Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
25 settembre 2020 * S. Giuseppe Pign.
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21 Chiavi a PietroTesti liturgici: Is 22, 19-23; Rm 11, 33-36; Mt 16,13-20
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“Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto”.
Così abbiamo ascoltato nella prima lettura. È il Signore a parlare per mezzo del profeta Isaia. Con tale espressione egli si riferisce a Sebna maggiordomo del palazzo regale, non più degno di mantenere l’incarico.
Poi, riferendosi al suo successore, dirà: “Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire”.
A prima vista l’espressione potrebbe dirci ben poco, ma se andiamo più a fondo, se vogliamo conoscere cosa con questo intende il Signore, essa acquista un significato oltre misura.

La chiave ha un significato sia simbolico che reale. In altre parole, significa avere il potere su qualcuno o su qualcosa, e di cui si può disporre come meglio si crede. Ovviamente, colui al quale vengono affidate le chiavi, è una persona di cui ci si dovrebbe fidare ciecamente. Se non meritasse più la fiducia le viene tolto l’incarico, come avvenuto per Sebna.

Da notare che, oltre al servizio delle chiavi per le realtà di questo mondo, c’è anche quello per le realtà divine e spirituali.

Ed ecco che nell’episodio evangelico viene dato a Pietro un potere divino, una chiave spirituale che non opera sulle porte terrene, ma su quella dell’anima. Ed ecco le precise parole: “Darò a te le chiavi del Regno dei cieli. Tutto quello che legherai sulla terra sarà legato nei cieli; e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

La stessa verità ancora una volta sarà confermata da Gesù dopo la sua risurrezione, apparendo agli apostoli, allorquando dice: “Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non perdonerete non saranno perdonati”.

Abbiamo anche sentito Paolo che, pure per questo motivo, esplode con una espressione di lode: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono insondabili e inaccessibili le sue vie!”.

Tutto questo giustamente ci invita a pensare al sacramento della Riconciliazione, a quello che comunemente chiamiamo la Confessione.

Ma allora, potrebbe dire qualcuno, il perdono dei peccati è legato all’umore o alla simpatia del sacerdote?

No, assolutamente! Non si tratta di un fatto arbitrario e preferenziale, come verrebbe da pensare, se leggiamo solo superficialmente.

Il “legare” e il “sciogliere” non sta nella volontà o nel capriccio di chi ha le chiavi, ma nel fatto che il perdono non giunge a coloro che si trovano nella situazione di non poterlo accogliere, perché non sono pentiti del loro peccato.

Per banale analogia, è la situazione di colui che pur avendo le chiavi di casa non riesce ad aprire perché, chi sta all’interno, ha messo una sbarra alla porta.

Oltre a questo, dobbiamo guardare anche il rovescio della medaglia, c’è da chiarire pure un'altra cosa.

Il Signore, a differenza di quanto ha fatto con Sebna sul piano terreno, quando si tratta invece del piano divino e spirituale non guarda al merito e alla coerenza di colui a cui affida l’incarico; se fosse così lo avrebbe dovuto togliere a Pietro, dopo il rinnegamento; eppure non lo ha fatto.

Questo diventa un motivo di riflessione per noi. Avviene quando leghiamo il nostro cammino spirituale, ad esempio, alla persona del sacerdote. Con questo potremmo porre il valore e l’efficacia della Messa, della Confessione, della Parola di Dio e di ogni servizio spirituale, legandolo alla coerenza e alla santità del sacerdote stesso. Certamente è una cosa da volere e ce lo auguriamo, non possiamo approvare chi si comporta male, ma nonostante questo il sacramento è sempre valido.

Per analogia è come la giusta medicina prescritta dal medico per guarire un suo paziente: rimane efficace nonostante che lui stesso sia ammalato dello stesso male.

Tutti noi abbiamo ricevuto dal Signore un tipo di chiave per un certo servizio spirituale. Da non dimenticare che ogni servizio spirituale è per produrre frutti di amore e mai come un fatto di potere: è per il bene degli altri e mai per un proprio interesse.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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