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"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
26 maggio 2019 * S. Filippo Neri
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Anno C Cristo re
Testi liturgici: Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37
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“Il mio regno non è di questo mondo… il mio regno non è di quaggiù”.

Allora è diverso dai nostri regni, dai nostri governi, dal nostro modo di gestire la cosa pubblica!
Certamente! Ma dove sta la differenza?

Essa non è certo paragonabile a quello dei re e dei grandi di questo mondo, di cui purtroppo sappiamo come governano: non amano veramente ciascuno di noi; normalmente sembra proprio che siano lì per dominare e per avere vantaggi personali.

Quello di Gesù, invece, è del tutto diverso. Ha il potere di dare la vita eterna, di liberare dal male, di sconfiggere la morte; dà modo a tutti di risorgere dalla morte spirituale prodotta dal peccato; alla fine dei tempi, come è avvenuto per lui, farà risorgere ognuno dalla morte fisica.

La differenza sta proprio qui, non nel non avere un potere, ma nell’avere solo il potere dell’Amore. Esso sa ricavare il bene dal male, sa intenerire il cuore indurito, sa portare la pace nel conflitto più aspro, sa accendere la speranza nel buio più fitto.

Ed inoltre, cosa importante, questo Regno non vuole imporsi, mai, ma rispetta sempre la nostra libertà.

È un regno che, se non garantisce i successi secondo i criteri del mondo, assicura però quella pace e quella gioia che solo lui può dare.

Ebbene, tutto questo è stato affermato dalle letture ascoltate, attraverso le quali, appunto, si sottolinea la signoria di Gesù.

Ed ecco il profeta Daniele: “Il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”.

Che bello! A questo regno apparteniamo tutti noi, se liberamente lo accettiamo, come ha affermato l’Apocalisse dicendo che Gesù: “Ci ama, ci ha liberato dai nostri peccati, ha fatto di noi un regno”.

Ma è soprattutto il Vangelo che, soprattutto, ce lo conferma.

Vi appare tutta la regalità di Gesù, il suo vero potere, il suo vero Regno, e questo avviene proprio nel momento in cui è tradito, arrestato, processato, condannato.

Alla domanda di Pilato se sia il re dei Giudei, egli non risponde con un “no”, ma specifica che il suo regno non è di questo mondo. E prova di questo è il fatto che nessuno dei suoi presunti servitori si è mosso per combattere e liberarlo.

La portata di questo regno è descritto in poche parole, come fra poco udremo dal prefazio: “Regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”.

Un regno diverso da quello che noi pensiamo o anche da quello che i contemporanei di Gesù pensavano.

Solo se anche in noi si instaura la logica della carità, della giustizia, della verità, della vicinanza, della tenerezza, possiamo dire di aver accolto il regno di Dio.

L’amore vero non fa rumore come il potere umano, ma certamente è duraturo e dà vera felicità.

 Invece noi, spesso, assomigliamo a Pilato. Egli si muove solo nell’ordine dei fatti. Gesù, invece, sposta il discorso sul piano dei significati.

Pilato non può capire, perché non è “dalla verità”. Questo perché non può accettare che esista una regalità al di fuori della competizione tra i poteri, né può esservi un potere più grande di quello di Roma, al quale egli è asservito.

Vogliamo anche noi seguire Cristo e, in altre parole, essere salvati nel suo regno eterno?

Si tratta di fare della nostra vita un servizio di amore non conformandoci alla mentalità del mondo.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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