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17 giugno 2019 * S. Ranieri confessore
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26.Scacciare i demoni
Testi liturgici: Nm 11,25-29; Gc5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Per il documento: clicca qui
“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”, oggi diremmo: “perché non è dei nostri” … oppure: “perché non appartiene al nostro gruppo, alla nostra comunità”.
Cosa aveva fatto di male?
Aveva semplicemente pregato per “scacciare il demonio” da una persona.

Attenzione! Non si trattava di possessione, per cui ci sarebbe voluto un esorcismo, ma aveva fatto, come diremmo noi oggi, una “preghiera di guarigione”.

Perché di “guarigione” e non un esorcismo?

Perché in quei tempi certe malattie inspiegabili, venivano attribuite all’influenza del demonio; per guarire da tale malattia, la terapia assumeva una forma di preghiera e chiunque poteva recitarla.

Qualcosa di analogo potrebbe capitare anche oggi, quando qualcuno ritiene che non tutti possono fare la preghiera di guarigione, perché bisogna appartenere a certi gruppi. Non è assolutamente così!

Un fatto analogo lo abbiamo ascoltato anche dal libro dei numeri, nel quale risulta che un tale va da Mosè a dirgli che due persone profetizzano – pur non avendo partecipato al gruppo prescelto: … - ancora una volta diremmo noi “non sono dei nostri!” – e quindi bisognava impedirlo.

Quale problema scottante si apre a tal proposito, anche ai nostri giorni!

Cosa intendiamo dire?

Comportandoci così, in altre parole, è come se volessimo un Dio tutto per noi e non solo, ma che segua i nostri schemi: è come se gli dessimo delle regole. Invece il Signore è libero nel suo agire, non segue regole, può trovare collaboratori dove, quando e come vuole.

Questo potrebbe metterci a disagio.

Infatti, come dicevo pocanzi, noi siamo abituati a misurare, giudicare e catalogare le persone e i gruppi di preghiera: “Questo non è del nostro gruppo; bisogna far parte di quell’altro gruppo perché vi si riscontra una preghiera più potente; questa persona non condivide le nostre vedute ed i nostri comportamenti perché li ritiene non sinceri e, allora, la dobbiamo isolare, di modo che si scoraggi e lasci il gruppo; questo è uno che non frequenta la parrocchia e non collabora nella pastorale, per cui non c’è da fidarsi troppo; quest’altro ancora va a ruota libera e non entra in nessuna organizzazione, meglio non seguirlo”, e così via.

Questo accade quando alziamo steccati e pensiamo di poter guardare gli altri dall’alto della nostra pratica religiosa, credendoci di essere tra i perfetti.

Questo non vuol dire che il comportamento di tali persone o gruppi possa approvarsi al cento per cento, ma se sono rette di cuore, il Signore può servirsi benissimo anche di loro per realizzare i suoi disegni, pur non appartenendo ad una categoria “tipo”.

Ecco come risponde Gesù: “Chi non è contro di noi è per noi”.

In altre parole Gesù vuol dirci che non conta tanto guardare chi fa il bene, ma è l’importante è che il bene sia fatto. Chi compie il bene, infatti, è vicino a Dio ed è sempre benedetto da Dio.

Il bene non sta nel rispetto di procedure prefissate; in tal caso lo si imbriglia, lo si limita, gli si toglie il potere.

Anche Giosuè non è stato immune da tale comportamento: “Mosè, mio Signore, impediscili!”.

E la risposta di Mosè: “Sei tu geloso per me?”.

Purtroppo e spesso, questo tipo di gelosia è anche in mezzo a noi!

Infatti, è facile che gli incarichi affidati a qualcuno suscitino la gelosia di altri; come d’altra parte può capitare che, se uno ha ricevuto una certa responsabilità, la ritenga motivo di prestigio e di potere, tanto è vero che poi offende quando gli viene tolta.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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