Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
30 novembre 2020 * S. Andrea apostolo
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Cristo Re
Testi liturgici: Ez 34,11-12.15-17; 1 Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

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Stiamo chiudendo l’anno liturgico con la solennità di nostro Signore Gesù Cristo che lo celebra con il suo titolo di “Re dell’universo”.
In che senso possiamo e dobbiamo dire che è il Re dell’universo?
Le tre letture ce lo hanno indicato molto chiaramente, con le sue proprie caratteristiche, anche se a prima vista potrebbe non sembrare.
Infatti, il brano evangelico è iniziato con queste parole: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria …”. Tali parole sembrerebbero la presentazione di un re orgoglioso e altezzoso, al di sopra di tutti, come uno che comanda a dei sudditi.

Questo è anche vero, perché Dio è al di sopra di tutto e di tutti, ma di fatto con quale stile si presenta a noi, come uno che comanda o come uno che si mette a servizio?

Egli si presenta come un amorevole pastore che si prende cura di tutto il suo gregge, quindi di ognuno di noi. Anzi, c’è di più. Sembra proprio che voglia mettersi all’ultimo posto, come a voler dire di avere bisogno di noi e delle nostre cure. Ce lo fa comprendere con le parole: “Quello che avete fatto agli altri, l’avete fatto a me”.

Che egli stia in un continuo servizio di amore lo possiamo vedere in alcuni passaggi descritti dal profeta Ezechiele, passaggi che egli riferiva al re Davide, ma che di fatto in una prospettiva profetica si riferivano a Cristo, il pastore per eccellenza.

Quando ci allontaniamo da lui, egli non ci abbandona ma continua a cercarci con tanta pazienza: “Radunerò le mie pecore da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine”.

Una volta radunati, egli ha sempre ogni cura per la nostra vita: “Le condurrò al pascolo e le farò riposare”.

Se anche dovessimo allontanarci di nuovo, egli non desiste: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte”.

Quale amore più servizievole e forte di questo?

Ecco, pertanto, uno dei motivi per cui lo proclamiamo nostro re e Signore!

Se con tale titolo egli sta esercitando il suo servizio di amore per ciascuno di noi, a sua volta ognuno di noi è chiamato a corrispondervi.

Da dove si vede? Lo si vede dal fatto di fare altrettanto fra di noi, comprendendo il significato dell’espressione: “Quello che avete fatto agli altri, l’avete fatto a me”.

Però, è da notare bene, se il Signore è umile, servizievole e misericordioso, nel contempo è anche giusto. Ecco perché quando ci presenteremo a lui, alla fine di questa vita terrena, egli eserciterà il suo giudizio definitivo, proprio come concludeva il brano di Ezechiele: “Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capre”.

Se essere cristiani significa seguire e imitare l’esempio di Gesù, questo è per dire che anche noi dobbiamo vivere un certo tipo di regalità. Lo si riconosce se nella vita abbiamo veramente amato, se abbiamo esercitato un sevizio sincero nel confronto degli altri.

A questo punto è doveroso notare che ci sono due logiche diverse: quella del mondo e quella del Signore.

In quella del mondo, quasi sempre e purtroppo, il ruolo della regalità è visto come un esercizio di potere sugli altri, cosa che si compie se c’è un tornaconto; in quella di Dio, invece, è tutto l’inverso: il ruolo è quello di mettersi a servizio degli altri, anche a costo di grossi personali sacrifici.

L’esempio massimo lo abbiamo in Gesù il quale, proprio per il nostro bene, si è lasciato crocifiggere; e per cui il segno massimo della sua regalità è espresso proprio sulla croce.

Agli occhi umani è uno sconfitto, in quelli di Dio è un vittorioso. È questa vittoria avvenuta sulla croce che gli fa acquistare il titolo di “Re dell’universo”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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