Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
20 ottobre 2018 * S. Contardo Ferrini
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18 Pane della vita
Testi liturgici: Es 16,2-4.12-15; Ef 4, 17.20-24; Gv 6,24-35
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C’è un dato di fatto e che nessuno può negare.
Tutti - chi più chi meno, chi qualche volta e chi sempre - ci lamentiamo, brontoliamo, non ci sta bene come vanno le cose, come si comportano gli altri, ce la prendiamo sempre con qualcosa o con qualcuno.
Questo comportamento potrebbe anche essere comprensibile se, a ragion veduta, ci lamentiamo degli altri. Purtroppo, spesso capita di lamentarci anche con Dio.

Questo non può essere assolutamente approvato, ma neppure c’è da meravigliarsi, perché di fatto è la storia di sempre!

Un esempio lampante lo ha evidenziato il brano di oggi.

È vero che la gente si sta lamentando con Mosè, ma di fatto il lamento è indirizzato a Dio, dimenticandosi che li aveva liberati dalla schiavitù.

Ecco le testuali parole: “La comunità mormorò contro Mosè e contro Aronne. Fossimo morti per la mano del Signore nella terra d’Egitto quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per farci morire di fame”.

Lo ripeto, è la storia di sempre; è quello che noi traduciamo con il detto famoso: “Si stava meglio quando si stava peggio!”.

Consideriamo oggettivamente il dato di fatto che abbiamo ascoltato.

Gli Israeliti avrebbero tutte le ragioni per lamentarsi. Se è vero che hanno lasciato la schiavitù, è anche vero che hanno perduto un pasto ed un posto sicuro. Ora invece, trovandosi nel deserto, sono senza cibo, senz’acqua e per di più minacciati dai popoli verso i quali diretti.

Ebbene, questa situazione potrebbe essere applicata anche a noi quando, trovandoci nelle difficoltà della vita, sorgono dubbi sulla presenza del Signore e sul suo aiuto, e quindi ci lamentiamo con lui.

Però, a pensarci bene, c’è stato forse qualche volta in cui il Signore ci ha abbandonato? O piuttosto è vero il contrario, che cioè siamo stati noi a non riconoscere la sua presenza ed il suo aiuto?

Se tutti noi avessimo più fede nel riconoscere la Provvidenza del Signore!

Dall’episodio udito, possiamo ben costatare come il Signore ha saputo provvedere. Sì, perché il Signore rimane fedele alle sue promesse, non ci abbandona mai.

Siamo noi che vogliamo sempre vedere segni concreti per credere, alla stregua della folla che seguiva Gesù: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?”.

Invece, sul piano della fede, avviene il contrario: prima dobbiamo credere, solo dopo vedremo le meraviglie.

È questo il senso della risposta di Gesù: “Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete, mai!”.

Di quale fame e di quale sete si tratta?

Ognuno di noi ha sempre fame e sete di qualcosa e facciamo bene a cercarla, per essere soddisfatti.

Il brutto è che crediamo di riempire tale vuoto solo attraverso le cose. Non che siano tutte da scartare, se bene utilizzate, però se manca il Signore a fondamento di tutto, il resto è solo surrogato e non soddisfa.

Non si tratta di fare chissà che cosa, come pensava la folla: “Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”.

Chiara è la risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.

Pertanto, è Gesù il vero pane per la nostra vita, è lui che soddisfa ogni nostro desiderio. Si tratta di crederlo veramente.

Per poter riuscire in questo egli si presenta a noi come “Parola”, da ascoltare; come “Eucaristia”, da celebrare; come “Presenza eucaristica”, da visitare ed adorare; come “povero e bisognoso” nella persona di altri, da comprendere ed aiutare.

Se mettiamo in pratica tutto questo, non avremo più di che lamentarci.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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