Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
17 giugno 2019 * S. Ranieri confessore
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Anno C Pasqua di Risurrezione
Testi liturgici: At 10,37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

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Chi di noi in qualche maniera non corre? La vita è diventata tutta una corsa, il tempo non basta mai!
Ma verso dove corriamo, qual è il motivo del nostro correre?
Anche nel Vangelo, appena ascoltato, abbiamo incontrato tre persone che corrono: Maria di Magdala, Pietro e Giovanni. Vediamo il perché della loro corsa.

Cominciamo Maria. Si sveglia presto, o forse non ha chiuso occhio in quella terribile notte, si mette in cammino ancora nel buio per dare dignità a quel Gesù che aveva incontrato e che le aveva cambiata la vita.

Certamente si muove in fretta, e quindi possiamo ben dire che corre.

Giunge al sepolcro ed è presa da stupore. Quella enorme pietra che lo ricopriva, non c’è più o meglio, è rovesciata.

Senza riflettere più di tanto, suppone che il corpo sia stato trafugato e con altrettanta corsa, questa volta duplicata, va a riferire agli apostoli.

Essa con il suo correre manifesta un pregio: quello di amare Gesù.

Ma nel contempo rivela anche un difetto: quello di manifestare un amore troppo possessivo. La sua fiducia in Gesù è troppo umana, non poggia su una fede ben radicata, non pensa alle parole a suo tempo pronunciate da Gesù: “Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire e morire, ma il terzo giorno risorgerà”.

Veramente è piena di corse, quella mattinata. Ora corrono anche Pietro e Giovanni, se pure con velocità diverse, ma con la meta unica, quella della tomba.

Anch’essi vedono qualcosa di strano, ma non valutano allo stesso modo e non arrivano alle stesse conclusioni.

In un primo momento, anch’essi sono convinti del trafugamento. Successivamente, Giovanni riflette che se fosse stato un ladro avrebbe lasciato un disordine; qui, invece, i teli e il sudario sono posati bene, sono piegati. Pertanto, giunge alla conclusione che ci deve essere stata qualche altra cosa.

Ed ecco la sua conclusione: “Vide e credette”. Cioè, crede alle Scritture le quali avevano affermato che: “Egli doveva risorgere dai morti”.

Con questo, di fatto essi non vedono il Risorto, ma solo leggono alcuni segni, i quali, a loro volta, rimandano alla sua risurrezione.

Ecco, pertanto, la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: “Nella nostra vita verso cosa o, meglio, verso chi corriamo?

Quando con premura e frequenza andiamo al cimitero per far visita ai nostri cari, con quale spirito vi andiamo?”.

Certamente è un gesto di affetto verso l’estinto, senz’altro doveroso, ma cosa ci dice la tomba?

Solo che contiene un cadavere “dopo” la morte? Oppure crediamo anche a qualcosa che è “dopo” la morte?

Oltre la morte solo Dio può arrivarci. Proprio per questo Gesù risorto ci assicura che un giorno ci sarà anche la nostra risurrezione.

Pertanto nella nostra vita a cosa serve il correre e l’affannarsi per le cose di questo mondo, cose che poi ci lasciano delusi?

Si tratta, invece, di camminare costantemente cercando di mettere in pratica le prime parole della seconda lettura: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”.

Di fatto, noi siamo già risorti. La risurrezione inizia con la fede in Colui che ha vinto la morte. Noi che siamo in Lui, vincitore del peccato e della morte, partecipiamo già di questa grazia. Siamo chiamati a vivere da risorti, cercando le cose di lassù.

Ma attenzione! Cercare le cose di lassù, non significa le cose dell’aldilà, come potremmo erroneamente pensare. Le cose di lassù sono quelle che non vanno soggette alla caducità, ma quelle che non avranno mai fine.

In altre parole, si tratta di cercare e di fare nella vita solo quello che è volontà di Dio. Solo questa è garanzia di vita immortale.

Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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