Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
26 febbraio 2020 * S. Pietro Eymard
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Presentazione
Testi liturgici: Ml 3,1-4; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40
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Oggi 2 febbraio sarebbe la quarta domenica del tempo ordinario, però essa cede il posto alla festa annuale della Presentazione del Signore al Tempio, come narratoci dal Vangelo.
Il rito era richiesto dalla Legge mosaica, ma per Maria e Giuseppe non ci sarebbe stato bisogno, perché lui stesso era il Signore. Comunque lo fanno, come in altre occasioni analoghe, per testimoniare la loro osservanza alle prescrizioni della legge, nonostante avessero diritto all’esenzione.

È detta anche festa della “Candelora” - o meglio sarebbe più logico denominarla festa della “Luce” - appunto perché è Gesù la vera luce del mondo. È proprio quello che ha espresso Simeone: “Luce per illuminare le genti”. Se nella domenica delle Palme si compie la benedizione e la processione con le palme stesse, così oggi dovrebbe avvenire con le candele, cosa che si fa in alcune chiese. Quello che maggiormente ci colpisce nell’episodio, e che nel contempo ci invita a riflettere, è l’incontro avuto con Simeone il quale accoglie fra le braccia il bambino. Che bella questa immagine! Un uomo che mostra di accogliere con gioia la nuova vita, a differenza di tanti che, purtroppo, non solo non l’accettano, ma addirittura la eliminano con l’abominevole delitto dell’aborto! Bella anche la sua espressione: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Se è vero, come è vero, che la salvezza è portata da Cristo ed è unica, altrettanto è vero che, ad ognuno che nasce, il Signore affida una missione da compiere a vantaggio dell’umanità. Anche per questo, quale responsabilità sulla coscienza di chi elimina una nuova creatura! Con tale azione impedisce al disegno di Dio di compiere, attraverso di essa, un qualcosa di grande e bello a vantaggio di altri! Da non dimenticare neppure un’altra cosa, ed è quello che Simeone dice a Maria: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione” e non solo ma anche quello che lei stessa dovrà soffrire: “Una spada ti trafiggerà l’anima”. C’è allora da meravigliarsi se la nostra vita è costellata di sofferenze e prove, soprattutto quando sono sopportate per il bene che vogliamo agli altri, e quindi come compimento della missione? Pur tuttavia, vuoi o non vuoi, sofferenze e prove ci sono per tutti, credenti e non, praticanti o meno. Come le utilizziamo? Per utilizzarle bene, il credente le offre al Signore. Con ciò, a differenza di chi non crede, ottiene da Lui maggior forza per affrontarle. È quello che ci rammenta la lettera agli Ebrei: “Egli (Gesù) proprio per essere stato messo alla prova a aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”. Da notare, infine, un’altra cosa importante. L’incontro avviene nel tempio, e quindi nel luogo di culto. Questo è sintomatico, in quanto esprime la volontà del Signore di servirsi del culto, quale momento prezioso, perché è soprattutto attraverso di esso che egli incontra e si rivela al suo popolo. Come è importante allora, da questo punto di vista, l’incontro domenicale nella propria chiesa parrocchiale o in quella di qualche santuario! Noi siamo qui per incontrare il Signore, non solo individualmente, ma anche come comunità in preghiera. Tornano in mente, a questo punto, le parole di Gesù che si leggono in altra pagina: “Dove due o più si riuniscono in preghiera, io sono in mezzo a loro”. Ma l’incontro domenicale non si ferma qui, non è solo per incontrare il Signore. Esso deve servire anche per vivere in maggiore fraternità con i presenti e poi per portare agli altri la ricchezza e la gioia dell’incontro. Ed allora si va a Messa non tanto per soddisfare un precetto, compiuto a livello personale di fronte a Dio, come a voler tacitare la coscienza, ma è anche per creare maggior comunione con tutti. Sac. Cesare Ferri rettore del Santuario di San Giuseppe in Spicello

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