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21 aprile 2019 * S. Anselmo vescovo
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Tutti i Santi A 1 novembre 2017

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Tutti i santi
Testi liturgici: Ap 7,2-4.9-14; I Gv 3,1-3; Mt 5,1-12
Per il documento: clicca qui
Grande festa quella di oggi: è la solennità di tutti i santi; non solo dei canonizzati ed elencati nel calendario, ma di tutti quelli che sono in paradiso.
E non solo, ma anche delle anime sante del purgatorio, anche se verso di esse abbiamo il dovere del suffragio, cosa che liturgicamente faremo nella giornata di domani e nei vari ottavari che si svolgono nelle parrocchie.
La ricorrenza odierna ci dà pure l’occasione per riflettere come tutti siamo chiamati da Dio ad essere santi.

Cosa significa essere santi?

Essere santi significa rimanere a contatto con il Signore e crescere nella sua intimità. Siamo chiamati a questo, nonostante che ci riconosciamo peccatori. Infatti, fin che siamo in questo mondo, la meta non è mai raggiunta pienamente: però si tratta di percorrere un cammino verso di essa.

Essere santi, pertanto, non significa essere perfetti, ma che facciamo del nostro meglio per esserlo.

Per similitudine, dovremmo essere come le vetrate istoriate che sono nelle chiese. Esse fanno entrare la luce del sole in diverse tonalità di colore. La cosa avviene anche se a volte potrebbero essere piuttosto impolverate ed avere qualche ragnatela: l’importante è ripulirle ogni tanto. Così è della nostra vita: abbiamo bisogno di confessarci e purificarci dai nostri peccati.

Detto ciò, possiamo dire che i santi sono coloro che accolgono la luce di Dio nel proprio cuore e la trasmettono al mondo, ciascuno secondo la propria tonalità, diversa per ognuno. Tutti i santi sono stati trasparenti, hanno lottato per togliere le macchie e le oscurità del peccato, proprio per dar modo di far passare meglio la luce di Dio.

Poi dobbiamo capire un’altra cosa: Se alcuni sono canonizzati, questo non significa che dobbiamo imitarli alla lettera, si tratta, invece, di farci ispirare da essi, in modo da essere coerenti, trasparenti e audaci come sono stati loro, pur rimanendo ognuno nel proprio stato di vita, ma vivendo con amore il proprio quotidiano.

Chi vive così è già felice sin da questa terra, ecco perché il vangelo ci ha presentato le beatitudini.

Le beatitudini non richiedono gesti eclatanti. Tutte possono riassumersi nella prima: “Beati i poveri in spirito, perché di essi “è” – notare il presente e non il futuro – il regno dei cieli”.

Questa povertà non consiste nel non avere di che vivere, ma sta nel non idolatrare i beni terreni, sta nel porre l’unica fiducia in Dio, accettando con amore quello che lui permette.

A questo punto, da parte di qualcuno che ha ben ascoltato la prima lettura, potrebbe sorgere una obbiezione: “Perché ci sono tanti santi e tutti siamo chiamati alla santità, se l’Apocalisse parla di centoquarantaquattromila salvati?”.

Questo numero non indica una realtà in qualche maniera chiusa ed esclusiva. Come in altre occasioni nella Bibbia, il numero va letto nella sua simbolicità e non alla lettera.

In questo caso sta a indicare, come dice il brano stesso, una moltitudine difficile da contare, quindi tutto il popolo di Dio, il quale si separa dal resto dell’umanità, ma non è chiuso in se stesso.

Ad esso, infatti, si possono aggiungere tutti coloro che desiderano far parte del popolo di salvati, cioè che desiderano essere cristiani e santi.

La seconda lettura, poi, ci spiega un’altra cosa. Ci dice che siamo figli di Dio, cosa che è avvenuta con il Battesimo. Il Battesimo è stato un dono di Dio, ma è anche un impegno che ci assumiamo.

Il primo passo di questo impegno è proprio quello di riconoscersi figli di un padre che ci ha creati, non per capriccio, ma per essere amati da lui.

La santità consiste proprio nel  farci amare e nel ricambiare questo amore.

Vogliamo verificare se questo si realizza?

Avviene solo amiamo anche gli altri, come il Signore afferma in altro contesto: “Chi dice di amare Dio, ma non ama il fratello, è un bugiardo”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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