Commento al Vangelo della Domenica e delle Festività
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
14 novembre 2018 * S. Veneranda vergine
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32 Obolo vedova
Testi liturgici: I Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12, 38-44
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“La vedova, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”,
questo la finale del vangelo.
Analogo episodio è quello dell’altra vedova di cui alla prima lettura: “Ho solo un pugno di farina e un po’ di olio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per mio figlio e per me: la mangeremo e poi moriremo”, pur tuttavia ha messo tutto quel che aveva a disposizione di Elia.
Cominciamo a riflettere su quest’ultimo episodio che ha molto da dirci sul nostro essere cristiani.

Infatti, spesso la nostra fede può avere delle battute di arresto perché sembra che il Signore ci chieda di più di quanto possiamo dare.

Tante situazioni, nella nostra vita, possono essere letti come richieste troppo onerose, proprio come sembrava la richiesta di Elia alla povera vedova, che non solo non aveva il pane, ma aveva poco più di qualche grammo di farina e qualche goccia di olio.

Eppure in tale richiesta si nasconde tutta la bontà di Dio, tanto che essa non solo ha potuto soddisfare il profeta, ma ha potuto mangiare per diversi altri giorni.

Più volte, anche nei vangeli, viene raccontata non l’esigenza della domanda, ma la sovrabbondanza della risposta che Dio dà all’uomo. Ad esempio, quando Gesù dice di cercare innanzitutto il regno di Dio perché tutto il resta sarà dato in aggiunta e sovrappiù. Quando il Signore dona, dona sempre il sovrappiù; non il necessario ma il centuplo.

Se sappiamo leggere, questo accade anche nella nostra vita, quando a volte sembra molto travagliata: Dio desidera darci di più di quanto ci occorra, perché lui non toglie nulla, ma dà tutto.

Nell’analogo brano evangelico ricaviamo pure un altro insegnamento il quale ci mostra come il Signore non guarda le apparenza, ma legge nei cuori.

Ci fa scoprire come l’ipocrisia sia uno dei nostri vizi, quello di fare le cose solo per apparire, solo per essere apprezzati, senza metterci il cuore, senza esserne convinti.

L’episodio, invece, dimostra che basta anche poco, ma donato di vero cuore, per compiere un vero atto di carità; evidenzia, inoltre, che talvolta siamo portati a donare solo il nostro superfluo e non tutta la nostra vita; questo sia verso il Signore che verso gli altri.

La vedova, con il gesto di gettare le monetine nel tesoro del tempio, ha anticipato l’insegnamento di Gesù: amare di un amore senza riserve, che non ha paura di nulla, e che quindi non tiene nulla per sé, ma tutto dona.

Gettando nel tesoro i pochi spiccioli per sopravvivere, mostra un grande atto di coraggio e di fiducia nella bontà di Dio; essa, infatti, getta il suo futuro e la sua sussistenza nelle mani di Dio, certa che tale offerta gli sarà gradita.

In sommo grado tutto questo è stato fatto da Gesù, come ci ha ricordato la seconda lettura, in quanto lui, per la nostra salvezza, non ha offerto le cose, ma tutto se stesso.

Essere cristiani significa offrirsi quotidianamente assieme a Gesù, perché la nostra vita diventi offerta a Dio gradita: questo avviene al massimo grado partecipando con tale spirito nella Messa, portandovi tutto di noi stessi.

Se non vi è questa consapevolezza, i nostri atti di culti – ivi compresa la Messa cui partecipiamo – per quanto possano sembrare belli e corretti, sono vuoti.

Dio non accetta le nostre liturgie, se esse non ci aiutano a offrirci a lui ed agli altri con gioia, tutti i giorni.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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