Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
31 marzo 2020 * S. Amos profeta
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Samaritana
Testi liturgici: I Sam 161b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

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Se domenica scorsa ha dominato la simbologia dell’acqua, attraverso la Samaritana, oggi vi è quella della luce, attraverso il cieco nato.
Partiamo dalla domanda che i discepoli pongono a Gesù, perché spesso è anche la nostra convinzione: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”.
Attenzione a capire bene la risposta che darà Gesù, per non cadere in una convinzione sbagliata.
È vero che ogni peccato porta delle conseguenze negative in tutti i piani, anche su quello fisico. Quante malattie che provengono per certi peccati!
Se da una parte è vero che le malattie e le disgrazie non sono volute da Dio, dall’altra è altrettanto vero che da lui sono permesse e nel suo disegno d’amore diventano e sono un “castigo”.

La Bibbia è piena di episodi in cui si sottolinea come il castigo di Dio avviene ogni qualvolta il popolo si allontana da lui.

Ma attenzione anche qui!

Il castigo non è da intendersi come una vendetta di Dio. Se volessimo parlare di vendetta, questa c’è ma è solo contro il diavolo.

Il Signore fa come farebbe ogni buon genitore quando, a causa del mal comportamento del figlio, gli dà uno scapaccione per farlo rinsavire e correggere. 

Si tratta di comprendere l’etimologia del termine “castigo”.

“Castigo” viene dal latino, unisce il significato di due concetti: “casto” (che significa puro, pulito) e “ago” (che significa rendere, agire).

Pertanto, il castigo è quella azione che Dio compie allo scopo di renderci puri e graditi ai suoi occhi. A questo punto, pertanto, possiamo ben dire che è un dono, proprio perché ci aiuta ad essere migliori.

Pertanto, quanto ci capita, cosa che noi non verremmo, serve per farci riflettere e per farci comprendere la gravità dei nostri peccati, allo scopo di potercene pentire e così cambiare vita.

È proprio con questa ottica che dovremmo guardare quello che è capitato e sta capitando pure ai nostri giorni.

Ecco perché Gesù respinge la visione dei discepoli e dice che quella cecità è l’occasione per comprendere l’opera di Dio: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.

Ora, riflettiamo un poco sull’argomento della luce. La prima cosa da considerare è che quella donata al cieco è limitata al piano fisico. Se Gesù compie il prodigio è per farci salire in un piano superiore, è per ricevere un nuovo tipo di luce, quello della fede, e quindi per farci guarire dalla cecità della fede.

Dove sta la cecità della fede?

La cecità della fede sta nell’essere convinti di vivere bene la vita cristiana, in quanto ci comportiamo bene, e per cui non abbiamo bisogno di avere altra luce che serva per capire di più per fare meglio. È così che pensano i Giudei ritenendosi a posto, a differenza del cieco. Ecco perché dicono: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”.

A tal proposito ci basti considerare uno degli aspetti della luce, quello propostoci dall’episodio della prima lettura, nella quale è detto: “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”.

Come è facile giudicare le persone solo per quello che appare, e peggio ancora per sentito dire, senza considerare la loro situazione, i loro problemi, i sentimenti che sono nel loro cuore!

Abbiamo proprio bisogno di far brillare più luce, proprio per giungere a considerare soprattutto quello che c’è nel loro cuore e nelle loro intenzioni.

Agli occhi degli uomini, quel ragazzino di nome Davide, essendo il più piccolo, non contava nulla. Eppure, per il Signore era la persona giusta da scegliere come re di Israele, nonostante i suoi limiti, difetti e peccati, come si manifesteranno in seguito.

Però, fondamentalmente era un ragazzo retto, puro, limpido, sincero; ed è proprio quello che guarda il Signore.

Potessimo comprenderlo e viverlo anche noi!

È per questo che siamo chiamati a fare ogni cosa con rettitudine e sincerità, per amore del Signore e per amore del prossimo, e quindi non solo per apparire davanti agli altri.

Sarebbe una falsità di comportamento!

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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