Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
17 ottobre 2019 * S. Ignazio d'Antiochia
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26 Domenica C Ricco epulone
Testi liturgici: Am 6,4-7; I Tim 6,11-16; Lc 16,19-31
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Il Signore Gesù, per riuscire a farci capire la profondità di alcune verità, normalmente usa le parabole.
Quella di oggi, pur non raccontando una storia vera come in ogni parabola, di fatto racconta la “vera” storia, quella che non cambia, quella che sta al fondo di tutte le storie.
In ogni parabola ognuno di noi è chiamato a identificarsi con uno dei suoi personaggi che la compongono.
Per cui oggi siamo interpellati a chiederci a chi dei due assomigliamo.
Assomigliamo al povero Lazzaro o assomigliamo al ricco epulone?

Consideriamo la loro situazione per confrontarla con la nostra.

Di Lazzaro conosciamo tre elementi: il nome, la sua condizione di estrema povertà, le piaghe e le ferite per una vita dura e difficile.

Pur tuttavia non spreca tale vita. Riesce a renderla attiva ed utile in forza della sua capacità di riuscire a mendicare, cosa questa non da poco, perché gli permette di tenere relazioni con gli altri.

Del ricco non abbiamo il nome. Questo per dirci che non serve neppure conoscerlo, perché uno come lui non fa storia.

Infatti, ha costruito la sua vita solo intorno ai propri interessi, al proprio tornaconto, alla propria pancia, senza vere relazioni con gli altri, neppure con i cinque fratelli; è tremendamente solo e, di conseguenza, anche indifferente verso coloro che non hanno neppure il necessario per una vita dignitosa: manco si accorge di loro.

 Egli non pensa minimamente che, alla fine della sua vita terrena, dovrà rendere conto al Signore.

Ecco perché la sua vita non fa storia. Infatti, le persone egoiste non sono ricordate in bene da nessuno, se non spesso per essere maledette: nella loro storia non rimane nulla di positivo.

La parabola ci richiama le forti parole ascoltate dal profeta Amos: “Guai agli spensierati di Sion … Distesi su letti di avorio e sdraiati su divani … bevono il vino … si ungono con unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano”.

Quella volta, a chi e a cosa faceva riferimento il profeta?

Al fatto che il popolo stava vivendo un periodo di grande benessere economico, nel quale pensava solo a se stesso. Ma c’era di peggio, praticava le funzioni religiose, ma tali pratiche servivano solo per mascherare la corruzione e, proprio per tale motivo, andrà a finire male.

È un forte monito anche per noi, per la società dei nostri giorni, dove, purtroppo e spesso, la religione e i suoi simboli sono usati per mascherare interessi meschini che non hanno nulla a che fare con il Signore e con il suo disegno di amore per l’uomo e per il mondo.

In profeta ci sta dicendo che Dio non è contento di noi quando stiamo vivendo solo per coltivare i nostri interessi, non dandoci pensiero per coloro che devono risolvere tanti problemi.

Quando viviamo con questo stile, per farci cambiare non servono neppure i miracoli: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

La fede, infatti, non ha bisogno di episodi eclatanti.

Ecco perché il ricco non è accontentato nella richiesta, in quella della risurrezione di un morto.

Per le persone non di fede, egoiste e meschine, i miracoli sono superflui e quindi sarebbero sprecati.

Quello che invece è necessario per cambiare, è solo l’ascolto della Parola di Dio; essa serve per nutrire ciascuno di noi e per farci crescere.

Non servono neppure analoghe esperienze sensazionali e sempre nuove, come molti ansiosamente cercano, correndo da una realtà ecclesiale ad un’altra, da un gruppo ad un altro, ma senza veri risultati.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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