando parla, ma anche quando non parla perché preferisce tacere.

Tutti abbiamo sperimentato il dramma della incomprensione reciproca: quando noi non comprendiamo l’altro, e quando l’altro non comprende noi.

Ci sono dei momenti in cui ci aspettiamo una parola, un gesto da parte dell’altro, eppure questi non riesce a sintonizzarsi, neppure sa cogliere i nostri silenzi.

La sua è davvero un’altra lingua!

In tal caso, qual è il segno che ci deve accompagnare, parlando una lingua nuova?

Si tratta di smettere quella pretesa che l’altro la pensi in tutto come noi. Si tratta di fare noi il passo, mettendoci dalla sua parte e dal suo punto di vista e con ciò tornerà una gioiosa armonia.

Non è un bel segno? È possibile questo?

Certamente! Si tratta ci capirlo e di impegnarci a realizzarlo. Ecco cosa vuol dire “parlare lingue nuove”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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