Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
13 agosto 2020 * SS. Ponziano e Ippolito
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15 Seminatore
Testi liturgici: Is 55,10-11; Rom 8,18-23; Mt 13,1-23
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C’è una espressione che abbiamo ascoltato nel vangelo e che vogliamo prendere in considerazione: “Il cuore di questo popolo è diventato insensibile”. È Gesù che la riporta ed è quella pronunciata a suo tempo dal profeta Isaia.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che noi, troppo spesso, siamo aggrappati ai nostri schemi umani, spesso logori e sfilacciati. Non riusciamo a percepire la necessità di un miglioramento, non cogliamo il richiamo interiore che ci invita a fare un vero ritorno a Dio. In altre parole abbiamo un cuore indurito, con la conseguenza che Isaia continua ad esprimere: “Guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”.

Tuttavia, pur non vedendo e non comprendendo, ne subiamo sempre le conseguenze, anche se da noi non sono minimamente previste.

Per farlo capire il Signore, sempre per bocca del profeta Isaia, paragona il fatto all’effetto della pioggia: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra … così sarà della mia parola: non ritornerà a me senza effetto”.

Vediamo di fare il confronto fra le due possibilità.

Cosa potrebbe avvenire quando piove molto, soprattutto se con forti e prolungati rovesci, quale effetto e conseguenza potrebbe procurare?

Anziché limitarsi a portare refrigerio all’uomo e vitalità alle culture, potrebbe divenire una “inondazione”, tale da procurare immancabili danni, soprattutto quando non sono curati gli scoli delle strade e gli argini dei fiumi.

Cosa analoga avviene per la Parola di Dio, come lui stesso ci dice: “Non torna a me senza effetto”. In altre parole significa che produce sempre qualcosa, o in bene o in male, o con buoni frutti o con disastri.

Purtroppo spesso capita che l’effetto, invece di aiutarci, diventa motivo di condanna. Dipende da noi, il danno non succederebbe se l’accettiamo e la mettiamo in pratica. È in questo senso che possiamo comprendere quanto Gesù dice in un altro contesto: “Non sono io a condannarvi, ma è la parola stessa a condannarvi”.

Ed ecco in proposito la parabola evangelica. Essa ci invita ad accogliere bene la parola seminata in noi, alla maniera di un terreno buono che accoglie bene il seme e lo porta sino alla maturazione del frutto. Pur tuttavia, anche se il terreno è buono, ha pur bisogno di cure, quali l’aratura, l’erpicatura, la concimazione e così via.

Analogamente è nella nostra vita cristiana. Tale cura avviene se tutti i giorni mettiamo il nostro impegno per viverla coerentemente, con l’attenzione ad essere ispirati e guidati dallo Spirito Santo.

A questo punto, pertanto, ci poniamo un’altra domanda. Nella nostra vita quotidiana siamo guidati dallo Spirito, affidandoci sinceramente solo a Dio, oppure ci affidiamo a forme e fatti scaramantici?

Anche la preghiera potrebbe diventare un gesto quasi magico quando pensiamo che, per il fatto di aver compiuto certi gesti religiosi, ci sentiamo come garantiti ad aver tirato Dio dalla nostra parte perché egli favorisca e faccia quella che è la nostra volontà.

Invece è tutto il contrario. Siamo noi, attraverso la sua parola e la luce del suo Spirito, a poter discernere non la nostra ma quella che è la sua volontà. Solo in tale caso la sua parola porta frutti di progresso e di salvezza.

La sua parola è per liberarci da qualsiasi condizionamento che ci rende schiavi togliendoci la libertà dei figli di Dio.

È quello sottolineato da Paolo ai Romani, riferendosi anche alla creazione: “Nella speranza che la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.

  In altre parole si tratta di uscire dal proprio “io” - cioè di pensarla secondo il nostro punto di vista - per pensare ed agire dal punto di vista del Signore.

Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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