Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
14 novembre 2018 * S. Veneranda vergine
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29 Giacono e Giovanni
Testi liturgici: Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

 “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”.
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Parole che potrebbero suonare male ai nostri orecchi, per il fatto che viviamo in un mondo che pensa assolutamente il contrario.

Anche i due fratelli Giacomo e Giovanni, pur appartenendo alla cerchia dei dodici che seguono Gesù, la pensano come il mondo.

Sono convinti di poter fare una certa carriera, di aver trovato un trampolino di lancio per una nuova posizione sociale, per poter acquistare un certo potere. Ecco perché chiedono i primi posti nel regno di Gesù.

Anche gli altri dieci la pensano allo stesso modo, per cui fra loro scatta subito la gelosia che manifestano con la loro indignazione per la domanda dei due, perché anch’essi vogliono essere ai primi posti.

Gesù smonta subito le loro pretese. Egli non è venuto a instaurare un regno su questa terra uguale a tutti gli altri, nei quali ognuno cerca di arrivare al potere per governare, dominare e sfruttare la posizione raggiunta per il proprio vantaggio.

Nel regno di Gesù è tutto rovesciato: il suo non è il regno degli uomini ma è di Dio. Gesù non ha bisogno di dominare, tantomeno di sfruttare: egli vuole solo amare e proprio per questo si fa servo, facendosi carico di tutti i mali degli uomini, a cominciare da quello del peccato.

Egli è il servo: per riuscire in questo, si carica della croce, e salva l’umanità con l’offerta della vita.

Ecco perché il più grande è colui che serve, perché dimostra di saper amare veramente, costi quel che costa. È il grado dell’amore, infatti, che ci fa veramente grandi e sta proprio qui la logica rovesciata del Vangelo: più si ama e più ci si mette a servizio.

Applichiamo a noi.

Il fatto di essere cristiani e praticanti non significa che in noi siano morte certe radici, quali ad esempio quella dell’ambizione che ci porta ad avere una certa posizione ed un certo comando.

L’ambizione, infatti, è qualcosa che tutti ci portiamo dentro; forse ci scandalizziamo quando la vediamo negli altri, ma non ci rendiamo conto che essa è ben radicata anche nel nostro cuore.

Basta solo, ad esempio, che si creino determinate situazioni, che subito ci accorgiamo quanto teniamo a certi posti, a certe posizioni particolarmente visibili. E come rimaniamo male quando si perdono certi posti o incarichi. Sì, perché in noi, purtroppo, domina l’esigenza dell’apparire.

Non dobbiamo dimenticare, invece, che Gesù ci chiama a un cammino di umiltà e di oblio di sé, dediti al servizio gioioso degli altri, senza aspettarci nulla in cambio, a volte neppure un grazie.

Questa è la logica evangelica, ma è anche il segreto per essere felici.

Anche la prima lettura è in linea con quanto detto.

Ai giudei, che attendevano il messia che avrebbe liberato il popolo, il profeta annuncia un personaggio sofferente, che riuscirà in questa impresa, ma non attraverso mezzi portentosi e spettacolari, come pensavano loro, ma per mezzo della sofferenza e della morte.

È quello che pienamente si realizza in Gesù e che lui, come abbiamo detto pocanzi, non lo compie a modo di condottiero, ma come uno che per amore si carica sulle spalle tutto il dolore degli uomini per riempirlo di significato nuovo, come espresso dalle ultime parole: “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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