Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
31 marzo 2020 * S. Amos profeta
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Trasfigurazione
Testi liturgici: Gen 12,1-4; 2Tm 1,8-10; Mt 17,1-9

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La prima lettura è iniziata con queste parole rivolte ad Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti indicherò”.
Quando Dio entra nella nostra vita, nulla rimane come prima. Così è accaduto ad Abramo, così accade a ciascuno di noi quando decidiamo di prestare un ascolto serio alla sua chiamata.
Dove vuol portarci il Signore?
Non lo sappiamo, come pure Abramo non conosceva il luogo, tra l’altro indicato solo al futuro: “Verso la terra che ti indicherò”.
Abramo ormai pensava solo a vivere da pensionato, come diremmo noi oggi. Cosa vi era, infatti, nel suo cuore?

Desiderava di continuare a vivere tranquillo, ormai giunto ad una tarda età, avendo una buona salute e per di più con una sicurezza economica. L’unico cruccio molto pesante, sarebbe stato quello di non aver potuto avere una discendenza, in quanto non aveva potuto avere almeno un figlio, al quale poter lasciare quanto si era faticosamente costruito.

Ebbene, la sfida del Signore si svolge proprio su questo piano.

È come se gli avesse detto: “Non accontentarti dei tuoi orizzonti, non porre un freno al desiderio del tuo cuore, non abbandonare i tuoi sogni. Se vuoi realizzarli ti indico una soluzione, quella di abbandonare la terra, la parentela, la casa paterna e partire”.

Noi certamente avremmo chiesto dove andare. Abramo invece non lo chiede, ma si fida.

Sappiamo come andrà a finire la storia. Avrà in maniera prodigiosa ed inaspettata un figlio; poi gli verrà chiesto di doverlo perdere – cosa che di fatto, sempre per la sua fede, non avverrà – e attraverso di esso la garanzia di divenire il capostipite di una lunga discendenza.

Quante volte anche noi, nel corso della vita, potremmo trovarci in situazioni analoghe, in cui non comprendiamo affatto il perché ci capitano certe cose!

Si tratta di credere e accettare la situazione, come ha fatto Abramo. Con l’andar dei giorni poi comprenderemo quanto il Signore ci abbia voluto bene, potendo ammirare le sue meraviglie su di noi e su quanti ci stanno attorno.

Anche l’episodio evangelico ci racconta una meraviglia.

Veramente, è stata una esperienza tanto gradevole, esaltante e bella, quella che è toccata a Pietro, Giacomo e Giovanni, nel vedere Gesù trasfigurato, in compagnia di Mosè ed Elia.

Non avevano mai provato una gioia tale, tanto che Pietro esce in questa espressione: “Signore, è bello per noi stare qui! Facciamo tre capanne”. Come a voler dire di potervi rimanere per sempre.

Ma subito dopo leggiamo: “Una nube luminosa li coprì con la sua ombra”.

Che significato ha la nube?

Praticamente rappresenta la nostra vita terrena. Dio è in mezzo a noi, ma non lo vediamo; ci vuol vedere felici, ma nel contempo ciò non sembrerebbe perché permette sofferenze e prove. Ma con questo vuol dirci che in forza della sua risurrezione tutto sarà bello anche per noi.

Anche agli apostoli la trasfigurazione doveva servire per questo, per essere preparati ad accogliere la sofferenza e la croce di Gesù, senza scandalizzarsi, ma in vista della risurrezione.

Così anche a noi l’episodio dovrebbe servire per aiutarci ad affrontare e superare le prove quotidiane della vita, in vista di quello che il Signore ci sta preparando di molto bello.

Ora anche un'altra domanda. Perché porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni?

Non perché erano i più bravi e i più degni fra gli apostoli, ma perché erano i più ritrosi ad entrare nella novità del Vangelo. Non riuscivano ad immaginare che il Messia atteso sarebbe stato uno sconfitto, perché lo immaginavano solo un trionfatore.

Ed infatti, Pietro era di “testa dura”, pretendeva che tutto si svolgesse secondo i suoi piani.

Giacomo e Giovanni erano chiamati “figli del tuono” a causa della loro voglia di far piovere fulmini dal cielo su coloro che non avevano accolto Gesù.

Ed allora, chi più di loro aveva bisogno di vedere la gloria di Cristo, che però per la quale bisognava prima passare attraverso la croce, attraverso ad un apparente fallimento?

Tutto questo, non potrebbe avere valore anche per le nostre situazioni?

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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