Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 settembre 2019 * S. Gennaro vescovo
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21 Domenica C Chi si salva
Testi liturgici: Is 66, 18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30
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Abbiamo sentito come uno ha chiesto: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
Anche a me è capitato di sentire qualcuno nel ripetere qualcosa di analogo: “Sarà che il Signore mi salva! Non me lo merito. Sarà che mi perdona! Cado sempre negli stessi peccati, il Signore si sarà anche stancato di perdonarmi!”.
Il primo, almeno così sembra, fa una domanda di curiosità. Per questo Gesù non gli risponde direttamente.

Gli altri mostrano un senso di sfiducia nell’amore misericordioso di Dio, come se lui non volesse salvare tutti, non senza dare a tutti la possibilità di riuscirci.

Il Signore vuol salvare tutti, ma la riuscita dipende da noi, si tratta di impegnarci veramente ad entrare nella porta stretta.

Cosa significa “porta stretta”?

Significa che non possiamo essere faciloni e pressappochisti; non possiamo crearci una vita religiosa e di fede a nostro modo e consumo, ma si tratta di cercare e fare sempre la volontà di Dio.

Pertanto, non basta frequentare la chiesa, e neppure ascoltare la parola di Dio, se poi non la mettiamo in pratica; l’importante è che tutta la vita sia trascorsa nel fare sul serio la volontà di Dio.

Se, invece, viviamo la fede all’acqua di rose, il Signore è costretto a dirci: “Non vi conosco, non so di dove siete”.

 Oltre a questo, c’è pure da sottolineare un’altra espressione: “Vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che dobbiamo essere preparati ad avere delle sorprese.

Infatti, potremmo essere sorpresi di vedere persone, alle quali noi non avremmo neppure degnate di uno sguardo e che per noi valevano ben poco, le quali, invece, saranno le prime ad entrare per la porta stretta della salvezza.

Coloro che non hanno attirato i nostri sguardi e la nostra attenzione, hanno attirato quella di Dio, e questo è bastato per loro.

Tale comportamento di Dio è reso quanto mai evidente nel brano della prima lettura, con la quale il Signore mostra di non limitare la salvezza solo al popolo di Israele, come essi pensavano, ma ad estenderla a tutti i popoli: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”.

Questo, agli orecchi degli ascoltatori, suonava strano perché credevano inconcepibile che il Signore andasse a cercare i suoi adoratori tra popoli pagani.

Questo per dirci che non ci si può fregiare di un titolo, quello di essere cristiani, se poi non si compiono opere gradite al Signore.

Ed ora, anche un pensiero tratto dalla seconda lettura.

Per camminare nella volontà di Dio, abbiamo bisogno di essere corretti da lui. Egli, normalmente, si serve delle prove della vita, le quali, più o meno, non mancano a nessuno. L’importante è capirle nel loro significato e vederle per il nostro bene.

Non fa meraviglia se questi richiami ci rattristano. L’essere corretti e rimproverati non piace a nessuno: ci vuole veramente una grande dose di fede per credere che sono per il nostro bene.

Però, non per questo bisogna abbattersi. Dobbiamo saperli vedere come momenti di crescita nell’accogliere l’amore del Signore, come il brano ci ha detto: “Il Signore corregge colui che ama e percuote colui che riconosce come figlio”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario san Giuseppe in Spicello

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