Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
25 settembre 2020 * S. Giuseppe Pign.
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23 Riuniti in preghiera
Testi liturgici: Ez 33, 1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

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Partiamo dall’espressione ascoltata all’inizio del brano evangelico, molto importante: “Se un tuo fratello commette una colpa contro di te, và e ammoniscilo fra te e lui solo”.
Vogliamo allargare la visuale di tale espressione, non solo riferendola ai nostri personali rapporti con qualcuno, ma anche generalizzandola nei nostri rapporti con tutti, quando vediamo il loro mal comportamento.
La carità che dovremmo avere verso di loro ci dice di dover intervenire, esercitando la così detta “correzione fraterna”, sentendoci strumenti nelle mani di Dio. Ovviamente questo va fatto nei dovuti modi e a tempo opportuno, sempre mossi da carità vera.

Purtroppo, spesso questo non avviene perché il nostro cuore non è pieno di vero amore. Ed allora cosa capita?

Capita che siamo portati a fare il rovescio di quanto suggerisce Gesù. Lo raccontiamo agli altri. Quel che poi è peggio, è che interpretiamo il fatto e lo giudichiamo non sempre in maniera oggettiva ma secondo il mostro punto di vista, ancor peggio senza nessuna comprensione verso colui che ha sbagliato, con il rischio di aggravare ancor di più l’accaduto.

Tale comportamento non è più un gesto di carità, ma diventa una vera e propria mancanza di carità, quella che noi definiamo mormorazione e maldicenza. Questo comportamento è tale che non ci fa prevedere neppure le conseguenze alle quali ci conduce, non ci fa minimamente immaginare quanti danni potrebbe produrre.

Alla fine di tutto, tali chiacchiere arrivano pure alle orecchie del diretto interessato, ma con un peso ancor più aggravato, tale che certamente non lo invita ad accogliere la eventuale correzione. Infatti, quasi sempre il contenuto di quello che abbiamo detto si presenterà a lui piuttosto adulterato, giungerà a lui distorto, cosa che a sua volta produrrà ulteriori danni.

Ed è così che si creano diffidenze tra le persone. Diffidenze che, di mano in mano, produrranno muri di incomprensioni e separazioni, di inimicizie e di rancori, spesso giungendo perfino ad un odio vero e proprio.

Che fare allora?

Ammesso che di fatto sempre si possono creare screzi tra persone, si tratta di chiarirli subito per non perdere l’intesa e la comunione.

Ed ecco il metodo che suggerisce Gesù con l’espressione riportata all’inizio: “Se un tuo fratello commette una colpa contro di te, và e ammoniscilo fra te e lui solo”.

Se questo primo passo fallisse, è quanto mai opportuno trovare un intermediario serio e pieno di carità perché possa in qualche modo intervenire.

Se neppure questo secondo passo raggiunge il fine, doverosamente ne sia informata tutta la comunità perché ne abbia conoscenza, assuma le necessarie precauzioni, cerchi di intervenite in qualche modo.

Se anche questa terza tappa fallisse, Gesù usa una espressione forte: “Sia per te come il pagano e il pubblicano”.

In altre parole è come se dicesse di chiudere i rapporti con tali persone, per non subirne conseguenze peggiori.

Per chi non ne comprende la dinamica questo potrebbe sembrare un odio e rancore verso queste persone, ma di fatto è ancora un modo di coltivare la carità, ma in maniera diversa.

A tal punto, ai singoli e alla comunità, oltre che a prenderne atto, non rimane altro che pregare.

La preghiera, infatti, è il più alto gesto di carità. Si tratta di credere a quello che successivamente esprimerà Gesù: “Se due di voi si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio la concederà. Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

Con tutto ciò viviamo nella speranza, nell’attesa del tempo opportuno in cui lo Spirito Santo possa agire sulla coscienza di chi sbaglia, che gli faccia riconoscere i suoi errori e peccati.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello.

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dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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