Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
2 agosto 2021 * S. Maria degli Angeli
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13 Emoroissa
Testi liturgici: Sap 1,13-15.2, 23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43
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Il vangelo ci ha presentato due racconti che si intrecciano, ed anche se diversi fra loro sono però simili nel significato.
Si parla di due donne, una inferma da dodici anni e l’altra deceduta all’età di dodici anni. Comunque sia, ambedue sono colpite da un certo tipo di morte.
La prima è colpita dalla morte sociale, quella che non le permette di avere contatti con gli altri; l’altra da quella biologica, che di fatto in maniera definitiva non le fa avere contatti con gli altri. La conseguenza per entrambe le situazioni, a norma di legge, sta nel fatto che esse diventano impure e non si possono toccare.
Ebbene, a seguito dell’intervento di Gesù, ambedue sono guarite e salvate, l’una dal sonno della morte, l’altra dalla separazione sociale.

Vogliamo rifletterci più attentamente.

Interessante l’inciso riferito alla donna inferma da dodici anni: “Aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando”.

Di fronte a tale malattia, i medici concludono che non c’è più nulla da fare, e perciò deve essere assolutamente emarginata ed esclusa dal contatto con gli altri. Ecco perché la donna, per poter toccare le vesti di Gesù, non vuol farsi accorgere, perché vuol continuare a mantenersi nascosta.

Cosa dobbiamo imparare dal suo gesto del voler toccare?

Vi è da imparare l’importanza della fede personale che in questo caso è manifestata pure esteriormente.

È proprio quello che ha espresso Gesù: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va in pace e sii guarita dal tuo male”.

Anche al capo della sinagoga dice una espressione analoga: “Non temere, abbi solo fede”.

In ambo i casi, di quale tipo di fede si tratta?

Non tanto di credere all’esistenza di Dio e di tenere un certo contatto con lui attraverso la preghiera, ma soprattutto si tratta di fidarsi di lui, di contare totalmente su di lui, pur non escludendo la nostra parte.

È vero che tale fiducia non avrebbe bisogno di esprimersi con azioni esterne, ma queste la fanno meglio comprendere. Ecco il motivo per cui la donna vuol toccare la veste di Gesù: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”.

Anche Gesù, dopo aver detto a Giairo di avere fede, compie un gesto esteriore, quello di prendere la bambina per mano e di pronunziare su di lei una espressione: “Talità kum”, che appunto significa: “Fanciulla, alzati”.

Ci sono tuttora gesti che il Signore compie per noi e che noi a nostra volta possiamo e dobbiamo ricambiare?

Certamente! Sono i sacramenti e le varie benedizioni che vengono impartite.

Attenzione, però, ad un rischio. A volte potremmo cadere nell’errore di pensare solo al gesto esteriore, paragonabile ad una specie di rito magico, per cui potremmo far diventare più importante il gesto che non la nostra genuina fede.

Questo, purtroppo, capita spesso nella vita di non pochi fedeli. Vogliono vedere, toccare, costatare, ma nel contempo con una vita di fede piuttosto relativa.

A prescindere dal fatto che i gesti sacramentali sono sempre efficaci per se stessi, perché in essi opera lo Spirito Santo, però di fatto il loro aiuto è anche proporzionato al grado della nostra fede.

Se diamo eccessiva importanza solo a certi gesti a scapito della fede, il fatto diventerebbe una specie di superstizione, sia pure una superstizione religiosa.

Qual è la conseguenza pratica di questo nostro tipo di debole fede?

È quello di porre un certo impedimento a Dio, del non lasciare a lui la piena libertà di agire a nostro favore, per il nostro vero bene.

Vi è la prova del nove per verificare se abbiamo tale fede?

Se siamo veramente animati da tale fede, non faremmo altro che lodare e ringraziare il Signore sempre e in ogni situazione, piacevole o meno che sia.

Sac. Cesare Ferri rettore di San Giuseppe in Spicello

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