Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
26 maggio 2019 * S. Filippo Neri
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Quinta Pasqua C Comandamento nuovo
Testi liturgici: At 14, 21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35
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“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”.
Davanti a questa espressione, sorge spontanea una domanda: “Che forse prima non vi era il comandamento dell’amore vicendevole?”.
Senz’altro esisteva ed era bene espresso nella Sacra Scrittura, dove veniva specificato di amare gli altri come amiamo noi stessi.
In questo nuovo comandamento vi è un salto di qualità.

Non solo si tratta di amare gli altri come amiamo noi stessi, non solo si tratta di non fare ad altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi, ma ci indica di amare alla maniera di Gesù, nel modo come egli ha amato noi.

È proprio quello che il vangelo ci ha detto subito dopo: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

La novità sta proprio qui!

Si tratta di amare non solo alla maniera come sempre inculcata, limitata al solo livello umano. Si tratta di elevarci a quello divino, proprio alla maniera di come ci ha mostrato di Gesù.

Egli ci ha amato anche se peccatori, quindi pure essendo suoi nemici.

Lo ha fatto senza un tornaconto personale e senza esigerlo, ma nella maniera del tutto gratuita, nella maniera così detta “oblativa”, con quell’amore che è definito: “amore di carità”.

Pertanto, si tratta di un amore non solo fatto di sentimenti astratti, e neppure di quello che da molti è banalizzato ed è vissuto semplicemente a proprio vantaggio, solo per proprio piacere e utilità, solo per convenienza e interesse.

Non è quello che è spacciato per amore del prossimo, ma che in realtà non lo è, in quanto limitato alla sola solidarietà umana, in cui Dio vi rientra per poco o nulla.

Non è neppure quello generico verso la società, fatto spesso di parole che puntano il dito verso gli altri, in quanto responsabili di certe situazioni, ma che rimane sterile da parte nostra, in quanto non muoviamo quel dito per cambiare qualcosa.

Quello che chiede il Signore, invece, è un amore molto più esigente.

È reciproco, è senza badare al merito di colui che è amato, è senza calcolare il vantaggio che ne possa pervenire a noi stessi, è senza tenere presente se l’altro sia un nemico o meno.

E questo, lo sappiamo bene, non è facile; eppure con la grazia meritata da Gesù, tutto diventa possibile.

Solo amando in questo modo sorgerà l’alba di un mondo nuovo, non più basato sul nostro modo di amare, che è sempre fragile e imperfetto, traballante e incostante, inconcludente, ma fondato sull’amore divino ed eterno.

In tale senso è da comprendere l’espressione ascoltata dall’Apocalisse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

Questo novità si realizza quando seriamente amiamo alla maniera di Gesù, anche se a prima vista potrebbe sembrare un fallimento. Del resto, a prima vista, anche la vita di Gesù sarebbe stata un fallimento, una sconfitta, in quanto condannato e crocifisso.

Eppure, tale sconfitta è divenuta la sua vittoria e la salvezza per noi.

Cosa ci insegna?

Ci insegna ad acquistare una certezza che, però, si basa solo sulla fede.

Quello che a noi sembra una sconfitta o un fallimento nel corso della vita, in realtà potrebbe essere un momento di grazia attraverso cui il Signore vuol manifestare il suo amore per noi.

Dobbiamo imparare a considerare quello che non va nella vita, non come una perdita, a patto che non sia voluto da noi, ma come una occasione di grazia che Dio ci dona, anche se spesso è accompagnata da tanta sofferenza.

È proprio questa sofferenza che ci fa mettere da parte il “nostro io”, quello che è solo ombra, fumo e null’altro, per far trionfare il “disegno di Dio”.

Certo è una meta molto alta. Però, visto che la nostra tendenza è sempre orientata verso il basso, puntando molto in alto, potremmo riuscire a rendere almeno il sufficiente.

Sac. Cesare Ferri Rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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