Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
24 agosto 2019 * S. Bartolomeo
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19 Domenica C Tenetevi prontiTesti liturgici: Sap 18,6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48
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Mi è capitato più volte di dire a qualche persona che nel passato avrebbe dovuto e tuttora dovrebbe avere più fede.
Quale è stata la conseguenza e risposta da parte di qualcuno?
Che la mia esortazione sia stata male interpretata, recepita come una offesa, per cui la risposta immediata: “Ma io la fede ce l’ho!”.
Per intenderci portiamo una analogia.

Chiedo ad una persona la cortesia di avere un po’ di acqua da bere, perché muoio di sete. Mi porta appena mezzo bicchiere. Al che rispondo che avrei desiderato almeno una bottiglietta. Ed essa, di rimando a rispondere: “Ma, l’acqua che mi hai chiesto, l’ho portata!”.

Avete compreso l’analogia!

Pertanto, a questo punto, ci domandiamo: Cosa significa credere davvero, come si esercita tale fede, possiamo accrescerla?

L’inizio del brano della seconda lettura ci ha dato una definizione: “Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”.

In altre parole, la fede è un vedere qualcosa che non si è ancora realizzato, ma ne siamo certi che si realizzerà. Quindi la si vive già presente, come già avvenuta, anche se ancora, in un certo qual modo, bisogna attendere; cosa questa che, comunque, aiuta a vivere nella pace e nella serenità.

Per capire ancora meglio cosa significhi vivere di fede, dobbiamo guardare ad alcuni modelli che l’hanno esercitata.

Ed ecco che il brano li ha citati, descrivendo anche la prova che hanno dovuto superare: Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara.

Queste persone cosa hanno fatto di speciale?

Si sono fidate ciecamente di Dio compiendo azioni che, alla vista dei loro contemporanei, sembravano assurde ed umanamente impossibili.

Questo deve valere anche per noi. La nostra fede si misura quando ci capitano cose inspiegabili, prove che umanamente sembrano insuperabili.

Nonostante questo, noi continuiamo ad aver fiducia in Dio, a metterci nelle sue mani, nella speranza di un suo intervento, che prima o poi di certo arriverà e che, a sua volta, ci darà ancora di più di quello che ci saremmo aspettato.

Sullo stesso argomento si allinea il vangelo con le parole poste all’inizio del brano: “Non temere, piccolo gregge”.

Di fronte a quello che ci capita, di fronte agli sconvolgimenti del mondo, è facile perdere la fiducia in Dio e lasciarci attanagliare dalla paura. Ecco perché anche oggi Gesù ripete a noi: “Non temere, piccolo gregge”.

Da notare bene che ci denomina “piccolo gregge”, cosa che contiene grande insegnamento e importanza.

Per comprendere, ecco ancora un’altra analogia.

Come diventa buono e più appetibile il pane che mangiamo?

Dal fatto che nella massa impastata vi mettiamo un pizzico di fermento.

Notiamo bene: è un “pizzico”, ma serve per rendere buono tutto il pane.

Molti si scoraggiano e si allontanano dalla fede nel constare che sono pochi coloro che veramente credono.

Non pensano che sono chiamati ad essere fermento di vera fede in mezzo ad una massa che ha una fede molto labile e spesso neppure genuina.

Basti scorrere le pagine della Bibbia e ci accorgeremo che il Signore ha portato avanti la storia per la salvezza dell’umanità, riprendendo sempre da capo con i pochi rimasti fedeli: pensiamo, ad esempio, a Noè salvato dal diluvio.

La nostra vera fede si misura dal fatto che rimaniamo fedeli pur essendo pochi, e spesso anche incompresi e derisi.

È chiaro che per mantenersi a tale altezza e stare vicino al Signore, è necessario praticare i mezzi che ci aiutano a crescere nella fede: la sua parola, la nostra preghiera, la messa e i sacramenti.

Se molti si perdono è perché hanno trascurato questi mezzi di arricchimento.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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