Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 settembre 2019 * S. Gennaro vescovo
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24 Domenica C Pecorella smarrita
Testi liturgici: Es 32,7-11.13-14; I Tim 1-12.17; Lc 15,1-32
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Come definire il brano evangelico che abbiamo ascoltato oggi?
Qualcuno lo ha definito “Il Vangelo dei perduti”.
Infatti, tutti perdono qualcosa o qualcuno. Il pastore perde la pecora che si allontana dal recinto; la donna perde la moneta dentro casa; il padre perde il figlio che se ne va lontano; poi si accorge di aver perso anche quello che era rimasto dentro casa.

Quel pastore aveva altre novantanove pecore, poteva starsene tranquillo con quelle rimaste, lasciando la smarrita al suo destino, una pecora in meno non lo avrebbe messo in povertà. Eppure quell’assenza non lo lascia tranquillo. Allora si mette a cercarla, la trova e la riporta con le altre, invitando gli amici a condividere la sua gioia.

Quella donna ha altre nove monete, non si è eccessivamente impoverita, eppure non si da pace finché non trova anche quella che ha smarrito; la cerca, la trova e invita le amiche a far festa.

Il padre perde il figlio minore, non gli corre dietro per rispetto della sua libertà, eppure lo attende, spende tutta la sua vita nell’attesa. Lo cerca con lo sguardo dal terrazzo di casa; finalmente lo vede tornare, gli corre incontro, lo abbraccia, lo ricopre di baci e organizza una festa, dandogli nuovamente la dignità perduta.

Lo stesso padre non sa che così facendo perde l’altro figlio, anzi si accorge che anche quel figlio maggiore era già perduto; esce, lo cerca, lo invita alla festa ed egli non vuole entrare.

Il vangelo non ci dice se alla fine ha accettato di entrare o meno. La risposta non è data, ma rimane sospesa, perché essa riguarda tutti noi che siamo chiamati nella vita a dare risposte alle chiamate del Signore.

Ed ecco che a questo punto, dobbiamo farci una domanda: Noi, di fronte a Dio, a chi assomigliamo, al figlio minore o a quello maggiore?

Penso che venga spontaneo rispondere che assomigliamo al maggiore perché, in fin dei conti, non ci siamo allontanati dal Signore, abbiamo mantenuto la nostra fede, abbiamo compiuto e compiamo le nostre pratiche religiose. Se non fosse stato così, non saremmo qui, in questo momento!

Tutto questo è vero, eppure, nonostante questo, potremmo non sentirci di famiglia e di casa con il Signore e con gli altri, come è avvenuto per il figlio maggiore della parabola.

È vero che questo figlio non si è mai allontanato da casa, ma di fatto non era di casa, non si sentiva di famiglia, non amava né il padre né il fratello. Non aveva sincere relazioni con loro.

Cosa dice a noi la parabola?

Dice che, se siamo sinceramente pentiti dei peccati, come lo è stato il figlio minore, siamo perdonati da Dio, siamo di nuovo accolti da lui e dalla sua famiglia, che è la Chiesa, ed in essa riacquistiamo la dignità perduta.

Attenzione, però, a non correre il rischio di assomigliare al figlio maggiore, perché facilmente potremmo esserlo.

Dove sta il problema?

Il vero problema non è nel modo di fare di Dio, perché egli ci perdona e ci accoglie sempre, ma il vero problema sta in noi.

Infatti, è facile crederci familiari di Dio, perché, in qualche modo, siamo stati sempre con lui; perché ci teniamo a definirci religiosi e praticanti; perché riteniamo di conoscere il Signore, ma non abbiamo capito cosa significa fare la sua volontà.

Abbiamo, sì, rispettato delle regole, ma non erano sempre le regole della sua famiglia; abbiamo, sì, abitato nella sua casa, frequentando la chiesa, ma in realtà per noi quella non era la vera casa di Dio; siamo stati a gomito con i familiari di Dio, ma in realtà non li abbiamo amati e non li stiamo amando tutti.

Pertanto, non basta rispettare delle regole, ma si tratta di tenere le buone relazioni con Dio e con il prossimo, proprio per non assomigliare al figlio maggiore della parabola.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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