Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 settembre 2019 * S. Gennaro vescovo
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22 Domenica C Gesù guarisce
Testi liturgici: Sir 3,19-21.30-31; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14, 1.7-14
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Qual è l’esortazione principale che ci dà il brano di oggi, tratto dal Siracide?
Ci mostra chiaramente una opposizione: quella che esiste tra l’orgoglio e la superbia, da una parte; l’umiltà e la mitezza, dall’altra.
Molti non hanno l’esatta comprensione di cosa significhi essere umili.
Pensano di dover considerare se stessi come degli incapaci, nel dover ripetere agli altri di non valere nulla, sembrerebbe che neppure vogliono riconoscere i doni ricevuti dal Signore.

Ma sono solo parole di convenienza. Infatti, se qualcuno poi non li tiene in buona considerazione, ne hanno a male e si offendono.

Ma questa è falsa umiltà!

La vera umiltà è tutta al rovescio. Non si tratta di nascondere e di non riconoscere le proprie qualità e le proprie capacità, si tratta di considerarle non come bravura nostra, ma come dono del Signore.

Quanto più uno ha ricevuto doni dal Signore, tanto più diventa grande e importante; quanto più uno ha delle singolari capacità, tanto più è chiamato ad esercitarle, e questo proprio in forza dell’umiltà.

È quello che testualmente ci ha detto una frase del brano: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”.

Cosa è allora l’umiltà?

Per meglio comprendere, facciamo un riferimento di confronto. La cosa ci aiuterà anche a capire l’espressione di Gesù.

Ad esempio, chi non può dire che essere un genitore non sia una cosa grande!

Il fatto talmente riempie il cuore di gioia che si sente la necessità e la soddisfazione di annunciarlo a tutti.

Ma il vero genitore come utilizza questa grandezza, come si comporta per rimanere tale?

Non solo lo dice con soddisfazione agli altri, ma mette le sue capacità a servizio dei figli stessi: sta vicino a loro, vuole aiutarli in tutti i sensi, non bada ai sacrifici che deve compiere, fa i sacrifici con disinteresse anche se non riceve ricompensa o, peggio ancora, pur ricevendo dispiaceri.

Ebbene, proprio mettendo tutte le sue capacità a servizio dei figli, come appena descritto, esso esercita l’umiltà al massimo grado.

Pur tuttavia e nel contempo, cerca di esercitare verso di loro, quando non corrispondono, tanta comprensione, mitezza e pazienza.

Si tratta di mettere in conto sempre la pazienza, nella fiduciosa speranza di veder qualche risultato. Quindi, l’eventuale ricompensa sta nell’attesa.

Perché Gesù dice di imparare da lui, che è mite e umile?

Egli non ha mai detto di valere poco o niente, anzi ha detto il contrario, ha detto di essere Figlio di Dio.

C’è maggiore grandezza di questa?

Eppure è stato pienamente umile, non ha tenuto per sé la sua grandezza.

In altre parole, non ha detto di star bene così com’era, senza volersi scomodare: si è scomodato, si è abbassato, è divenuto uno di noi, ha dato tutto di se stesso per la nostra salvezza.

Allora, quand’è che noi siamo umili?

Quando riconosciamo che tutto quanto abbiamo di buono, tutto quello che ci fa essere grandi e importanti, ha due aspetti.

Primo, che tali doni vengono da Dio, pur con la nostra collaborazione.

Secondo, che li utilizziamo bene. Li utilizziamo non per noi stessi e per la nostra vana gloria, ma per la gloria di Dio e per un servizio amoroso verso gli altri.

Solo con questo comportamento comprendiamo la conseguenza della espressione di Gesù: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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