Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
20 settembre 2018 * S. Teodoro martire
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14 Gesu nella sinagoga
Testi liturgici: Ez 2,2-5; 2Cor 12, 7.9 -10; Mc 6,1-6

Interessante l’espressione rivolta dal Signore al profeta Ezechiele: “Ti mando ad una razza di ribelli”.
Anche noi, forse, apparteniamo a questa razza di ribelli e di testardi, oppure no?

Vedete, uno degli atteggiamenti più brutti che possiamo avere nei confronti di Dio non è tanto il peccato, che è sempre male anche se compiuto per debolezza, quanto piuttosto la testardaggine, nella quale tutti in qualche maniera possiamo cadere.

In altre parole è avere il cuore indurito, chiuso, non disponibile ad accogliere la parola del Signore che ci manifesta il suo amore.

Eppure, anche se siamo così, Dio non si arrende con nessuno di noi, come ha fatto attraverso il profeta Ezechiele per quella gente di allora.

Egli deve parlare comunque, anche se non lo ascoltano e non può sperare di ottenere un risultato subito.

Penso in questo momento a coloro che vogliono vivere da veri cristiani in mezzo a persone che nulla hanno da condividere con la fede e che, anzi, deridono chi la pratica; penso in particolare a tanti genitori e nonni di fronte a figli e nipoti che non vogliono sapere più nulla di chiesa, di fede e di sacramenti.

Tali persone, con le quali spesso dobbiamo convivere, assomigliano a quelle incontrate da Gesù nella sinagoga: “Da dove gli vengono queste cose?”, come a voler dire: “Chi crede di essere, non è uno come noi? Cosa deve insegnarci?”.

Allora, in situazioni analoghe, come comportarsi?

La parola oggi ascoltata ce lo ha detto.

Il Signore, per compiere la sua opera, si serve di coloro che sono poco considerati e per nulla stimati; è proprio quello che Paolo, riferendosi a se stesso, riassume nell’espressione: “Quando sono debole è allora che sono forte”.

Del resto, lo abbiamo appena detto, anche Gesù dai suoi paesani era considerato uno qualsiasi, per cui non meritava di essere ascoltato.

Il profeta Ezechiele, da parte sua, è stato reso tale dal Signore. Infatti, pur essendo figlio di una generazione sacerdotale, e quindi una persona importante, il Signore non lo considera tale, ma lo chiama “figlio dell’uomo”, quindi semplicemente uomo, e per di più con ogni fragilità connessa.

Questo, ancora una volta, è per dire che il Signore sceglie gli umili come segno di contraddizione per coloro che sono superbi, testardi e dal cuore indurito.

È una missione non facile affidata ad Ezechiele, per cui lui per primo è costretto a mettersi in discussione ed in ascolto della parola di Dio, proprio per capire come comportarsi personalmente e in che modo rivolgersi a quei cuori ribelli.

Cosa dice a noi, trovandoci in un mondo palesemente ostile e ribelle?

Ci dice di rimanere segno di contraddizione con la nostra vita, di accettare a non essere capiti, di accettare il fatto di essere una minoranza; tutte cose che denotano una debolezza di fronte a coloro che sono pieni di sé, testardi e induriti.

Con quale mezzo poterci riuscire?

Con quello di essere sempre e solo illuminati e sostenuti dalla parola di Dio che è luce e forza, che si serve proprio della nostra umiltà e debolezza per compiere la sua grande opera.

Purtroppo, questa prospettiva potrebbe mancare, e di fatto manca, anche alle buone persone.

Si tratta di credere, invece, a quello che il Signore dice a Paolo: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

E Paolo come risponde?

Lo abbiamo ascoltato: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo. Quando sono debole è allora che sono forte”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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